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Gli anni del dopoguerra in Italia e la nascita del Fascismo

La crisi dello stato liberale
Anche l’Italia, alla fine della Prima Guerra Mondiale, così come il resto dell’Europa, conosce un periodo di grave crisi economica, insieme alla svalutazione della moneta e al malessere sociale.
L’incapacità da parte dello stato di controllare la qualità dei prodotti acquistati ha infatti fornito ossigeno al capitalismo italiano, generando così due risultati:
1) molti ricchi sono usciti dalla guerra ancora più ricchi, così come si è fatta strada la classe dei pescecani (così chiamati i nuovi ricchi), che ostentano i loro averi e sperano che le manovre da parte dello stato di contenere i prezzi ora che la guerra è finita non noccia ai loro interessi;
2) mentre alcuni si sono arricchiti, altri si sono impoveriti. Insieme ai nuovi ricchi sono nati dunque anche i nuovi poveri, che vedono i loro redditi largamente ridimensionati nel dopoguerra.

Per quanto riguarda operai e contadini, i primi durante la guerra sono stati impiegati nelle industrie, mentre i secondi hanno combattuto in trincea.
Entrambi possono però dire di avere ricevuto una considerevole promozione sociale dalla guerra.
Gli operai, infatti, hanno potuto contare su:
1) la disponibilità degli imprenditori, favoriti dagli alti profitti ottenuti dalla guerra;
2) il pieno impiego dovuto all’alta necessità di produzione e alla riduzione di manodopera in seguito al richiamo alle armi;
3) l’entrata delle donne nel mondo del lavoro.
I contadini invece hanno potuto contare su:
1) il pieno impiego;
2) la possibilità di arricchirsi tramite il mercato nero;
3) la possibilità, vista la scarsezza di manodopera, di diventare operai.
Oltre a questo, nel dopoguerra si assiste anche ad una forte inflazione dovuta:
1) all’aumento di domanda dei beni;
2) al governo, che stampa carta moneta in eccesso;
3) ai pagamenti all’estero;
4) alla richiesta da parte dei salariati di maggiori retribuzioni.
Fino a quel momento lo stato si era riconosciuto in strutture liberali (unici oppositori erano stati cattolici e socialisti), ed esse, già divisesi prima della guerra in giolittiani ed interventisti, sono adesso sempre di più minacciate dal potere crescente di cattolici e socialisti.
I primi fondano il Partito Popolare Italiano (con a capo Don Sturzo), mentre i secondi godevano già prima della guerra dell’appoggio delle masse grazie alle loro posizioni anti-interventismo. Tra di essi prevale la corrente massimalista, che mira all’abbattimento del regime borghese in Italia.
Si verificano dunque in questo dopoguerra azioni bolscevizzanti, come scioperi ed occupazioni di terre.
I contadini del sud sono infatti abituati a lavorare seguendo le direttive dei padroni, mentre i mezzadri del centro lavorano in un clima di cooperazione. Entrambi, però, combattendo in trincea, sono entrati a contatto con nuove abitudini ed idee, specie di agitazione socialista.
La guerra è dunque stata un’occasione di miglioramento e presa di coscienza da parte delle masse e dei lavoratori nella difesa dei propri diritti.
Oltretutto il governo non ha nemmeno rispettato la promessa di concedere terre agli ex-combattenti.
Nel 1919 cade il Ministero Orlando, e al suo posto subentra il democratico Francesco Saverio Nitti.
L’impopolarità di Orlando era nata soprattutto in seguito agli avvenimenti della Conferenza di Parigi, nel corso della quale, vista l’impossibilità di rispettare il patto di Londra, Orlando aveva lasciato la Conferenza, sperando di ottenere, con questo suo gesto, ascolto da parte delle altre nazioni europee.
Ciò non era accaduto e l’assemblea aveva continuato a svolgersi anche senza l’Italia.
Era nato dunque nel paese il concetto di vittoria mutilata.
Proprio in quel periodo si era inasprita tra l’altro anche la questione di Fiume.
A questo riguardo, il suo successore Nitti decide, poiché la situazione si presenta estremamente spinosa, di comportarsi con condiscendenza. Per questo motivo non sono in pochi a considerarlo un codardo.
Fiume rappresenta infatti il simbolo delle rivendicazioni italiane.
Quando appare ormai prossima la decisione di assegnare Fiume alla Iugoslavia, Gabriele D'Annunzio si mette a capo di un contingente ed occupa la città.
Continuano intanto nel paese le agitazioni di carattere socialista.
Nasce un periodo noto come biennio rosso: al sud si sviluppa l’occupazione delle terre, mentre al nord cominciano le prime agitazioni socialiste.
Si assiste a scioperi ed occupazioni di fabbriche.
Gli ufficiali sono percossi dalla folla e il tricolore è sostituito dalla bandiera rossa.
Potere crescente acquistano anche le leghe, organizzazioni sindacali che controllano il collocamento della manodopera.
La minaccia di scioperi e boicottaggi fa sì che gli industriali assumano solo membri delle leghe.
Di fronte a tutto questo il governo Nitti è impotente: carabinieri e polizia non bastano e spesso si è costretti a tollerare le agitazioni.
Vengono dunque indette nuove elezioni.
Le elezioni si svolgono con:
1) suffragio universale;
2) sistema proporzionale (anziché uninominale).

Si ha un trionfo clamoroso di socialisti e popolari.
Cade quindi una volta per tutte la tradizione liberale, tanto che molti ritenevano che senza di essa lo stato sarebbe crollato. Comincia infatti un periodo di instabilità ministeriale.

Infatti per governare i liberali devono avere la collaborazione dei popolari e dei socialisti, cosa che essi non desiderano.
I popolari vogliono infatti un ministero le cui personalità siano espressione dei loro partiti (nasce la partitocrazia). I popolari, tra l’altro, non sono neanche compatti, divisi in conservatori e sindacalisti.
I socialisti invece hanno aderito al congresso di Bologna, nel corso della 3° Internazionale.
La corrente massimalista non può comunque tradursi in un partito a causa del gruppo riformista e della mancanza di un leader.
Nitti dunque si dimette e gli subentra Giolitti.

La nascita del Fascismo
Giolitti decide innanzi tutto di sbarazzarsi una volta per tutte della questione di Fiume.
Internamente al paese, invece, davanti alla minaccia dell'occupazione delle fabbriche, adotta un contegno passivo, sapendo che prima o poi i lavoratori cederanno.
E’ un periodo alquanto turbolento per i lavoratori, quello.
In quegli anni, a Torino, si è infatti formato un gruppo di estrema sinistra socialista che si riconosce nelle idee propugnate dal giornale diretto dal socialista Gramsci, “L’ordine nuovo”.
Gli industriali invece sono diventati intransigenti e si sono associati nella Confindustria.
La causa maggiore di scontro è il “rinnovo del contratto dei metallurgici”, che già da tempo protestano contro l’introduzione dell’ora legale.
Quando la Confindustria respinge le rivendicazioni dei lavoratori, l’Alfa Romeo di Milano chiude lo stabilimento e gli operai rispondono con l’occupazione delle fabbriche.
Frattanto, l’ala estremista del socialismo (capeggiata da Gramsci e Bordiga) diventa Partito Comunista Italiano al Congresso di Livorno.

Tra le altre cose, il deficit economico in Italia è ancora grande.
Per risanare le finanze, Giolitti introduce poi:
1) imposta sui profitti di guerra;
2) nominatività dei titoli azionari.
La borghesia, però, considera il non intervento nella questione degli scioperi di Giolitti un tradimento e nasce perciò l’idea che l’unico modo per tutelare i propri interessi sia farsi giustizia da soli.
Continuano ancora le agitazioni e presto si diffonde la convinzione che l’Italia si trovi alle porte della rivoluzione (come quella russa, solo che l’Italia non può contare né su un partito bolscevico come quello russo né su uomini come Lenin).
Nello stesso periodo rientra in scena anche Benito Mussolini, che già prima della guerra era stato una figura di spicco del socialismo italiano.
Il suo scopo è quello di trovare un’occasione che consenta al suo giornale, il “Popolo d'Italia”, di inserirsi nella politica italiana.
Egli è contrario a coloro che ritengono l’avvento del socialismo la pacifica conseguenza dell’evoluzione storica.
Mussolini ha infatti una visione attivistica della vita: la sua politica vorrebbe compromettere la società borghese con la rivoluzione e non con l’evoluzione.
Mussolini fonda dunque i Fasci di combattimento (Milano, Piazza S. Sepolcro, 23 marzo 1919).
Inizialmente il suo programma risulta essere:
1) Anti-capitalista;
2) Anti-clericale;
3) Anti-monarchico;
4) Nazionalista.
Il suo programma, in altre parole, prevede la Repubblica, l’affidamento delle terre incolte agli ex-combattenti, la laicità dell’istruzione e il sequestro dei beni alle congregazioni religiose.
Insieme ai fasci nascono anche le squadre d'azione, che indossano la camicia nera (utilizzata dagli arditi) e che assaltano le organizzazioni socialiste e statali, ovvero organizzano spedizioni punitive, finanziate dagli agrari del nord.
Le squadre si rilevarono particolarmente accese in Emilia e in Toscana, dove forte è il contrasto fra proprietari e contadini.
Inizialmente sono in pochi ad appoggiare Mussolini, che ottiene infatti pochi voti alle elezioni del 1919. Tutto cambia però in poco tempo negli anni seguenti.
Mussolini inizia infatti a difendere la proprietà privata dalla minaccia socialista, e nello stesso tempo vuole portare un regime autoritario che ripristini l’ordine tradizionale.
Gli agrari prima, e gli industriali poi, che non perdonano a Giolitti l’atteggiamento condiscendente e la politica fiscale, appoggiano dunque il fascismo. Allo stesso modo anche alcuni socialisti, sindacalisti ed ex-combattenti, che vedono in lui la possibilità di reinserirsi nella società e riacquistare prestigio. Assieme a questi si uniscono ben presto uomini di sinistra, uomini disgustati dal biennio rosso, conservatori e persino monarchici, insofferenti per il moderatismo dei ministri e la debolezza della guardia regia.
Giolitti si augura che fascisti e popolari-socialisti si strangolino a vicenda, e forte di queste idee indice nuove elezioni, contando anche sui buoni risultati ottenuti dal suo ministero in ambito di politica estera.
L’anno prima infatti, il 20 novembre 1920, con il Trattato di Rapallo tra l’Italia e la Iugoslavia, si era conclusa finalmente la questione di Fiume.
Quasi tutta l’Istria è infatti italiana, tranne Fiume, che è città libera. Dopo vari scontri e resistenze a cui parteciperà anche il letterato Gabriele D'Annunzio (come il Natale di sangue) la città viene finalmente annessa al territorio italiano.
A tutto questo Mussolini non aveva comunque preso parte, sebbene condividesse la causa, sia perché preoccupato dalla crescente popolarità di D’Annunzio, sia per non compromettere i suoi rapporti con Giolitti, con il quale era sua intenzione intraprendere accordi.
Contrariamente alle previsioni di Giolitti, però, alle elezioni sia i popolari che i socialisti ottengono invece tantissimi seggi.
Giolitti si dimette dunque nel maggio del 1921.
Nello stesso anno, pur sconfitto alle elezioni, appare ormai chiaro che il fascismo sia diventato un vero e proprio partito.

La conquista fascista dello Stato
Al governo arrivano Bonomi (socialista riformista) e Facta (giolittiano).
Intanto le squadre fasciste dilagano, uccidendo e bastonando, incendiando e devastando, senza alcuna opposizione da parte delle autorità.
I socialisti chiedono la soppressione dello squadrismo ed indicono uno sciopero regionale legalitario per protesta.
Ma i socialisti sono ormai deboli e divisi in massimalisti (tra cui Menotti Serrati) e legalitari (come Matteotti), mentre i fascisti sono ormai ben organizzati in un partito.
Mussolini indice la marcia su Roma al comando di un quadriumvirato con De Bono, De Vecchi, Italo Balbo e Michele Bianchi.
Ci si può chiedere il perché di una simile decisione. Il fatto è che per la prima volta Mussolini teme che il fascismo possa sfuggirgli di mano e diventare un semplice movimento a servizio della borghesia. Il suo scopo è invece quello di dare all’Italia una svolta innovativa, dalla quale vuole eliminare però i socialisti e i fascisti più radicali.
Ma i RAS (i capi dello squadrismo) si ribellano. Anche i socialisti non sono favorevoli a questa sua visione. Non resta dunque che un atto estremo (il fatto compiuto).
Facta cerca allora di fermarli, presentando al re un decreto dello stato d’assedio.
Il re non lo firma (sebbene non se ne sappiano ancora i motivi), e anzi chiama Mussolini (con il famoso telegramma del generale Cittadini) per formare un nuovo governo.
Mussolini forma dunque un governo misto e nel contempo:
1) propone la fine dello squadrismo;
2) annulla il programma fiscale di Giolitti;
3) trasforma lo stato in senso autoritario;
4) trasforma le squadre d’azione in Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Manovra questa che comunque non annullerà le violenze.
5) sottopone la stampa a censura ed indebolisce i partiti d’opposizione e le organizzazioni sindacali;
6) crea il Gran Consiglio del Fascismo e si autonomina Duce.
Oltre a questo, vengono attuate altre grandi innovazioni in campo economico.
Il ministro De Stefani, ad esempio, revoca il blocco dei fitti ed incoraggia l’edilizia abitativa.
Nello stesso tempo si cerca anche di diminuire i deficit e di pareggiare il pubblico bilancio.
Si cerca inoltre di valorizzare il più possibile le risorse del paese con maggiori investimenti.
I risultati non mancano ad arrivare:
1) il bilancio va in pareggio;
2) cala la disoccupazione;
3) aumenta la produzione.
Nonostante questo, gli industriali sono ancora dubbiosi riguardo al fascismo e temono per la loro libertà d’impresa.
Ad ogni modo, nel 1923 c’è il Trattato di Palazzo Chigi, in cui la Confindustria ed i sindacati fascisti si impegnano ad armonizzare la loro azione con direttive statali.
Intanto Mussolini sa che l’unico modo per farsi accettare dall’opinione pubblica è quello di far diventare il suo partito legalitario.
Non è un’impresa facile, anche a causa delle teste calde presenti nel suo partito.
Ecco il perché dell’introduzione del Gran Consiglio (che controlla i sindacati fascisti) e della Milizia Volontaria.
Abbiamo detto che toglie anche potere ai partiti d’opposizione quali liberali, popolari e democratici. Essi sono infatti deboli e privi di organizzazione.
Il duce comincia dunque ad attrarre un numero crescente di sostenitori.
Nel 1924, credendosi Mussolini ormai sicuro di un forte consenso popolare, indice nuove elezioni, che prevedono di assegnare 2/3 dei seggi ad una lista nazionale, comprendente fascisti, nazionalisti e pochi liberali.
Le elezioni si svolgono in un clima di sanguinose violenze fasciste.
Giacomo Matteotti, che denuncia al parlamento queste illegalità, viene ucciso dai fascisti, generando così per tutto il paese un’ondata di sdegno.
L’opposizione (formata dai liberali di Amendola, dai popolari di De Gasperi, dai repubblicani e dai socialisti) si ritira con la secessione dell'Aventino, accusando il governo di complicità nel delitto.
A questo punto sembra che basti poco per riottenere il potere.
Ma il 3 gennaio 1925 Mussolini, in un discorso pubblico, annuncia che “si prende la responsabilità politica, morale e storica dell’accaduto”. Da questo momento in poi può considerarsi soppresso il regime liberale: è nato il Regime Fascista.
Le misure prese dal nuovo regime sono:
1) sciogliere tutti i partiti;
2) sopprimere la liberà di stampa, di parola e di riunione;
3) creare il Tribunale speciale per la difesa dello Stato;
4) introdurre la pena di morte e la facoltà di mandare al confino senza processo i nemici del regime o allontanarli dalla vita politica (questa è la sorte di Gramsci, Nitti, Sturzo, Turati e molti altri ancora).

Il regime fascista
Anche se il re resta il capo dello stato, e Mussolini è invece quello del governo, è in realtà quest’ultimo a detenere il potere.
I fascisti controllano ogni aspetto della vita italiana (l’appartenenza al fascismo è infatti indispensabile per assolvere cariche pubbliche così come per trovare ogni altro tipo di impiego).
Alle elezioni viene poi tolta ogni possibilità di presentare liste diverse da quella fascista.

Si istituisce la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Si aboliscono anche gli organi elettivi (e i podestà subentrano al posto dei sindaci), mentre la gioventù viene inserita in organizzazioni fasciste di carattere militare, come l’Opera Nazionale Balilla (che diventerà poi Gioventù italiana del littorio).
Fascista diviene pure la cultura.
In campo religioso si assiste alla conciliazione tra stato e Chiesa, tramite i Patti Lateranensi.
Con essi Città del Vaticano e il governo italiano si riconoscono a vicenda. Inoltre si dà valore civile al matrimonio religioso ed è introdotta la religione nelle scuole.
Si assiste dunque ad un trasformismo da parte del fascismo: avendo abbandonato l’atteggiamento anti-clericale, Mussolini comincia ben presto ad avere anche l’appoggio dei popolari.
In campo economico, invece, si introduce il sistema corporativo: gli operai sono raggruppati in sindacati fascisti e i datori di lavoro in Confederazioni Nazionali.
I lavoratori di uno stesso ramo sono invece riuniti in Corporazioni.
A differenza del regime liberale, si cerca di eliminare la concorrenza, e, a differenza del socialismo, viene vietato lo sciopero e le divergenze vengono risolte dalla Magistratura del Lavoro.
Il protezionismo si inasprisce talmente da diventare autarchia: all’interno del paese deve essere prodotto ogni tipo di merce e gli scambi con l’estero vengono ridotti al minimo.
Tale politica rafforza le grandi industrie, ma priva i lavoratori di migliori condizioni.
In questo periodo (1927) si stabilizza la lira, che viene fissata ad una quota –rispetto alla sterlina (quota 90), assai alta, per motivi politici.
Avviene ben presto la battaglia del grano: in Italia si deve produrre tutto il grano necessario per il paese. Per aumentare le zone coltivabili vengono dunque compiute grandi opere di bonifica, come quelle nelle paludi pontine.
Si scoraggiano le emigrazioni e si favorisce la crescita demografica.

L'antifascismo
Dopo l’esilio, molti politici ricostruiscono i loro partiti all’estero, specie in Francia.
Nasce quindi la concentrazione Antifascista.
Carlo Rosselli fonda tra l’altro a Parigi il movimento Giustizia e Libertà, di idee liberal-socialiste.
Sempre in Francia, lui e suo fratello Nello vengono successivamente assassinati.
La concentrazione antifascista in Francia termina nel 1934, quando i vari partiti riprendono autonomia (ad esempio i socialisti, riunificando le due correnti, formano con i comunisti il Patto di unità nazionale).
Un altro gruppo anti-fascista sono gli anarchici (che tra l’altro non mancano di attentare alla vita di Mussolini), tra i quali vi è Lauro Bosis che, in volo su Roma, sparge volantini antifascisti.

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