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1800 - Dai moti al Risorgimento

I moti degli anni 30

Le tre giornate gloriose
Nel 1814 Luigi XVIII concesse una carta costituzionale ispirata al modello bicamerale inglese che manteneva la legislazione civile e penale napoleonica.
Alla morte di Luigi (1824) arrivò Carlo X, sostenitore della destra reazionaria.
Egli tentò subito di ristabilire un assolutismo monarchico, restituendo inoltre tutti i privilegi alla nobiltà ed al clero. La borghesia liberale manifestò il proprio dissenso nelle elezioni del 1827 in cui l’opposizione conquistò la maggioranza del parlamento.
Di conseguenza il sovrano sciolse l’assemblea parlamentare e la convocazione di nuove elezioni, ma venne sconfitto nuovamente dall’opposizione. Così organizzò un colpo di Stato
Il 25 luglio vennero emanate quattro ordinanze che:

- scioglievano la camera appena eletta;
- istituivano un rigido controllo sulla stampa;
- modificavano la legge elettorale riducendo il numero dei votanti;
- indicevano nuove elezioni.
Il popolo parigino allora scese in piazza scontrandosi con le truppe regie dal 27 al 29 luglio 1830 - tre giornate gloriose.
Dopo il successo di questa rivolta la corona passo al cugino di Carlo X, Luigi Filippo D’Orléans (sovrano con orientamenti liberali).
Filippo fu proclamato re dei francesi secondo la volontà della nazione. Per ultima cosa fu approvata la Costituzione la quale assegnava al parlamento maggiori poteri di controllo sull’operato del governo.

La nascita del Belgio
Il congresso di Vienna aveva unito Belgio e Olanda nel Regno dei Paesi Bassi.
Nel 1830 in Belgio scoppiò una rivolta indipendista. L’Olanda chiese l’aiuto delle grandi potenze, ma Francia e Gran Bretagna rifiutarono di intervenire e riconobbero l’indipendenza del Belgio, che si costituì in un regno.

La sconfitta
Nel centro Italia (Emilia, Toscana e Stato Pontificio) una rivolta nel 1831 creò un Governo Provvisorio delle Provincie Unite. La Francia, ormai contraria ad interventi al di fuori dei propri confini, rifiutò di sostenere gli insorti. Furono le truppe austriache a reprimere la rivolta.

L’indipendenza dell’America Latina
L’america Latina era divisa tra Europa e America. Durante l’età della restaurazione, l’America latina ottenne l’indipendenza dal dominio spagnolo e portoghese. Le principali cause interne furono:

- minoranze dei Creoli;
- maggioranza di Indios e di neri;
- Stato intermedio dei Meticci.
Le cause esterne furono:
- declino della potenza militare e commerciale spagnola;
- crisi del sistema della Santa Alleanza. Londra impedì alle potenze europee di intervenire in Sud America;
- la difesa degli Stati Uniti a qualunque ingerenza europea nel nuovo continente.

La formazione degli stati sudamericani
Tra il 1809 e il 1812 fu l'apogeo di Napoleone. Approfittando della difficile situazione che stava vivendo la Spagna con Napoleone, scoppiarono le prime rivolte, ma furono comunque represse dalla monarchia spagnola.
Intanto l’opposizione creola alla madrepatria aumentava e negli anni 30 insorsero nelle principali città.
Questo causò la guerra civile tra indipendentisti e peninsulari fedeli alla monarchia borbonica.
La Spagna inviò le sue truppe solo nel 1815.
Negli anni '20 Argentina, Perù, Paraguay, Brasile ecc. raggiunsero l’indipendenza grazie anche alle figure eroiche come Simon Bolivar e Josè De San Martin.

Un continente politicamente diviso
Dopo l’indipendenza si vennero a creare piccoli Stati poco popolati e indeboliti dalla lunga guerra. Quasi tutti ebbero costituzioni democratico - repubblicane destinate però ad essere indebolite da colpi di stato autoritari. Il potere era conteso tra i caudillos. Poiché l’economia era agricola e rivolta all’esportazione, il continente continuò dipendere dalle potenze straniere. Solo a fine 800, con i regimi autoritari, iniziò l’industrializzazione seguita da una forte instabilità politica con continue rivoluzioni.

L’arretratezza dell’Italia

L’arretratezza dell’agricoltura
Intorno alla metà dell’800 in Italia, come negli altri paesi d’Europa, si era verificato un aumento demografico. Ma rispetto agli altri paesi, l’Italia rimaneva comunque arretrata. La maggior parte della popolazione italiana era impegnata nel settore primario, tralasciando lo sviluppo del settore secondario cioè delle industrie.
L’agricoltura italiana era prevalentemente estensiva. Quella intensiva (tipica di piccoli appezzamenti di terreno) era poco praticata nella Pianura Padana.
In Toscana si praticava ancora la mezzadria: i terreni appartenenti ad un solo proprietario erano divisi in poderi in cui si coltivavano diversi generi. Ogni podere era affidato ad una famiglia di contadini, metà del raccolto andava al proprietario mentre l’altra metà alla famiglia che lo coltivava. Nel '300 la mezzadria era un’ottima soluzione poiché il contadino era stimolato a produrre di più, mentre nell’800 i mezzadri non avevano le possibilità economiche necessarie per modernizzare le coltivazioni.
Nel Centro e nel Sud il terreno era molto fertile e l'agricoltura estensiva rese molto poco poiché si lasciava riposare il terreno per un anno. Tra il 700 e la metà dell’800 erano però aumentate le produzioni di prodotti mediterranei, i quali venivano anche asportati all’estero.

Una produzione ancora preindustriale
A metà '800 le industrie di piccole dimensioni operavano soprattutto in ambito tessile, siderurgico e meccanico. Solitamente sorgevano lunghi corsi d’acqua per sfruttarne la forza motrice. Non si era formato un proletariato industriale poiché gli operai erano contadini che lavoravano nell’industria solo quando avevano del tempo libero e non dovevano badare alla terra. Il settore più sviluppato era quello tessile dove si lavoravano seta, lana e cotone.

L’industrie siderurgiche e meccaniche erano in estremo ritardo.

Perché l’Italia era così arretrata?
Le condizione di vita dei cittadini non erano migliorate rispetto al '600. L’alimentazione era molto povera e si basava essenzialmente sul consumo di farinacei come polenta e grano. Erano diffuse infatti malattie come la pellagra dovuta alla mancanza di vitamine e a causa di vaste zone paludose anche la malaria era diffusa. Scarse condizioni igieniche favorirono il diffondersi di epidemie.
L’arretratezza dell’Italia era però più evidente in campo industriale.
Infatti il paese:
- non disponeva di materie prime come ferro e carbone;
- la rete viaria era poco sviluppata;
- gli stati italiani investivano poco sullo sviluppo economico;
- le banche non sostenevano lo sviluppo agricolo ed industriale;
- mancavano gli investimenti da parte di persone disposte a rischiare;
- il reddito procapite era basso e prevaleva l’autoconsumo.
Questa situazione era aggravata dalla divisione politica dell’Italia in vari stati, ognuno dei quali aveva la sua moneta, i suoi dazi, le sue tasse e le sue leggi. Ciò era di ostacolo al decollo della rivoluzione industriale.

Il dibattito risorgimentale
Il movimento risorgimentale

In Italia si stava diffondendo un'idea di unità nazionale.
Il processo che portò alla formazione di un unico stato italiano fu definito dalla politica del tempo: Risorgimento.

A diffondere questa idea contribuì il dibattito risorgimentale. Due furono i principali schieramenti che si contrapposero:
- moderato - destra risorgimentale (Cavour) - I moderati volevano coinvolgere i sovrani e volevano procedere gradualmente nell’unificazione dell’Italia.
- Democratico - sinistra risorgimentale (Mazzini) - I democratici diffidavano sull’affidabilità del sovrani, infatti volevano coinvolgere il popolo facendo diventare così il nuovo stato italiano una vera e propria repubblica.

La repubblica democratica di Mazzini
Giuseppe Mazzini (1805 – 1872). Nato a Genova da una famiglia agiata, fin dalla giovinezza si avvicinò alle idee patriottiche e democratiche. Si iscrisse alla carboneria, ma nel 1830 venne arrestato e venne esiliato a Marsiglia dove entrò in contatto con altri esuli come Filippo Buonarroti e il piemontese Carlo Bianco Saint-Jorioz. Scrisse un saggio in cui si sosteneva la necessità di applicare al caso italiano il modello spagnolo della rivolta popolare contro Napoleone. In seguito ai fallimenti dei moti degli anni '20 e degli anni '30, Mazzini si accorse che la Carboneria ormai era stata superata, così nel 1831 fondò una nuova organizzazione politica: La Giovine Italiana. L'obbiettivo era unire il paese liberandolo dal governo dispotico dei sovrani.

Italia: un solo stato, libero, indipendente e repubblicano
Il metodo da seguire era quello dell’insurrezione, ma prima occorreva una vasta opera di propaganda che rendesse noti gli scopi ed educasse il popolo alla rivolta.
La diffusione di questo nuovo partito fu piuttosto ampia. La maggior parte degli aderenti erano socialmente concentrati nelle classi medie e popolari urbane. Aderì alla Giovine Italia anche Giuseppe Garibaldi, che in seguito però si distanziò della posizioni più radicali di Mazzini.

Dio e popolo
Mazzini aveva una visione della vita lontana dalla religione cristiana. Ma l’individuo è naturalmente portato a tendere verso l’infinito, inserendo l’elemento divino e se stesso in quell’entità collettiva rappresentata dal popolo. Inoltre Mazzini sosteneva l principio dell’associazionismo e criticava l’individualismo settecentesco. L’individuo per raggiungere la libertà doveva unirsi alla famiglia che a sua volta faceva parte della nazione e l’insieme di nazioni dà vita all’umanità.

Pensiero e azione
Mazzini non condivideva il principio Marxiano della lotta di classe poiché rompeva l’unita spirituale del popolo. Per Mazzini occorreva pensare, ma anche agire, da qui il binomio “pensiero e azione”.
Tutte le insurrezioni che si tentarono il quell’anno fallirono:
- nel 1833 Regno di Sardegna;
- 1834 Savoia e Genova;
- 1844 Calabria per opera di Attilio ed Emilio Bandiera (componenti della Giovine Italia);
- 1843 e nel 1845 Stato Pontificio e Romagna.
In seguito a questi fallimenti Mazzini venne accusato dai moderati di influenzare la gioventù italiana spingendola al sacrificio.

La repubblica federale di Cattaneo
Vicino a Mazzini, a sperare nell’avvento di una repubblica in Italia, vi era Carlo Cattaneo. A differenza di Mazzini , Cattaneo riteneva assurdo il discorso sullo spiritualismo e soprattutto non condivideva l’obbiettivo di costruire uno stato centralizzato, visione autoritaria. Cattaneo puntava ad una repubblica federale, solo così si sarebbe ottenuta la libertà tra i diversi popoli.
Cattaneo guardava come modello gli Stati Uniti e la Svizzera.
Secondo Cattaneo i metodi per arrivare ad una repubblica federale erano le riforme politiche ed economiche. L’Italia federale avrebbe fatto parte poi in un secondo momento ad una confederazione più grande come “Gli Stati Uniti d’Europa”.

Il neoguelfismo di Gioberti
All’interno dello schieramento moderato c'era una visione federale sostenuta dal sacerdote Vincenzo Gioberti.
Egli auspicò la costituzione di una confederazione tra stati italiani presieduta dal Papa e sostenuta dalla forza delle armi del regno di Sardegna.

Il moderatismo filo - sabaudo
Cesare Balbo, considerando la presenza austriaca in Italia, riteneva che l’azione diplomatica piemontese avrebbe potuto dirottare gli interessi austriaci verso i Balcani e permettere la nascita di una confederazione italiana sotto i Savoia.
Secondo Massimo D’Azeglio (Primo ministro del regno di Sardegna) la causa nazionale andava risolta con la diplomazia e con le armi di casa Savoia, ma non con le insurrezioni!
Solo Camillo Benso, conte di Cavour seppe individuare in concreto la via per giungere all’unità d’Italia.

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