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La nuova Italia e la Destra

I 15 anni successivi all’Unità d’Italia, sono ricordati come il periodo della Destra storica. Gli uomini della destra, erano espressione dell’aristocrazia e della borghesia liberale moderata del centro-nord, cioè del ceto sociale e politico che aveva guidato il processo di unificazione nazionale e che si trovava ora a dovere affrontare grandi problemi, primo fa questi, il completamento dell’unificazione, cui mancavano ancora il Veneto e il Friuli, sotto il dominio austriaco, e Roma, soggetta al potere temporale del papa.

Completare l’unità non significava solo portare i confini politici dello stato a coincidere con quelli geografici della penisola, ma anche risolvere un problema di stabilità politica. La questione del Veneto fu risolta attraverso l’alleanza con la Prussia nella guerra vittoriosa che questa condusse contro l’Austria nel 1866 (Terza guerra d’Indipendenza). Per l’Italia fu disastrosa dal punto di vista militare: l’esercito italiano fu sconfitto da quello austriaco a Custoza e la flotta subì una disfatta nelle acque di Lissa; l’unico successo fu ottenuto da Garibaldi a Bezzecca. Tuttavia, in cambio della propria partecipazione, L’Italia poté annettersi il Veneto, ceduto dagli austriaci ai prussiani e da questi a Napoleone III perché lo consegnasse all’Italia.

Più difficile da risolvere era il problema di Roma, anche perché su questo territorio le possibilità di manovra del governa italiano erano limitate dalla subordinazione alla Francia. Una subordinazione che discendeva sia dal fatto che l’unificazione nazionale era stata condotta grazie all’appoggio francese; sia dalla presenza di Roma, a tutela del pontefice, di una guarnigione militare francese. Nel settembre 1864 il governo italiano firmò con quello di Parigi una Convenzione che prevedeva il graduale ritiro dell’esercito francese da Roma, impegnando lo stato Italiano a difendere lo stato pontificio e a spostare la capitale da Torino a Firenze. L’opinione pubblica democratica condannò sia la Convenzione di settembre sia il trasferimento della capitale come una implicita rinuncia a Roma. I democratici erano favorevoli alla conquista di Roma attraverso un’azione militare e popolare. Garibaldi tentò di prendere la città due volte al comando di truppe di volontari, ma fu fermato con la forza: la prima volta sull’Aspromonte; la seconda a Mentana. Arrestato, fu condotto nell’isolotto di Caprera, dove morì nel 1882.

Il governo italiano era contrario ai tentativi di forza perché ne temeva i contraccolpi internazionali. I moderati della destra seguivano in maggioranza la linea tracciata da Cavour, che si ispirava al principio della laicità dello stato e della separazione tra stato e chiesa: il potere temporale doveva essere autonomo da quello spirituale, garantendo nel contempo al pontefice la massima libertà nell’esercizio delle sue funzioni religiose. Questa posizione rifletteva il liberalismo caratteristico del ceto politico settentrionale. Ma in altri settori della classe dirigente era forte l’eco del giurisdizionalismo tipico della cultura meridionale; si professava un aperto laicismo, sostenendo la necessità di affermare i diritti dello stato e di ridurre l’influenza della chiesa sulla società.

Nel modo cattolico si confrontavano invece la posizione transigente o “conciliatorista”, favorevole a creare una conciliazione con il nuovo stato seguendo il principio “cattolici con il papa, liberali con lo stato”, e quella intransigente, ostile a ogni compromesso con i liberali e decisa nel difendere il dominio temporale del papa. Dalla metà degli anni sessanta la contrapposizione tra stato e chiesa si fece aspra. Da un lato, il parlamento approvò leggi di orientamento laicista, come l’introduzione del matrimonio civile, nel codice e l’acquisizione allo stato di beni dell’asse ecclesiastico. Dall’altro, Pio IX sembrò dar ragione ai suoi avversari assumendo una posizione di assoluta intransigenza nei confronti sia del nuovo stato, sia della società moderna nel suo complesso. Nel 1864, il pontefice pubblicò il Sillabo, un elenco di proposizioni e teorie condannate dalla chiesa, in cui trovavano posto non solo le idee socialiste, ma anche quelle liberali e veniva assolutamente rifiutato il principio dell’autonomia dello stato dalla chiesa. Seguì la convocazione del Concilio Vaticano I, che proclamò il dogma dell’infallibilità del papa in materia di fede e di morale.

Il governo italiano si orientò verso un’azione di forza. Il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine al potere temporale dei papi. Pio IX dichiarò l’azione del governo “ingiusta, violenta, nulla e invalida”, colpì con scomunica i responsabili dell’”usurpazione” e si dichiarò prigioniero dello stato italiano. La questione romana era ben lontana dall’essere risolta. Il parlamento approvò nel maggio 1871 una serie di norme (legge delle Guarentigie) destinate a regolare i rapporti tra stato e chiesa; seguì, il trasferimento della capitale da Firenze a Roma. Si dava garanzia alla chiesa di potere svolgere autonomamente la propria funzione religiosa, si assegnava al papa la sovranità sulla Città del Vaticano e una dotazione annua. Pio IX respinse queste norme, che giudicava inaccettabili, e nel 1874 vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica. Una grave frattura , quella fra lici e cattolici, si apriva così nel paese appena unificato.

Altre difficili scelte furono compiute dalla destra. Due principali problemi pesavano sull’Italia all’indomani dell’Unità: un complessivo ritardo nello sviluppo economico; una profonda eterogeneità e frantumazione dal punto di vista economico, politico-amministrativo, culturale. Arretrata era l’agricoltura, salvo che in alcune zone della pianura padana e della toscana; fragile l’industria con la eccezione di fabbriche tessili, siderurgiche e meccaniche nel nord del paese. Inesistente il mercato interno, a causa delle dogane fra gli stati, dei differenti sistemi commerciali, dell’inefficienza delle comunicazione. La flotta mercantile era costituita quasi elusivamente da velieri.

Leggi, codici, scuole, sistemi fiscali erano diversi da una zona all’altra del paese. Solo 25 italiani su 100 sapevano leggere e scrivere; solo 2 o 3 italiani su 100 usavano correttamente la lingua nazionale: tutti gli altri si esprimevano nei dialetti locali. Le condizioni di vita delle popolazioni contadine e degli operai erano pessime: l’insufficiente alimentazione e le cattive condizioni igienico-sanitarie diffondevano più facilmente malattie infettive che altrove erano già state debellate, come il tifo, il colera, il vaiolo. La mortalità infantile superava il 20%.

Caratteri e limiti della destra:
o culto per l’onestà e attenta amministrazione della cosa pubblica
o fiducia nel liberalismo e nella sua capacità di mettere in movimento le energie della nazione
o diffidenza nei confronti dei partiti organizzati
o convinzione di essere un’elite dirigente capace di agire nell’interesse della nazione
o totale incomprensione dei problemi della società meridionale, percepita come arretrata

sul piano istituzionale, la Destra estese a tutto il regno italiano la legislazione vigente nel Regno di Sardegna, a cominciare dallo Statuto Albertino. Lo Statuto accoglieva le fondamentali rivendicazioni liberali, ma lasciava ampio spazio al potere del sovrano e del governo nei confronti del parlamento; ciò diede ai governi unitari lo spazio istituzionale per operare spesso in autonomia dalle camere. La scelta in favore della continuità dell’ordinamento sabaudo si accompagnò all’accentramento amministrativo, poiché lo stato sardo si era modellato su quello francese napoleonico. Fu questa una scelta che sollevò molte discussioni: si trattava di decidere se concentrare tutto il potere nell’amministrazione centrale oppure concedere una certa autonomia alle realtà locali al fine di rispettare e di valorizzare le diversità esistenti nell’eterogenea realtà italiana. Nel 1861 Marco Minghetti presentò in parlamento un progetto che non arrivò neppure al voto, per l’opposizione della maggioranza e dello stesso Cavour.

La legge di unificazione amministrativa del 20 marzo 1865 impose all’intera penisola l’ordinamento sabaudo: la legge elettorale; la legge comunale e provinciale; il sistema scolastico; l’ordinamento amministrativo; il Codice civile, di commercio, di navigazione. Il regno fu diviso in 59 provincie; in ogni provincia; ikl governo era rappresentato dal prefetto. I prefetti rispondevano del loro operato esclusivamente al ministro dell’Interno. Anche i sindaci erano nominati dal governo e rispondevano a esso: le realtà locali erano dunque prive di ogni autonomia. Queste scelte ebbero pesanti conseguenze: lo stato italiano fu sin dall’inizio accentrato, burocratico, con un’amministrazione spesso poco efficiente.

Sul piano economico, le scelte compiute dalla Destra si mossero lungo 3 principali direzioni:
o unificazione economica del paese  si abbattono dazi e dogane interne, realizzando l’unificazione monetaria
o creazione delle infrastrutture
o risanamento del bilancio statale
L’adesione alla dottrina liberista induceva la Destra a ritenere che l’economia italiana si sarebbe potuta sviluppare solo favorendo la creazione di un mercato interno e l’apertura verso l’esterno.


Una politica liberista avrebbe esposto l’economia italiana alla concorrenza di sistemi produttivi più evoluti. La scelta liberoscambista ebbe effetti contradditori: da un lato, favorì le esportazioni di prodotti agricoli e di semilavorati; dall’altro, generò sofferenza per l’apparato industriale che, danneggiato dalla concorrenza delle più competitive merci franco-inglesi, non conobbe uno sviluppo significativo nel primo ventennio postunitario. Particolarmente sfavorevoli furono le conseguenze dell’unificazione economica e della politica doganale liberista sulla già debole industria meridionale.

L’unificazione e l’apertura del mercato nazionale, per risultare efficaci, richiedevano un programma di sviluppo delle infrastrutture. La Destra promosse ingenti investimenti finalizzati a “cucire lo stivale”, ottenendo risultati di grande rilievo, particolarmente nel settore ferroviario. Questa politica di spesa rendeva nel contempo più difficile la situazione finanziaria dello stato. La politica finanziaria della Destra si mosse in due direzioni: per fare fronte alle spese straordinarie si fece ricorso a prestiti e alla vendita di beni del demanio pubblico ed ecclesiastico.

Quanto alle spese correnti , il governo della Destra, si prefissò come obiettivo il pareggio del bilancio, che fu effettivamente raggiunto con il ministro Sella nel 1876, a prezzo però di un progressivo inasprimento del prelievo fiscale. Tale prelievo fu molto squilibrato perché si basò su un aumento delle imposte indirette. La svolta si ebbe nel 1868, con l’introduzione della tassa sul macinato: questo provvedimento, che colpiva i contadini nel loro consumo fondamentale, diede origine a forti proteste popolari in molte località del paese, con assalti ai mulini. La rivolta contadina fu repressa con durezza.

La Destra affrontò come problemi di ordine pubblico, da risolvere con la forza, le crisi sociali che nascevano dalle campagne, dalla miseria dei contadini, dall’irrisolto problema della terra. Garibaldi non attuò alcuna riforma agraria e i generali garibaldini repressero con durezza le rivolte contadine scoppiate in Sicilia. Dopo l’Unità, la Destra non seguì certo una politica favorevole alle popolazioni meridionali. Il vuoto di potere apertosi con la caduta del Borbone fu colmato solo enfatizzando l’autorità dello stato, mentre l’applicazione della legislazione sabauda provocò stridenti contraddizioni e reazioni di rifiuto in regioni profondamente diverse dal Piemonte per assetto sociale, cultura, tradizioni.

Tra le popolazioni meridionali e lo stato si venne instaurando “una profonda sfiducia, legata essenzialmente al fato che lo stato non seppe mostrarsi alle popolazioni come il garante della giustizia: cioè in grado di tutelare i diritti di tutti, indipendentemente dalle condizioni di ceto o dall’appartenenza familiare e politica”. Questa considerazione è importante per comprendere il radicamento di organizzazioni criminose, quali la camorra nel Napoletano e la mafia in Sicilia.

Sono queste le condizioni di grave disagio economico e sociale in cui si colloca il fenomeno del brigantaggio, che insanguinò il Mezzogiorno fino al 1865. le bande dei cossi detti briganti erano formate da contadini, da sbandati del disciolto esercito borbonico e garibaldino, da legittimisti. Esse prendevano di mira i “galantuomini”, cioè i possidenti e i politici locali, assaltando le loro fattorie, devastando e uccidendo; saccheggiavano i palazzi dei borghesi; incendiavano gli archivi comunali per distruggere i documenti e di leva; aprivano le carceri. Si ribellavano contro lo stato italiano, spesso in nome del Borbone e del papa. La risposta del governo fu una dura repressione militare.

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