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Negli ultimi decenni del secolo inizia, anche per l'Italia, all'insegna di alcune rilevanti novità politiche, accompagnate però da un complessivo aggravarsi dei sintomi di disagio nella società civile e nelle istituzioni.
Già i due decenni precedenti furono segnati da importanti cambiamenti di tipo politico, che videro sostanzialmente la crisi dei partiti politici tradizionali. Le novità più importanti furono, tra il 1970-85:
1) la fine della "solidarietà nazionale"con la quale, tra il 1976-79, i dirigenti della Dc Aldo Moro e Giulio Andreotti, in linea con la proposta del segretario del Pci Enrico Berlinguer di formare un "compromesso storico" ricostituendo la grande alleanza antifascista, si convinsero di coinvolgere il Pci nella guida del paese (sollecitati dall'avanzata elettorale del Pci nelle elezioni amministrative e regionali del 1975, e politiche del 1976) , senza rinunciare a mantenere la propria posizione di potere, allo scopo di difendere la democrazia da ogni disegno eversivo.

2) la proposta del pentapartito, portata da Bettino Craxi che nel 1976 assunse la guida del partito socialista, che aveva appena subito un vistoso calo elettorale. Egli intendeva portare il Psi al governo attraverso una nuova alleanza con la Dc. Al termine degli anni '70 questa linea si concretizzò con il pentapartito, formato da Dc, Psi, Pri, Psdi e Pli, e incentrato sull'asse democristiana - socialista. Segno della diminuita centralità politica della Dc in questa fase furono l'elezione alla presidenza della repubblica del socialista Sandro Pertini, la nomina a capo del governo nell'1981 del repubblicano Giovanni Spadolini e nel 1983 dello stesso Craxi, che diede vita al governo più lungo della storia repubblicana, durato fino al 1987.
3) con la formula del pentapartito, il sistema politico italiano riuscì a reggere a lungo anche perché rafforzato dall'assenza di alternative praticabili. Il Pci infatti, sia perché portatore di un disegno politico riformatore alternativo al programma centrista, sia perché incapace di effettuare una revisione della sua cultura che lo allontanasse definitivamente dalla tradizione comunista sovietica, rimaneva una forza politica estranea al gioco delle alleanze. L'alleanza tra Pci e Dc si trasformò quindi in un sistema di potere chiuso e pervasivo.
4) il permeare della violenza politica a cui si sovrappose la recrudescenza della malavita organizzata. Se il terrorismo rosso fu indebolito grazie ai cosiddetti "pentiti" (seppur continuano ancora oggi le vittime), risultati altrettanto positivi non si ottennero nella lotta alla mafia, che si presentava come la principale minaccia alla legalità (controllo del mercato della droga, delle armi, controllo di appalti, riciclaggio denaro sporco) e alle istituzioni, e alla destra eversiva (strage alla stazione di Bologna 1980).

Accanto a questi fattori ne emersero altri di tipo economico strettamente connessi a quelli politici:
1)Si delineò una crisi economica, che cominciò negli anni '70 ma ebbe la sua fase più recessiva tra gli anni 82-83 e si concluse nel 1984 (quando si verificò una netta ripresa economica), causata dall'aumento del prezzo del petrolio che fece aumentare l'inflazione, e costrinse lo stato a contrarre debiti con l'estero per garantire l'approvvigionamento dei prodotti petroliferi. Lo stato sembrò sull'orlo della bancarotta: anche se ciò non avvenne aumentò la disoccupazione e il carico fiscale per i redditi da lavoro dipendente.
2) L'occupazione e gli investimenti si spostarono dal settore secondario a quello terziario, con la crescita di nuove classi medie che si conformarono nelle tendenze liberiste e in particolar modo nel riformismo modernizzatore di Bettino Craxi.

A partire dalla seconda metà degli anni '80 vennero a galla le difficoltà del sistema politico utilizzato sino ad allora.
Primo sintomo fu la crisi del pentapartito: essa dipendeva soprattutto dal fatto che la democrazia in Italia non aveva mai sperimentato l'alternanza tra forze politiche contrapposte, caratteristica comune di ogni sistema parlamentare moderno. In esso infatti continuarono a riproporsi contrasti, nonostante l'elezione a presidente della repubblica del Dc Francesco Cossiga, inerenti sia alle scelte di politica internazionale, sia alle questioni interne, accentuati dalla rivalità di fondo tra socialisti e democristiani, quest'ultimi decisi a rivendicare, in quanto partito di maggioranza, la guida del governo. Si giunse così alla crisi del ministero Craxi e al quinto scioglimento anticipato delle camere: le elezioni segnarono una affermazione del Psi e un nuovo calo dei comunisti, cui fece riscontro un certo progresso della Dc. La maggior novità delle elezioni fu l'apparizione di nuovi gruppi, estranei ai partiti tradizionali: gli ambientalisti (i verdi), che colsero una discreta affermazione, e le liste delle Leghe regionali, movimenti autonomisti per lo più del nord, nati per esprimere l'esasperazione dei ceti produttivi settentrionali per l'inefficienza della pubblica amministrazione e l'inasprimento della pressione fiscale: in particolare la lega lombarda (divenuta lega nord dopo la fusione con la lega veneta), guidata da Umberto Bossi, la quale riuscì a conquistare un vasto consenso al nord, accentuando così la frammentazione del sistema politico e diminuendo la governabilità. La lega può apparire come la versione italiana della tendenza più generale dell'affermarsi dei particolarismi nazionali o regionali, che ha preso sempre più vigore in Europa negli anni seguenti la crisi dei regimi comunisti, e che ha portato alla dissoluzione della Cecoslovacchia, della Jugoslavia e della stessa Unione sovietica. Dopo le elezioni la maggioranza di pentapartito si ricostituì faticosamente grazie a un accordo che consentì la formazione di due successivi governi a guida democristiana: il primo presieduto da Giovanni Goria (87-88), il secondo guidato dal segretario della Dc, Ciriaco De Mita (88-89). Questi governi non raggiunsero i risultati sperati nè sul piano del risanamento finanziario né su quello delle annunciate riforme istituzionali, in quanto ostacolati sia dalla mai sopita conflittualità fra i partner della coalizione governativa sia per i contrasti interni alla stessa Dc. La crisi apertasi con le dimissioni di De Mita si risolse con la ricostituzione dell'alleanza a cinque e la formazione di un nuovo governo a guida democristiana, affidato a Giulio Andreotti. Anche questo, pur fondandosi sulla carta su un accordo politico più forte rispetto ai precedenti, riuscì a riportare la compattezza nella maggioranza del pentapartito che anzi perse uno dei suoi partner nel '91, il Partito repubblicano. Direttamente legato al crollo del muro di Berlino e all'inarrestabile crisi dell'Urss fu il rinnovamento radicale del Pci. Nel gennaio del 1991, dopo un lungo e sofferto dibattito interno, il Partito comunista italiano decise di abbandonare definitivamente ogni legame con la tradizione comunista leninista e di trasformarsi, come già annunciato nell'89 dal segretario Achille Occhetto, in Partito democratico della Sinistra (Pds), cioè di collocarsi su posizioni riformiste, affini a quelle del laburismo inglese e della socialdemocrazia tedesca. Questo progetto, che avrebbe dovuto sbloccare la principale forza di opposizione e porre le premesse per una ricomposizione della sinistra italiana, si scontrò con le diffidenze reciproche che permanevano fra i due maggiori partiti della sinistra (l'uno al governo, Psi, e l'altro all'opposizione) e il nuovo Pds, diviso al suo interno e abbandonato dall'ala più legata all'eredità del vecchio Pci che diede vita a Rifondazione comunista.

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