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Il nuovo stato Italiano

Questo periodo storico riguarda i grandi problemi dell’Italia unita. Terminava quindi la fase di unificazione riguardante l’Italia e la Germania, e si cominciò a cercare un po’ di equilibrio con l’inaugurazione del primo parlamento italiano il 17 marzo 1861.
L’Italia che nasceva era formata da regioni che per secoli erano state separate ed ognuna aveva un diverso grado di sviluppo; oltre tre quarti della popolazione era analfabeta. La pubblica amministrazione era organizzata diversamente da Stato a Stato e così pure la giustizia.
Il sistema scolastico presentava enormi differenze: la scuola pubblica era stata introdotta solo nel Piemonte mentre in Lombardia esistevano numerose scuole private; negli altri Stati l’insegnamento era in gran parte curato dalla Chiesa. Infine occorreva riordinare le forze armate, fondendo gli eserciti e le flotte.

Il compito del governo era reso difficile dall’assommarsi delle richieste provenienti dalle singole regioni e province. Ciascuna premeva per ottenere lavori pubblici, ogni scelta a favore di una comportava l’esclusione di altre, quindi il sorgere di gelosie e risentimenti.
Questa situazione portò ad una formazione del governo e in seguito alle elezioni, dal 1861 al 1876, i governi italiani furono guidati da uomini della destra; essa attuò una politica di accentramento, con la proclamazione dello Statuto Albertino esteso all’Italia Unita.
Secondo la soluzione centralista, occorreva:

- unificare in tutto il Paese il codice civile e penale;
- far adottare ovunque il sistema metrico decimale per pesi e misure;
- introdurre un'unità monetaria, la “lira” italiana, per sostituire antiche monete;
- abolire i dazi doganali che colpivano i passaggi di merce da regione a regione.

L’Italia fu affidata quindi ad un governo centrale che divise il territorio in province, ognuna governata da un prefetto nominato dal ministro dell’interno. Anche i sindaci dei comuni venivano nominati dal governo; non erano cioè eletti dagli abitanti.
La capitale da Torino passò a Firenze nel 1865.
Un problema di grande importanza che si presentò al nuovo governo fu la cosiddetta questione meridionale: il divario tra nord e sud era determinato da vari fattori, tra cui l’antico sogno dei contadini meridionali riguardante la riforma agraria, cioè la distribuzione delle terre a coloro che ne erano privi; ma nella maggior parte dei casi le terre demaniali e altre tolte alla chiesa finirono nelle mani dei ricchi e dei latifondisti, i cosiddetti galantuomini, gli unici che avessero il denaro per acquistare e coltivare. Ci fu poi l’aggravarsi delle tasse e l’imposizione del servizio di leva obbligatorio. La disperazione dei contadini meridionali delusi nelle loro aspettative esplose nel brigantaggio.

Con questo fenomeno le classi più povere esprimevano la loro protesta contro i potenti che li opprimevano; diventavano briganti molti giovani che non trovavano lavoro, quelli che volevano evitare il servizio militare, i poveri che non avevano soldi per le tasse, per il padrone o per l’usurario.
Dopo l’unità si fecero briganti molti soldati borbonici rimasti fedeli all’ex re Francesco II.
Organizzati in bande, i briganti scendevano da inaccessibili rifugi montani, rubavano, saccheggiavano, ammazzavano e seminavano terrore. C’erano con loro anche delle donne che a volte prendevano parte ai combattimenti. I contadini li sopportavano, spesso li proteggevano, perché ai loro occhi il brigante era un alleato contro la prepotenza dei “signori”, un vendicatore dei torti subiti, addirittura un eroe.
Il regno d’Italia non tollerava la ribellione di metà del suo territorio, tuttavia non fece nemmeno un tentativo di eliminare le cause sociali del brigantaggio (la miseria, la fame, il disperato bisogno di terra), si limitò ad inviare un esercito per reprimere la rivolta. Il brigantaggio fu stroncato, ma a prezzo di un’aspra lotta fratricida, che durò cinque anni, e che ancora oggi è ricordata per la sua ferocia nelle leggende contadine.

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