Nel corso del 1922 a Mussolini e agli altri dirigenti del fascismo si pone un problema decisivo; infatti la situazione di illegalità e di tensione conflittuale, alimentata dalle incessanti aggressioni delle squadre fasciste non può durare ancora a lungo, alla fine del 1921 e nel corso del 1922 anche settori dell'opinione pubblica favorevoli al fascismo cominciano a palesare qualche perplessità nei confronti di un partito che fa della violenza privata uno strumento sistematico di azione politica. D'altro canto questo tipo di intervento non sembra neanche più giustificato dalla situazione complessiva. Gli scioperi sono diminuiti fin quasi a cessare. Per di più nel corso di questo periodo il Psi ha continuato a subire scissioni che ne hanno di molto indebolito la forza, la prima scissione è quella del 1921 che ha dato vita al Pcd'l, la seconda è quella dei primi di ottobre del 1922 che vede i socialisti riformisti guidati da Turati e da Giacomo Matteotti (1885-1924), uscire dal Psi per fondere il nuovo Partito socialista unitaria (Psu). Questa seconda scissione indebolisce molto la sinistra e apre nuovi scenari. Nel Psi restano i massimalisti che comunque in tutto il periodo precedente hanno mostrato una singolare dissociazione politica: secondo una retorica verbale rivoluzionaria non sono mai stati in grado di far seguire atti politici coerenti e adesso che si trovano stretti tra un socialismo riformista e una sinistra comunista stentano ancora di più a trovare una loro chiara linea politica. Anche il Psu d'altro canto, che ha. Un orientamento molto moderato e rispettoso del gioco parlamentare, potrebbe essere incluso in nuove formule di alleanze politiche che potrebbe allargare la maggioranza parlamentare che appoggia i governi liberali. In altre parole parole una minaccia di una rivoluzione bolscevica sta perdendo consistenza mente si stanno ponendo le premesse per un possibile ritorno a una normalità che potrebbe stabilizzare il sistema politico italiano. Per i fascisti non c'è molto tempo da perdere se vogliono mantenersi al centro della vita politica. È così che il capo del Pnf, Mussolini, insieme con altri dirigenti più importanti del fascismo, decide che è arrivato il momento di realizzare una marcia su Roma: l'idea è di far convergere le squadre d'azione a Roma facendole muovere da varie parti d'Italia, dopo aver occupato uffici postali, telegrafi e prefetture in alcune importanti città in modo da obbligare alle dimissioni il governo in carica guidati da Facta e costringere il re a dare a Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo. Si tratta di un vero e proprio progetto di colpo di Stato che viene messo in atto il 27-28 ottobre 1922.

Sarebbe stato facile bloccare le camice nere fasciste che si stanno dirigendo a Roma infatti basterebbe che il re, Vittorio Emanuele III proclamasse lo stato d'assedio perché l'esercito venisse mobilitato contro i rivoltosi. Ma il re decide di non firmare il decreto che proclama lo stato d'assedio che pure il presidente del Consiglio Facta gli ha presentato. Forse decisione del re è motivata dal desiderio di evitare un nuovo spargimento di sangue. Comunque sta di fatto che i fascisti possono entrare indisturbati a Roma.

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