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L’Italia all’indomani della guerra

L’Italia era uscita prostrata dalla seconda Guerra mondiale; gran parte del suo patrimonio nazionale era andato distrutto e dappertutto vi erano lutti e rovine. Il forte rialzo dei prezzi, dovuto anche all’introduzione sul mercato delle am-lire, immiseriva le masse. Il ritorno alla normalità era ostacolato dalle distruzioni operate dai bombardamenti nelle principali città dove industrie, officine, case erano state ridotte a mucchi di macerie. Anche le vie di comunicazioni erano, in molti casi, pressoché impraticabili, dato che ponti, linee ferroviarie, strade erano state smantellate dalla furia dei combattimenti.
Eppure uno spirito nuovo permeava la nazione: la volontà di essere partecipi dell’opera di ricostruzione animava tutti, perché c’era nelle masse la convinzione – maturatasi attraverso le lunghe lotte della Resistenza – di essere finalmente diventate protagoniste. Finito per sempre il fascismo, ora ognuno era libero di esprimersi e di seguire la propria vocazione politica. Per dare voce a tutti e spazio a tutte le idee vi erano i grandi e i piccoli partiti, che si erano ricostituiti all’indomani della liberazione. Sembrava che per l’Italia cominciasse una nuova epoca: forte era perciò l’aspettativa di rinnovamento del vecchio Stato da parte degli italiani. E soprattutto da parte di che aveva lottato di persona per scacciare il nemico e insieme costruire una società veramente democratica, capace di superare il classismo che aveva caratterizzato non solo l’era fascista, ma anche il precedente periodo liberale. L’attesa in realtà venne subito delusa. All’indomani della liberazione, infatti, il governo di Roma, sostenuto dall’Amministrazione Militare Alleata, dava inizio a una “ normalizzazione” che faceva piazza pulita di ogni velleità di rinnovamento sociale. Ciò avveniva però, non senza l’appoggio del P.C.I., orientato – in conformità con la “svolta di Salerno” – verso scelte legalitarie e riformiste.

I partiti

Il Partito Comunista si presentava dunque, nonostante la sua ideologia marxista, non tanto come un partito rivoluzionario, quanto piuttosto riformista. Era questa la direttiva imposta dal suo segretario, Palmiro Togliatti, propenso a pilotare il Paese su una strada di “democrazia progressiva” che avrebbe dovuto essere la premessa al socialismo.
La Democrazia Cristiana – erede del Partito Popolare fondato nel 1919 da Don Luigi Sturzo – aveva una base interclassista, in quanto vi aderivano elementi provenienti da ogni classe sociale, della borghesia come dal proletariato, soprattutto contadino. Il suo leader, Alcide De Gasperi, era un personaggio destinato ad avere grande prestigio non solo per il passato di antifascista – che lo aveva portato a sopportare prima il carcere e poi la segregazione in Vaticano – ma anche per il peso che avrebbe avuto nel reinserimento dell’Italia nella politica internazionale.

Il Partito Socialista - costituitosi formalmente nel 1942 col nome di PSIUP ( Patito Socialista Italiano di Unità Proletaria) – aveva ormai perduto l’importanza avuta fino all’avvento del fascismo. Il suo leader, Pietro Nenni, grande campione dell’antifascismo, già durante l’esilio in Francia, era stato fautore del patto d’unità d’azione con i comunisti.

Il Partito d’Azione (fondato nel 1942 e sciolto nel 1946) era invece un partito nuovo. Nato dalla matrice del movimento di Giustizia e Libertà, raccoglieva soprattutto intellettuali di ispirazione liberal-socialista, desiderosi cioè di rifondare su base tendenzialmente socialista la società italiana, senza tuttavia che ne venisse soffocata la libertà dell’individuo. Il leader del partito fu Ferruccio Parri,che era stato uno dei maggiori artefici della Resistenza e che diventerà presidente del Consiglio del primo governo dell’Italia libera (1945).

Il Partito Liberale Italiano (PLI), fondato nel 1942, intendeva raccogliere l’eredità del liberalismo post-risorgimentale. Suo presidente era stato eletto il filosofo Benedetto Croce, sostenitore della teoria che la storia è sempre “storia della libertà” dal momento che questa, pur se conculcata per brevi o lunghi periodi, comunque è destinata a trionfare. Nonostante la costante difesa dell’ideologia liberale, il partito si muoveva però nell’ambito del conservatorismo, in quanto il suo modello era lo Stato liberale anteriore all’avvento del fascismo.

Il Partito Repubblicano Italiano (PRI), fondato nel 1895 a Milano e sciolto poi da fascismo, si ricostituì anch’esso all’indomani della seconda guerra mondiale. Pur affondando le sue radici nell’ottocento , si presentava, a differenza dell’altro, come l’erede dei grandi ideali risorgimentali, in quanto mutuava dal mazzinianesimo le sue tradizioni politiche e organizzative. Dal 1948 l’adesione di Ugo La Malfa – che era stato tra i fondatori del Partito d’Azione (1942) – contribuirà a dare al partito un’impronta di moderno liberalismo, di chiara marca “azionista”.
Sempre all’indomani della guerra veniva fondato da un giornalista, Guglielmo Giannini, il partito dell’Uomo Qualunque. Esso esprimva la rivolta della gente “qualunque” contro la rapacità e la corruzione dei politici e trovava perciò seguaci in una certa borghesia animata da diffidenza verso i partiti, soprattutto verso quelli che ormai campeggiavano sulla scena politica italiana. In questo senso, più che un partito, fu un movimento d’opinione a cui andò l’appoggio di quanti, pur essendo anti-conunisti, non volevano essere assorbiti nello schieramento dominante che era quello democristiano. Ciò spiega perché, nonostante il successo iniziale ebbe breve vita.

L’Italia della “ricostruzione”

Il primo governo dell’Italia dopo la “liberazione fu formato dai rappresentanti del C.L.N., cioè di tutti quei partiti che avevano contribuito, attraverso la lotta partigiano, alla liberazione. Presieduto da Ferruccio Parri, esso ebbe una vita breve e tormentosa dato che, al di là di tutte le gravissime difficoltà in cui si dibatteva il Paese, ci si trovava a un punto di svolta. Si imponeva infatti una scelta fra due soluzioni.

La prima, quella della continuità, era intesa a ricostruire il vecchio Stato liberale, lasciando sostanzialmente intatta la struttura classica della società e affidando la ripresa economica esclusivamente alla libera iniziativa.
La seconda, quella del rinnovamento, aspirava invece a dare vita a una democrazia effettivamente operante, sul modello di organismi, come i Comitati di Liberazione Nazionale – la cui decisionalità era stata espressione della volontà della base – e insieme avviare una sostanziale trasformazione economica attraverso la graduale nazionalizzazione dei più importanti settori dell’economia.
I contrasti che si determinarono su questi temi di fondo tra i partiti di sinistra (partito d’Azione, partito socialista e partito comunista) e quelli moderati portarono alla caduta del primo governo.
Il nuovo governo (dicembre 1945-luglio 1946), alla cui guida era il leader della D.C., De Gasperi, risentì delle tensioni internazionali, dal momento che l’Italia era inserita nella sfera d’influenza occidentale, e già tra occidente e oriente si era determinato un clima di guerra fredda. Pertanto fu impressa al Paese una svolta conservatrice, sostituendo prefetti e questori, nominati dal C.L.N. all’indomani della liberazione, con burocrati governativi, e ponendo fine al processo di epurazione dei fascisti.
Nel giugno 1946, intanto, dopo il lungo silenzio elettorale degli anni della dittatura fascista, i cittadini italiani vennero chiamati alle urne, sia per scegliere la forma istituzionale – monarchia o repubblica – che avrebbe dovuto avere l’Italia, sia per eleggere l’Assemblea Costituente, a cui sarebbe spettato il compito di redigere la Costituzione.
Fu in quest’occasione che, per la prima volta in Italia, le donne potettero esercitare il diritto di voto. Era un evento storico perché mai, fino a quel momento, esse avevano avuto un qualche peso nella vita politica del paese. Cominciava allora, da questa inversione di rotta, un cammino non facile – che si sarebbe rivelato assai lungo – verso ulteriori conquiste che finalmente le avrebbero fatte uscire dallo stato di minorità in cui erano state sempre relegate.
I risultati del referendum istituzionale furono favorevoli alla Repubblica. Nonostante lo scarto di soli due milioni di voti (poco meno di 13 milioni contro i circa 11 milioni della monarchia) e il fatto che fosse stato in prevalenza il Sud a schierarsi per il re, lo scontro istituzionale non divise il Paese. Vi furono, si, momenti di tensione soprattutto quando i monarchici cercarono di giustificare la propria sconfitta sostenendo che vi erano stati brogli elettorali, ma ben presto gli animi si placarono e il re Umberto II dovette prendere la vita dell’esilio.
Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente ad emergere furono soltanto la D.C. (35.2%), il Partito Socialista (20.7%) il Partito Comunista (19%), mentre il PLI – che prima del fascismo aveva avuto nelle sue mani la direzione del Paese – si riduceva al 6.8% e il Partito d?azione che al contrario, era stato l’elemento di punta della resistenza, scompariva quasi completamente (1.5%).
Alla vittoria democristiana aveva contribuito non poco la Chiesa che, timorosa di una presa del potere da parte delle sinistre, aveva esercitato la sua influenza su larghi strati di cattolici.
Tuttavia, il secondo governo De Gasperi, formatosi a luglio, ancora una volta era all’insegna della coalizione. Esso includeva, infatti , oltre la D.C.e il P.R.I. anche il P.S.I.U.P. e il P.C.I.

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