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piano rinascita Sardegna

Alla fine della guerra l’Alto commissario che governa l’isola fu affiancato da una Consulta,che elaborò lo Statuto regionale, sulla base del quale l’Assemblea Costituente incluse la regione tra quelle ‘’a Statuto speciale’’. Con la legge n.3 del 31 gennaio 1948 si istituisce lo Statuto Autonomo della Sardegna che entra in vigore il 26 febbraio 1948. Per le sue caratteristiche economiche,geografiche e storiche venne redatto un apposito Statuto speciale costituito da 57 articoli suddivisi in 8 titoli, rinnovato nel 2005. Tra questi articoli, nel titolo 3 riguardante le finanze,demanio e patrimonio,comprendente gli articoli che vanno dal 7 al 14, l’articolo 13 prevede la predisposizione dello Stato,con il concorso della regione, di un “piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’isola “.
Nel titolo 5 ,intitolato enti locali, l’articolo 44 afferma che la regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative delegandole agli enti locali e valendosi dei suoi uffici.
ANNI RICOSTRUZIONE (1949-1958)
Uno dei primi interventi recenti (1946),la di indubbiamente importanza storica , fu l’eliminazione della malaria con l’opera dell’ERLAAS per conto dell’americana Rockefeller Foundation che impiegò 35000 operai e tecnici. Nel giro di 4 anni venne sconfitta la malaria. L’utilizzo del DDT utile per l’uccisione delle zanzare portatrici di malaria hanno creato dei gravi danni all’ambiente con l’uccisione anche di altri insetti e animali utili per l’uomo e per la natura.
Nel 1951 viene istituito ETFAS (ente trasformazioni fondiarie e agricole della sardegna ) con il compito di valorizzare e razionalizzare l’importante comparto agro-pastorale e di riformare la distribuzione dei fondi attraverso espropriazione ,bonifica,trasformazione, assegnazione terre ai contadini.

Già dopo le prime elezioni del 1949 le tensioni sociali e l’occupazione delle terre fecero capire che era giunto il momento di avviare una riflessione sul piano e di avviare il movimento per rivendicare l’attuazione. Il dibattito sulla necessità del piano apri una fase di studio e di confronto politico che durò 14 anni e fu segnata da momenti di unità ma anche da profonde divergenze politiche. Nel giugno 1951 fu insediato un Comitato direttivo di studio che avviò una serie di ricerche per una più precisa conoscenza della situazione dell’isola. Nel dicembre sulla base di un’intesa tra comitato dei ministri per il mezzogiorno e la Regione questo organismo fu sostituito da una Commissione economica di studio per la Rinascita della Sardegna, che aveva il compito di studiare le risorse della Sardegna e di prospettare gli interventi più efficaci per metterle a frutto in vista di uno sviluppo economico e sociale. Costituita da studiosi tecnici e politici di alto livello inizio ad operare nel1954 e terminò nel 1958. Il rapporto aveva ipotizzato il coinvolgimento di forze economiche e sociali e auspicando un intervento flessibile organizzato in 2 fasi: la prima della durata di 10 anni e la seconda di 30 con un costo complessivo di 862 miliardi di lire. Il consiglio dei ministri accantono le risorse necessarie per l’attuazione del piano nel bilancio preventivo dello Stato per il 1959-1960. Il consiglio Regionale istituì l’Assessorato alla Rinascita che avrebbe avuto il compito di dirigere la realizzazione del Piano. Il 21 maggio fu insediato un comitato misto Stato-Regione per la predisposizione degli strumenti legislativi di attuazione del Piano, e il 3luglio il comitato dei ministri per il mezzogiorno istituì una seconda commissione di studio per la predisposizione di un Rapporto conclusivo, compito che fu portato a termine in 3 mesi.

Nel 1962 diviene presidente Antonio Segni che approva il piano. Con la legge 588 del 11 giugno 1962 si dà l’avio formale all’articolo 13 previsto dallo Statuto autonomo sardo. Il Piano indicava obbiettivi capaci di trasformare la situazione sarda mediante l’intervento che la legge definiva “organico,aggiuntivo e straordinario” rispetto alle fonti ordinarie previste per la Sardegna. Per raggiungere questi obbiettivi individuava le strutture territoriali(zone omogenee) entro le quali si sarebbe dovuto operare con strumenti di pianificazione detti piani zonali speciali. I 400 miliardi stanziati avrebbero dovuto essere spesi nel decennio 1962-1974, sulla base di programmi attuati e elaborati dalla regione e approvati dal Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. Per passare alla fase operativa la regione definì meglio i propri compiti con la legge del11 luglio 1962 n.7, nella quale individuò gli strumenti attuativi del Piano. furono cosi costituiti un Centro di programmazione e dei Comitati zonali di sviluppo,uno per ogni zona omogenea. La programmazione divenne così la dimensione tecnico-politica individuata per l’attuazione del piano, e le giunte regionali che si susseguirono si mossero in questa prospettiva. A metà degli anni sessanta i non soddisfacenti risultati portarono a un dibattito approfondito dove emerse la necessità di modificare la strategia della programmazione in base al quale fu ipotizzato un progetto di “programmazione globale”. *Nell’isola era stato avviato un processo di industrializzazione il cui parziale fallimento negli anni 70 portò all’acuirsi di tutti i rapporti sociali. Si affermo che il p. di r. aveva esaurito i suoi compiti e perciò occorreva un nuovo finanziamento. La proposta venne presentata in Senato nel settembre 1972 in un clima di tensione in cui i sindacati aprivano la “ Vertenza Sardegna” denunciando il fallimento dell’industria petrol-chimica e proponendo il rilancio delle risorse locali. Il 30 maggio 1974 il parlamento approvò la legge 268 che prevedeva il rifinanziamento del Piano con 600 miliardi da spendere in 10 anni sulla base di una nuova programmazione. Nel febbraio 1975 vennero chiusi gli stabilimenti petrolchimici di Porto Torres e questo accelerò la ricerca di un nuovo P. di R.. nel 1976 fu convocata una Conferenza regionale della Programmazione col compito di definire i contenuti della nuova strategia in linea con la concezione della democrazia partecipativa di quegli anni.

*1960-62 vengono progettati i poli industriali di Porto Torres, Assemi, Sarroch, Portovesme. Dopo un primo boom economico avvenuto nella seconda metà degli anni '60, nelle aree di Sassari e Cagliari, già nel 1973, a causa dell'embargo del petrolio e conseguente aumento del costo del greggio, comincia un inesorabile declino del settore petrolchimico. Così le neonate industrie petrolchimiche e le raffinerie subiscono un grave crollo nella produzione, causando una lenta ma inesorabile perdita di migliaia di posti di lavoro. Invece il principe Karim Aga Kha, con altri imprenditori italiani e stranieri, progetta ed inizia a realizzare la futura Costa Smeralda, che avrà ben diverso successo economico e d’immagine per la nostra isola.

1964: viene costruita la cartiera di Arbatax, anche questa imprea si dibatte da subito in una crisi infinita fino alla definitiva chiusura del 1994,dopo inutili tentativi di salvataggio
1966:proteste delle zone interne che si sentono escluse dal Piano di Rinascita. Dilaga il banditismo. Inaugurazione della fineria della Saras a Sarroch.
1971: occupazione delle miniere del Sulcis-Iglesiente,ormai avviate a una crisi irreversibile. Vengono definitivamente chiuse quelle poste alla periferia di Carbonia.
1973: costruzione polo di ottana. Il polo barbaricino fu creato a seguito di indicazioni fornite dalla commissione parlamentare d'inchiesta presieduta dal senatore Medici, la quale individuava nella perdurante cultura pastorale delle Zone Interne uno dei mali dell'Isola. Perciò attraverso il rifinanziamento del Piano di Rinascita con due leggi apposite (1972 e 1974) sarà creato il nuovo polo industriale, dove, fra le altre cose, il greggio veniva trasportato su gomma. Gli esiti saranno fallimentari. L'industrializzazione voluta anche per indebolire le strutture socio-economiche agro-pastorali che si pensava alimentassero il fenomeno del banditismo, fallisce nel suo intento, provocando al contrario ulteriore disgregazione sociale.
1975: sono in crisi le industrie petrolchimiche dove si registrano scioperi e primi licenziamenti. Intanto nella Costa Smeralda continuano ad essere realizzate costruzioni costiere nel più totale disordine urbanistico e con scadente architettura.

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