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Nell'instabile clima politico degli anni 80-90 si svolse, in seguito a un vasto scandalo finanziario, Mani pulite, un'indagine giudiziaria contro la corruzione del mondo politico condotta a livello nazionale in Italia. Le conseguenze legate all'indagine contribuirono alla fine della cosiddetta Prima Repubblica e alla scomparsa dei principali partiti di governo, come la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Socialista Italiano (PSI). "Tangentopoli" ebbe inizio il 17 febbraio 1992, quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti la cattura di Mario Chiesa, un membro del PSI, candidato sindaco a Milano: come racconta Enzo Biagi, ne "Era ieri" uno dei testi di maggior importanza scritto sull'argomento, "lo pescano mentre ha appena intascato una bustarella di sette milioni, la metà del pattuito, dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, deve versare il suo obolo, il 10 per cento dell'appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni.". Fu l'inizio della sua prima inchiesta: Mani pulite. Le notizie della corruzione in politica cominciarono ad essere pubblicate dai giornali. Il leader del Psi, primo ad essere colpito dall'inchiesta, Bettino Craxi negò subito l'esistenza di corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un mariuolo, una "scheggia impazzita" dell'altrimenti integro Partito Socialista. Nell'aprile 1992 le indagini, iniziate a Milano, si propagarono velocemente ad altre città, grazie alle confessioni degli arrestati e molti industriali e politici, specialmente della maggioranza ma anche dell'opposizione, furono arrestati con l'accusa di corruzione. Una situazione grottesca accadde quando un politico socialista confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che erano arrivati a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per notificargli una multa.
Il 2 settembre 1992, il politico socialista Sergio Moroni, accusato di corruzione, si uccise. Lasciò una lettera in cui si dichiarava colpevole, dichiarando che i crimini non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti.Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini fu la diffusa tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di loro si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora. Nelle elezioni locali di dicembre, la DC perse metà dei voti. Craxi, dopo aver ricevuto tanti avvisi di garanzia, inerenti anche reati di corruzione, rassegnò in febbraio le dimissioni da segretario del Psi.Nelle nuove elezioni amministrative del 6 giugno 1993 la DC perse nuovamente metà dei voti, e il Partito Socialista praticamente sparì. La Lega Nord divenne la maggior forza politica dell'Italia settentrionale. L'opposizione di sinistra si avvicinò alla maggioranza, ma mancava ancora di unità e di leadership.
Il 5 marzo 1993, il governo presieduto da Giuliano Amato, e in particolare il Ministro della Giustizia Luigi Conso, cercarono di trovare una "soluzione politica" con una nuova legge sul finanziamento dei partiti: il decreto Conso, che fu definito criticamente "il colpo di spugna", il quale prevedeva la rimozione delle pene per molti crimini e introduceva al loro posto piccole infrazioni civili; il risultato sarebbe stato una sorta di amnistia per la maggior parte delle accuse di corruzione. Tra l'indignazione della gente e sollevazioni a livello nazionale, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiutò di firmare la legge, definendola incostituzionale.
Durante il governo di Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d'Italia, le indagini su Craxi furono bloccate dal Parlamento: ad aprile la Camera dei deputati negò la autorizzazione a procedere per Craxi. Quattro ministri del governo, pur essendo in carica da soli tre giorni, diedero le dimissioni per protesta il 29 Aprile: tra di loro c'era Francesco Rutelli, Ministro dell'Ambiente.
A metà marzo fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI): questo scandalo si risolse tragicamente quando, il 20 luglio 1993, l'ex-presidente dell'ENI, Gabriele Cagliari, si uccise in carcere. In seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali.
Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani il quale era accusato di crimini collegati ad una joint venture (accordo di collaborazione con cui due o più imprese mantenendo la propria indipendenza giuridica necessitano di collaborare per la realizzazione di un progetto di natura industriale o commerciale e che vede l'utilizzo sinergico delle risorse portate dalle singole imprese partecipanti ma anche un’equa suddivisione dei rischi legati all’investimento) tra ENI e Montedison (più antica industria di energia in Italia, Montecatini Edison Spa), chiamata Enimont. Il processo fu diffuso sulla televisione nazionale, e fu una specie di passerella di vecchi politici messi a confronto con le loro responsabilità. Anche se Cusani non era una figura di primo piano, il fatto che i crimini di cui era accusato fossero collegati all'affare Enimont coinvolse come testimoni molti politici di primo piano. Il culmine del processo Cusani fu quando l'ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente "Non ricordo"; nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e non si rese conto della saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali. La sua difesa fu "lo facevano tutti". Persino la Lega Nord fu coinvolta nel processo; il suo segretario Umberto Bossi e l'ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali. Anche il Partito Comunista Italiano fu accusato di corruzione, ma non fu possibile provare chi avesse commesso i fatti: in proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro affermò che non si fece tutto il possibile per individuare i responsabili del Partito Comunista che avrebbero commesso i reati di corruzione.
In marzo, quando Di Pietro richiese una rogatoria internazionale ad Hong Kong sui conti di Craxi, ricevette contemporaneamente un messaggio dalla Falange armata: «a Di Pietro uccideremo il figlio».
In giugno Aldo Brancher è il primo manager Fininvest ad essere arrestato per tangenti.
Il 12 luglio Silvio Berlusconi invia un fax a Il Giornale, di cui è proprietario, ordinando di attaccare i magistrati del pool; ma Federico Orlando e Indro Montanelli si rifiutarono.
Vennero creati anche dossier e indagini contro il pool di magistrati protagonisti dell'indagine: il 17 luglio, Il Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, pubblica un dossier sulle presunte malefatte di Di Pietro (che verrà riproposto nel 1997); il Gico di Firenze (il Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) raccolse fuori verbale le confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle ipotetiche coperture offerte alla mafia dell'Autoparco dai pubblici ministeri Di Pietro, Spataro, Di Maggio e Nobili. Il processo Autoparco dimostrerà che l'indagine del Gico era costruita sul nulla.
Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica:
il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò.
Il 21 aprile 1994, 80 uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e 300 personalità dell'industria furono accusate di corruzione. Alcuni giorni dopo, il segretario della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale.

Nel 1994, Silvio Berlusconi entrò impetuosamente in politica e vinse le elezioni.
Il 13 luglio 1994, il governo Berlusconi promulgò un decreto legge (c.d. "decreto Biondi") che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione. Sempre secondo i detrattori del premier, la tempistica di questa legge fu accuratamente studiata in modo che coincidesse con lo svolgimento dei mondiali di calcio negli Usa, e in particolare con la vittoria dell'Italia contro la Bulgaria, passando così in secondo piano rispetto all'opinione pubblica. Ciò non bastò, ma alimentò nuove voci di protesta contro il sistema politico. Le immagini di Francesco De Lorenzo, ex Ministro della Sanità accusato di furto di denaro dagli ospedali, ebbe comunque un grande effetto sul pubblico.

Solo pochi giorni prima, i poliziotti arrestati avevano parlato di corruzione nella Fininvest, la maggiore delle proprietà della famiglia Berlusconi. La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello stato, incluso il "decreto Biondi", ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo quindi di essere riassegnati ad altri incarichi.
Forse perché il governo non poteva permettersi di essere visto come un avversario del popolare pool di giudici, il decreto fu frettolosamente ritirato; si parlò in effetti di un "malinteso", e lo stesso Ministro dell'Interno Roberto Maroni (Lega Nord) sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo. Anche se il ministro della giustizia era Alfredo Biondi, molti sospettarono che il decreto fosse stato scritto da Cesare Previti, un avvocato della Fininvest di Berlusconi. Non vi è tuttavia alcuna prova a sostegno di tale affermazione.
Il 28 luglio, il fratello di Berlusconi fu arrestato e subito rilasciato.
Cominciò a questo punto quella che è stata definita come la "battaglia tra Berlusconi e Di Pietro". Da una parte le indagini giudiziarie sulle aziende di Berlusconi, dall'altra il governo che mandava "ispettori" negli uffici dei giudici milanesi, alla ricerca di irregolarità formali. Questa tattica, insieme al contributo di media che sostenevano il premier e la sua azione nei confronti dei magistrati, contribuì secondo alcuni a creare una situazione che in altri contesti si definirebbe FUD (Fear, Uncertainty and Doubt, "paura, incertezza e dubbio"). La battaglia fu senza vincitori: il 6 dicembre Di Pietro si dimise dalla magistratura e due settimane dopo il governo si dimise, alla vigilia di un voto di fiducia critico in Parlamento che avrebbe potuto avere un esito sfavorevole a Berlusconi.
Nel 1995 furono avviate molte indagini contro Di Pietro, il quale anni dopo fu assolto da tutte le accuse, mentre su Berlusconi vennero formulate altre accuse di corruzione. Si scoprì poi che il principale accusatore di Di Pietro, il magistrato bresciano Fabio Salamone, era il fratello di un uomo contro il quale lo stesso Di Pietro aveva sostenuto l'accusa, e che era stato condannato a 18 mesi di carcere per vari reati di corruzione. Ci volle comunque del tempo prima che le autorità se ne rendessero conto, e riassegnassero Salamone ad altri incarichi. I sottufficiali dei carabinieri Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia vennero condannati per calunnia nei confronti di Di Pietro, ma i presunti mandanti restarono ignoti alla giustizia.
Dopo essere stato prosciolto, Di Pietro iniziò la sua carriera politica, cosa che precedentemente aveva escluso dicendo che non voleva sfruttare la sua popolarità, guadagnata compiendo quello che secondo lui era solo il suo dovere. Il movimento da lui fondato, l'Italia dei Valori, è tuttora attivo e, pur essendo indipendente e con diverse sfumature, nelle competizioni elettorali si è quasi sempre schierato con le principali coalizioni di sinistra susseguitesi negli anni.
Dopo il 1994, il rischio che i processi venissero cancellati a causa della prescrizione divenne molto concreto, e la cosa era chiara sia ai giudici che ai politici. Questi ultimi (senza distinzioni tra la coalizione di Berlusconi e l'Ulivo, specialmente sotto la leadership di Massimo D'Alema) ignorarono le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti, e promulgarono leggi che, secondo molti critici, resero i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti, e soggetti a prescrizione più rapida.
Nel 1998 Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evitò il carcere grazie all'intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati erano all'opposizione. Craxi invece accumulò diversi anni di condanne definitive, e scelse la contumacia - secondo i suoi sostenitori, l'esilio volontario - ad Hammamet in Tunisia, dove risiedette dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000.
Dopo la vittoria di Berlusconi nelle elezioni politiche del 2001, l'atteggiamento dei media e dell'opinione pubblica nei confronti dei giudici si presentava molto diversa da quella dell'epoca di Mani pulite: non solo criticarono apertamente i giudici per il loro operato nell'inchiesta, ma divennero sempre più rare in televisione opinioni favorevoli al pool di Milano. Ovviamente, in molti sospettarono che questa inversione di marcia fosse legata al potere mediatico di Berlusconi. Persino Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, si sbilanciò mostrando in parlamento una corda da impiccagione a denuncia di quello che evidentemente considerava un atteggiamento giustizialista della giustizia (alla quale poco tempo prima aveva comunque plaudito per la "distruzione" del sistema politico tradizionale). Ancora oggi ci sono occasionali frizioni tra la Lega Nord e gli ex Democristiani ed ex Socialisti nella coalizione di Berlusconi.

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