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Livingstone, chi era davvero costui?

Un falso mito?

David Livingstone è stato a lungo descritto in termini agiografici, come un uomo dalla statura morale incorruttibile: sarebbe stato un vero filantropo, venerato per le sue doti anche dagli Africani che incontrò.
Di Livingstone si è a lungo parlato come di colui che trasformò la cognizione che si aveva dell’ Africa.
Si è sottolineata l’importanza delle sue scoperte e della lotta che intraprese contro schiavitù.
Negli ultimi anni, però, la sua figura è stata ridimensionata, e si è cercato di scoprire l’uomo che si celato per un secolo dietro il mito. Ne è emersa una personalità contradditoria, schiva, persino fanatica e intollerante.

Febbre d’Africa

Livingstone nasce a Blantyre, in Scozia, nel 1813. La sua famiglia di rigorosi princìpi calvinisti, non è ricca, e a dieci anni è costretto ad andare a lavorare. Ben presto, però, si ribella al suo destino, decidendo di diventare missionario medico. Malgrado le difficoltà economiche – e forse un’intelligenza non brillante, ma compensata da una tenacia fuori dal comune – Livingstone riesce a laurearsi in medicina. Parte dunque per l’Africa australe: è il 1840. I viaggi di Livingstone saranno in tutto tre: dal 1841 al 1856 esplorerà soprattutto il corso dello Zambesi, scoprendo le cascate che chiamerà Vittoria in onore della regina. Tra il 1858 e il 1864 si dedicherà alla zona tra lo Zambesi e il Lago Niassa. Nel 1866 tornerà in Africa, nella regione del Lago Tanganica, ma farà perdere le proprie tracce. Lo ritroverà, nel 1871, la missione guidata da Stanley.

L’Africa è un continente sconosciuto, e un missionario non è altro che un pioniere; ma Livingstone, che senz’altro è un uomo coraggioso, la sceglie, gettandosi nella più ardua delle sfide. Questo desiderio di arrivare là dove nessuno è mai giunto diverrà però per lui una fatale ossessione.
L’impatto con l’Africa è violento, e le missioni si rivelano realtà deludenti. Gli indigeni trovano utile l’azione dei missionari, che riparano i fucili e aiutano a guarire, ma difficilmente si convertono. In più, Livingstone non è in grado di cooperare con gli altri missionari: riesce solo a comandarli in modo tirannico.

Il missionario itinerante

Livingstone a un certo punto decide che l’unica soluzione possibili è spostarsi in continuazione: spargere i semi del Vangelo ovunque sarà più proficuo che seppellirsi in un isolato avamposto. Nel frattempo ha sposato Mary, la figlia del missionario Robert Moffat, che gli darà cinque figli in sei anni. Così trascina con sé la famiglia, che più volte rischia di morire di fame e di sete, in un viaggio nel cuore dell’ Africa.

Livingstone, che ha insieme vocazione da missionario e spirito imprenditoriale, si sposta senza mappe, ed è alla ricerca di una via d’acqua che consenta al commercio europeo di raggiungere quei luoghi. Fa sua la teoria di Thomas Fowell, un acceso antischiavista: l’economia di mercato dovrebbe far sì che il commercio di uomini sia sostituito dallo scambio di manufatti e di prodotti della terra. Dovrebbe anche indebolire la cultura indigena, aprendo la strada all’evangelizzazione. Ma le cose non vanno così: gli Africani sono appagati da qual poco che scambiano (fucili, tessuti, collane) e dalla loro vita selvaggia. E allora non c’è altra scelta che la colonizzazione europea: Livingstone ne conosce bene gli effetti devastanti, ma si pone ugualmente al servizio del governo britannico. Dopotutto – pensa – gli Inglesi in quanto “razza superiore” hanno il dovere morale di civilizzare quei popoli primitivi.

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