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La prima guerra d'indipendenza

Alla vigilia del 1848 all’insofferenza contro l’assolutismo e il dominio straniero si sommarono le carestie creando una miscela esplosiva in tutta Europa. Ad insorgere per prima fu Palermo dove alle rivendicazioni dei liberali, che chiedevano la Costituzione, si mescolavano quelle confuse dei contadini e dei mandriani. Ben presto la rivolta dilagò fino agli angoli più sperduti dell’isola assumendo i connotati di una rivoluzione sociale. Approfittarono di questa situazione un gran numero di bande armate e ben imbottite di denaro (gli “antenati” della mafia) che finirono per assumere la guida militare della rivoluzione. I liberali, intanto, ricusarono le offerte di pace del re Ferdinando II di Borbone, che voleva concedere la Costituzione, preferendo adottare invece la Costituzione siciliana del 1812. Al fine di prevenire sommoventi simili a quelli di Palermo, anche il granduca Leopoldo II di Toscana, il re di Sardegna Carlo Alberto e Pio XI decisero di concedere ai loro sudditi gli Statuti.

Nel frattempo in Francia la politica di Luigi Filippo aveva alimentato lo scontento sia dei liberali che dei democratici, i quali si battevano per ottenere il suffragio universale. In questo clima fu sufficiente la proibizione di un “banchetto” (una riunione politica) per scatenare la ribellione di tutta la popolazione di Parigi. Successivamente scoppiò una rivolta a Vienna, dove l’imperatore aveva rifiutato di concedere la Costituzione. La reazione popolare fu fortissima: l’imperatore e Metternich furono costretti a fuggire dalla città. La scintilla viennese accese altri focolai di rivolta nel resto dell’Impero austriaco. Insorsero a catena Budapest, Praga, Zagabria, Milano e Venezia. Il nuovo imperatore, Francesco Giuseppe, concesse una Costituzione che però non limitava in alcun modo i suoi poteri né modificava la struttura dell’Impero. Inoltre riuscì a mantenere a saldo il controllo dell’esercito e ciò gli permise di iniziare a organizzare la repressione.
Quindi si sollevò Berlino, la capitale della Prussia. Qui ai liberali che chiedevano la Costituzione si unirono i contadini che protestavano contro il sistema feudale ancora vigente. Dopo Berlino, anche gli altri Stati tedeschi scoppiarono moti liberali che portarono all’elezione di un’Assemblea costituente con sede a Francoforte, che avrebbe dovuto definire i confini della nuova Germania e la sua forma di governo. Alcuni sostenevano l’ipotesi di una Grande Germania (una federazione degli Stati tedeschi sotto la guida dell’Austria) e altri quella di una Piccola Germania (senza l’Austria e sotto la guida della Prussia). Ma, mentre la Costituente portava avanti i suoi lavori, l’opinione pubblica liberale vedeva aumentare, non senza timore, le agitazioni sociali. L’alleanza tra liberali e contadini ben presto si spezzò e ciò permise a Federico Guglielmo IV di Prussia di riprendere le redini della situazione: rifiutò la corona della Piccola Germania offertagli dai liberali e riuscì a delegittimare l’Assemblea di Francoforte.
Il nuovo governo repubblicano francese composto da liberali, democratici e socialisti, prese subito alcuni importanti provvedimenti: la riforma elettorale, la soppressione della pena di morte e l’abolizione della schiavitù nelle colonie. Soprattutto, però, fu affermato un principio rivoluzionario: il diritto al lavoro e l’obbligo dello Statto di garantirlo. Per questo furono istituiti gli atéliers nationaux, le manifatture nazionali, di proprietà pubblica, che impiegavano i disoccupati in lavori stradali o nella manutenzione degli edifici pubblici. La riforma elettorale permise di tenere elezioni a suffragio universale, sistema che però chiamò al voto anche i contadini e i piccoli proprietari. Il governo che ne uscì fu di carattere liberali, senza la partecipazione degli socialisti. Gli atéliers furono sciolti e i disoccupati più giovani costretti ad arruolarsi nell’esercito. A nulla valse la ribellione del proletariato parigino, che fu duramente repressa. Poco dopo fu varata la nuova Costituzione, che prevedeva un presidente eletto direttamente dal popolo a suffragio universale. Le elezioni diedero la presidenza della Repubblica a Luigi Bonaparte, nipote del figlio di Napoleone Bonaparte. Ma il nuovo governo non si limitò ad assumere un carattere autoritario: nel 1851 Luigi Napoleone, con un colpo di Stato, sciolse il Parlamento e fece arrestare i suoi oppositori. Un anno dopo trasformò la repubblica in impero assumendo il nome di Napoleone III.
La notizia dell’insurrezione di Vienna alimentò la speranza che il Lombardo-Veneto potesse rendersi autonomo. Venezia insorse proclamandosi repubblica ,mentre a Milano i patrioti formarono un governo provvisorio e ingaggiarono una lotta accanita con le truppe austriache (durante le epiche Cinque giornate), costringendo Radetzky a ritirarsi nel Quadrilatero.
Intanto, però, proprio come stava accadendo a Berlino, anche a Milano la fratellanza patriottica delle Cinque giornate si stava rapidamente sfaldando. Messa da parte la corrente democratica, i liberali moderati decisero di chiedere l’intervento militare del Piemonte e di offrire a Carlo Alberto l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna.
Mentre l’esercito asburgico era impegnato a fronteggiare le ribellioni che scoppiavano in varie zone dell’impero, Carlo Alberto, lusingato dall’idea di allargare ad est i domini della dinastia, accolse le richieste dei patrioti e, nel marzo 1848, dichiarò guerra all’Austria. Li affiancarono, spinti dalla pressione dei loro sudditi, il re di Napoli, Ferdinando II, il granduca Leopoldo di Toscana e papa Pio XI, nonché numerose colonne di volontari. Era il primo tentativo di guerra di indipendenza nazionale. Carlo Alberto però si rivelò un pessimo comandante e un pessimo politico. Intuendo che ben presto l’esercito piemontese sarebbe stato sconfitto, i tre alleati ritirarono le loro truppe. Come previsto, a Custoza Radetzky sbaragliò i piemontesi. Il giorno dopo la battaglia Carlo Alberto trattò l’armistizio con l’Austria, ma qualche giorno dopo lo riattaccò. La controffensiva piemontese non ebbe risultati migliori. Dopo soli cinque giorni, nel marzo 1849, l’esercito austriaco sconfisse i Piemontesi nella battaglia di Novara e Carlo Alberto fu costretto ad abdicare a favore del figlio Vittorio Emanuele II. L’armistizio di Vignale segnò la fine della Prima guerra d’indipendenza.
Dopo la sconfitta di Custoza i patrioti toscani avevano organizzato un’insurrezione a Livorno, e, dopo la fuga di Leopoldo a Gaeta, avevano fondato la Repubblica toscana. Anche a Roma si erano verificati tumulti di tale portata da costringere Pio XI ad abbandonare la città. Fu così che i democratici proclamarono la nascita della Repubblica romana, retta provvisoriamente da un triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Fra i vari provvedimenti, fu emanata una Costituzione che statuiva la tassazione progressiva dei redditi e il principio della libertà religiosa. Essa stabiliva per la prima volta in Italia la distinzione tra potere temporale e potere spirituale del Papa. Richiamate dal Papa, truppe francesi si ammassarono nel Lazio, ma incontrarono la resistenza accanita di un vero e proprio esercito regolare al comando di Giuseppe Garibaldi e Carlo Pisacane. Lo scontro finale ebbe luogo nel giugno ’49: le truppe repubblicane furono sconfitte, i pochi superstiti costretti ad abbandonare Roma.
In moti del ’48 furono repressi in tutta Europa. Prima lo fu la rivolta operaia di Parigi, poi furono bombardate Praga e Vienna. A Berlino fu spazzata via la resistenza degli studenti. Anche nel Regno delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone domò le insurrezioni e la Sicilia fu nuovamente sottoposta all’autorità borbonica. Poi fu la volta della repubblica romana e di quella toscana. Le ultime a cadere furono l’Ungheria e, dopo un lungo assedio, Venezia.

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