Le origini e l'affermazione del fascismo

Mussolini e i fasci di combattimento
Del disagio sociale e dell'instabilità politica approfittò Benito Mussolini. Con un programma intriso di nazionalismo e di facili promesse, con la sua abilità oratoria e gli articoli pubblicati sul giornale il popolo italiano di cui era direttore, Mussolini riuscì infatti a procurarsi simpatie e appoggi in settori sociali sempre più vasti: ex combattenti, studenti, borghesia impiegatizia, insegnanti, commercianti e piccoli proprietari.
Nel 1919 Mussolini fondò a Milano i fasci di combattimento, un movimento politico il cui programma prevedeva tra l'altro limitazioni alla proprietà privata, la partecipazione degli operai alla gestione tecnica delle fabbriche, la socializzazione dei servizi pubblici da affidare a organizzazioni proletarie, l’inasprimento dei imposte sul capitale e sui profitti realizzati in tempo di guerra.

Inizialmente i fasci di combattimento raccolsero consensi soprattutto tra gli ex combattenti, che ne dividevano lo spirito nazionalistico e l'esaltazione dei valori del militarismo, poi si affermarono anche nelle campagne, specialmente nella pianura padana. Proprio da questi settori sociali venne il più concreto appoggio al movimento fascista, anche attraverso cospicui aiuti finanziari.

La violenza degli squadristi
Nel corso del 1920 i fascisti crearono una propria struttura paramilitare. Si trattava delle famigerate squadre l'azione, i cui membri indossavano la camicia nera che in guerra caratterizzava i reparti d'assalto. Queste squadre armate sferrarono continui attacchi contro sezioni del partito socialista, camere del lavoro, cooperative, amministrazioni comunali di sinistra. Nei primi cinque mesi del 1921 le spedizioni punitive delle camice nere provocarono circa trecento morti e la distruzione di centinaia di sedi delle organizzazioni di sinistra. Gli squadristi ebbero peraltro il sostegno dei ceti miti e dell'alta borghesia, che nel fascismo vedevano ormai il mezzo migliore per soffocare la lotta delle classi subalterne. Nel maggio del 1922, dopo un anno caratterizzato da una serie impressionante di violenze contro gli antifascisti, Mussolini poteva contare su oltre 300.000 iscritti organizzati in circa duemila fasci locali.

La scissione di Livorno
La risposta del partito socialista allo squadrismo era stata del tutto inadeguata. La crisi latente del partito socialista precipitò proprio a causa del dilagare delle spedizioni punitive dei fascisti. Al congresso socialista di Livorno del gennaio 1921 si verificò alla scissione della corrente di sinistra, capeggiata da Amedeo Bordiga. Quest'ultimo, insieme ad Antonio Gramsci, fondò il partito comunista d'Italia, che avrebbe dovuto organizzare e guidare la lotta contro la società borghese. Il risultato immediato della scissione di Livorno fu però soltanto quello di accentuare la debolezza del movimento operaio di fronte fascismo.

Il partito nazionale fascista
Il governo non prese posizione contro le violenze fasciste e non adottò alcun provvedimento repressivo. Giolitti pensava addirittura di coinvolgere il fascismo nel sistema democratico parlamentare. Lo stesso Mussolini aveva cercato di frenare la violenza squadristica: da ciò i suoi tentativi di trovare un accordo con le forze sindacali operaie e la sottoscrizione, nell'agosto del 1921, di un patto di pacificazione con i socialisti. Ma i capi fascisti della pianura padana i ras continuarono le aggressioni tra l'indifferenza del governo e le forze dell'ordine. Nel novembre del 1921 Mussolini trasformò i fasci di combattimento in partito nazionale fascista. Il suo programma corrispondeva ormai all'esigenza d'ordine espresso dalla borghesia imprenditoriale, difendeva la proprietà privata, riconosceva il ruolo fondamentale di istituzioni come la Chiesa e la monarchia.

La marcia su Roma
La situazione politica, si presentava sempre più difficile per l'impossibilità di formare maggioranze stabili in Parlamento. A questo punto, sicuro che non sarebbe stato osteggiato dagli organi e dalle forze dello Stato, il 16 ottobre 1922 Mussolini convocò a Milano i maggiori dirigenti del fascismo, ai quali espose il piano militare per la conquista del potere. Il 28 ottobre, migliaia di camice nere raggiunsero Roma per far cadere il governo. La sera dopo Vittorio Emanuele III, forse illudendosi che il fascismo avrebbe finalmente ristabilito l'ordine, diede l'incarico a Mussolini di formare un nuovo governo. Giunto al potere, Mussolini costituì un esecutivo composto, oltre che da fascisti e nazionalisti, anche da liberali e parte dei popolari.

Le elezioni del 1924 e l'assassinio di Matteotti
L'ascesa al potere del fascismo fu sancita dalle elezioni politiche del 1924. Mussolini aveva fatto approvare una legge elettorale che aveva eliminato il sistema proporzionale e introdotto il sistema maggioritario: al partito o alla coalizione di partiti che avessero raggiunto la maggioranza relativa dei voti venivano assegnati i due terzi dei seggi dellla camera dei deputati. La vittoria fu superiore a ogni previsione. Il 30 maggio, durante una delle prime sedute della nuova camera, il deputato socialista Giacomo Matteotti, dopo aver denunciato con estrema chiarezza le irregolarità compiute nei seggi e le aggressioni subite dagli elettori antifascisti, chiese l'annullamento delle elezioni.
Il 10 giugno il coraggioso parlamentare fu rapito nei pressi della propria abitazione da sicari fascisti e caricato a forza in un'automobile. Due mesi dopo il suo cadavere venne ritrovato nella campagna romana. Ma i partiti democratici non seppero approfittare del momento favorevole: l'opposizione, a eccezione dei comunisti, si limitò a disertare le sedute parlamentari in segno di protesta. La convinzione che questa presa di posizione a avrebbe indotto Vittorio Emanuele III a revocare la fiducia a Mussolini, andò delusa. Il re, infatti, lasciò al suo posto Mussolini come se nulla fosse accaduto.

La costruzione della dittatura

Le leggi eccezionali
In un tuo discorso tenuto alla camera dei deputati il 3 gennaio 1925, il dittatore si assunse la responsabilità politica, morale e storica di tutto ciò che era accaduto per il delitto Matteotti. L'opposizione tacque allibita, la piazza non si mosse. Aveva inizio così il regime fascista, destinato a durare vent'anni. Il governo emanò una serie di leggi eccezionali che cancellarono definitivamente il vecchio stato liberale. Furono rafforzati i poteri del capo del governo, il Parlamento fu completamente esautorato, l'opposizione parlamentare venne eliminata. Inoltre, furono sciolti i partiti, soppresso il diritto di sciopero, dichiarate illegali le organizzazioni sindacali, tranne quelle fasciste, le corporazioni. La stampa contraria al fascismo fu ridotta al silenzio. I sindaci vennero sostituiti da podestà nominati dal re su proposta del governo. Fu creatoa infine la polizia politica segreta e venne istituito il tribunale speciale per giudicare e condannare anche con la pena di morte, coloro che si fossero resi colpevoli di reato contro il regime.

L'opposizione alla dittatura fascista
Gli oppositori del fascismo furono condannati al carcere come Antonio Gramsci, al confino come Sandro Pertini, Carlo Levi, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi o all'esilio come Filippo Turati, Pietro Nenni, Luigi Sturzo, Palmiro Togliatti. Altri vennero addirittura colpiti a morte come Giovanni Amendola e il sacerdote Giovanni Minzoni. Coloro che si rifugiarono in Francia crearono a Parigi due organizzazioni politiche per favorire il ritorno della democrazia in Italia: la concentrazione antifascista, fondata da socialisti repubblicani e l'associazione giustizia e libertà, di ispirazione liberale socialista. L'azione degli antifascisti venne costantemente sorvegliata dalla polizia segreta fascista. Di diverso carattere fu l'opposizione del partito comunista. I comunisti italiani potevano contare su una vasta rete di gruppi operativi, attivi specialmente nelle fabbriche. Nonostante i frequenti arresti dei militanti, la loro struttura rimase efficiente durante il fascismo, impegnandosi al proselitismo e nella diffusione della stampa di opposizione proveniente dall'estero.

L'organizzazione del consenso
Le principali organizzazioni di massa del regime furono l'opera nazionale dopolavoro, alla quale venne affidato il compito di soddisfare i bisogni ricreativi e culturali per operai, contadini e impiegati; l'opera nazionale per la maternità e l’infanzia, che doveva assistere e aiutare i figli del popolo; l'opera nazionale balilla, che doveva educare le nuove generazioni a credere, obbedire e combattere. I ragazzi furono divisi, a seconda dell'età, in figli della lupa, balilla e avanguardisti. Un'altra novità voluta dal duce fu il sabato fascista: il pomeriggio doveva essere dedicato alle varie manifestazioni del regime.
Mussolini creò anche il calendario fascista, numerando gli anni a partire dal 1922 l’anno 1 dell'era fascista, mentre il fascio littorio divenne il simbolo ufficiale del fascismo. Ma il principale strumento per l'indottrinamento di massa fu la scuola attraverso libri di testo unici, redatti da autori assolutamente fedeli al regime.

I patti Lateranensi
Dopo una lunga trattativa, l'11 febbraio 1929 furono stipulati tra il Vaticano e il governo italiano i patti Lateranesi, un concordato con il quale venne sancita la conciliazione tra Chiesa e Stato. Con tale accordo il governo riconobbe la piena ed esclusiva sovranità del pontefice sulla città del Vaticano, mentre il Papa riconobbe il regno d'Italia con capitale Roma e abbandonò il proposito di restaurare lo stato della Chiesa.

La nascita dell'impero e l'alleanza con la Germania
Mussolini impresse alla politica estera italiana un carattere decisamente aggressivo. Cogliendo a pretesto alcuni scontri di modesta entità avvenuti a Ual Ual, il dittatore considerò l'incidente come una deliberata aggressione da parte di Addis Abeba e ordinò l'invasione dell'Etiopia.
La società delle nazioni decretò allora le sanzioni contro l'Italia, che tuttavia non produssero alcuna conseguenza negativa per il nostro paese anche perché poté avvalersi degli aiuti della Germania hitleriana.
Al contrario, le sanzioni servirono a Mussolini per esaltare la sfida dell'Italia a 50 nazioni. Dopo alcune difficoltà iniziali, le operazioni militari procedettero rapidamente. Esse furono condotte sul fronte settentrionale del Gen. Badoglio e sul fronte somalo dal generale Graziani. Il 5 maggio 1936 Badoglio entrò ad Addis Abeba. Il 9 maggio Mussolini, dal balcone di palazzo Venezia, annunciò a una folla di italiani entusiasti e al mondo intero che la guerra era finita e che sui colli fatali di Roma era riapparso l'impero.
Nel 1939 l'esercito italiano invase poi l'Albania, che fu conquistata in una settimana e Vittorio Emanuele III divenne anche re d'Albania. L'isolamento internazionale in cui si venne a trovare l’Italia a causa delle sanzioni economiche favorì l'avvicinamento di Mussolini alla Germania nazista, che aveva fornito nostro paese materie prime indispensabili, come il ferro e il carbone, e ne aveva prontamente riconosciuto la sovranità sull’Etiopia. Nel 1939 Mussolini firmò poi il patto d'acciaio con Hitler che praticamente asservì l’Italia alla Germania.

Le leggi razziali
La conseguenza più odiosa della sudditanza dell'Italia nei confronti di Hitler, fu l'introduzione anche nel nostro paese delle leggi razziali contro la popolazione ebraica. La politica antisemita del fascismo fu preannunciata nel luglio 1938 dalla pubblicazione del manifesto della razza, a opera di un gruppo di intellettuali con l'approvazione del ministero della cultura popolare. A partire da settembre l'antisemitismo si tradusse in una serie di leggi che portarono tra l'altro all'espulsione dalle scuole pubbliche degli studenti e insegnanti ebrei, al divieto di matrimoni tra italiani di razza ariana e di ebrei, alla limitazione dei diritti di proprietà e di attività commerciale, industriale e professionale degli israeliti.

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