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L'emancipazione dell'Asia negli anni '50

Il Giappone
A causa della guerra fredda, e soprattutto dopo la vittoria dei comunisti in Cina, il Giappone da nazione sconfitta divenne per gli USA un potenziale alleato in funzione di “contenimento” dell’espansione sovietica in estremo oriente. Nel 1951 fu stipulato il trattato di pace (che non venne firmato dall’URSS), e con la firma di un trattato di sicurezza nippo-americano, il Giappone, sotto la guida del leader liberale Sigheru Yoshida, veniva integrato nel blocco statunitense.
Nel 1954 Yoshida cadde in seguito ad una forte ondata di sentimenti antiamericani dovuta all’esperimento nucleare sull’atollo di Bikini, le cui radiazioni colpirono l’equipaggio di un peschereccio giapponese. Ai liberali succedettero i liberaldemocratici, i quali avviarono una politica più autonoma dagli Stati Uniti, specialmente nel settore del commercio con l’estero e, forti dello sviluppo che ormai aveva assunto tutto l’apparato produttivo giapponese soprattutto in occasione della crisi coreana, si volsero a progetti a largo raggio in tutto il sud-est asiatico, intrecciando relazioni commerciali anche con l’URSS e con la Cina popolare.

L' Indonesia di Sukarno
L’Indonesia, tolta dai giapponesi agli Olandesi durante la guerra, aveva ottenuto il riconoscimento della sua indipendenza nel 1949 e era divenuta una Repubblica federale composta da sedici stati. Fin dall’inizio degli anni Cinquanta fu tuttavia attraversata da una serie di ribellioni e movimenti secessionisti, alimentati dall’antagonismo tra forze nazionaliste e forze comuniste che si appoggiavano soprattutto sui numerosi cinesi immigrati. Nel tentativo di evitare un conflitto, il presidente Akmed Sukarno cercò di farsi garante di una sorta di equilibrio fra le parti, attuando una politica di equidistanza (“democrazia guidata”). In questo contesto si inserì la conferenza dei paesi afro-asiatici che l’Indonesia ospitò a Bandung nell’aprile del 1955.
Ma gli sforzi di Sukarno per salvaguardare l’unità del paese si dimostrarono insufficienti, e il precario equilibrio sul quale poggiava la vita politica indonesiana fu in breve travolto dagli eventi. Nel 1958 i ribelli nazionalisti formarono un governo indipendente a Sumatra, appoggiato da Stati Uniti, Inghilterra e Filippine. Nell’agosto dell’anno successivo, nel tentativo di riassumere il controllo delle province secessioniste, Sukarno decretò lo scioglimento del Parlamento e formò un nuovo governo di emergenza, ma la situazione continuò a precipitare e sarebbe rimasta precaria fino al 1965, quando Sukarno venne travolto da un colpo di Stato militare guidato dal generale Suharto.

La conferenza afroasiatica di Bandung
Nell’aprile del 1955 si riunì a Bandung (Indonesia) una conferenza afro-asiatica a cui parteciparono i delegati di ventinove stati del Terzo Mondo: i paesi presenti rappresentavano più del 50% della popolazione mondiale, ma solo l’8% delle ricchezze. Il ruolo principale venne svolto dai leader di quei paesi che nel decennio precedente erano stati protagonisti dei più significativi movimenti per l’indipendenza nazionale: Sukarno per l’Indonesia, Mao Tse-tung per la Cina, Nehru per l’Inda e Nasser per l’Egitto.
Nel dibattito sull’assetto internazionale prevalse la posizione neutralista: i paesi usciti dal colonialismo non volevano allinearsi a nessuna delle due superpotenze protagoniste della guerra fredda, ma intendevano gestire, in piena libertà d’azione, la loro politica estera, anche per trovarsi in una posizione politica e militare subalterna.
L’altra grande questione discussa a Bandung fu il problema del neocolonialismo, ovvero del controllo economico, intellettuale e politico che antichi o nuovi dominatori avrebbero potuto esercitare sui paesi dell’area coloniale di nuova indipendenza. La conferenza si chiuse con il voto unanime di una risoluzione di condanna del colonialismo e della segregazione razziale, nonché con l’affermazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione. L’assise non ebbe grandi effetti pratici, ma segnò la “fine del complesso di inferiorità” dei popoli di colore.

La guerra d’Indocina
La conferenza di Potsdam, che nel 1945 aveva stabilito la sistemazione territoriale ed economica nel mondo del dopoguerra, aveva anche deciso la creazione di due zone di occupazione in Indocina, a nord e a sud del 17° parallelo. Nel nord, Ho Chi-min, leader del movimento comunista di liberazione Viet-Minh, aveva cosi proclamato la Repubblica democratica del Vietnam, mentre a sud la Gran Bretagna aveva ceduto l’amministrazione alle autorità coloniali francesi che riconobbero la repubblica del nord all’interno dell’Unione Francese (1946). Ma nel 1954 gli “ultras” francesi vollero risolvere la situazione militarmente e l’occupazione del delta del Fiume Rosso da parte dei “parà” della Legione Straniera dette l’avvio alla prima guerra d’Indocina contro i partigiani Viet-Minth del generale Vo Nguyen Giap.

Dien Bien Phu
Il 13 marzo Giap sferrò un attacco contro la roccaforte francese di Dien Bien Phu, nel Vietnam nord occidentale, e per 56 giorni la tenne sotto assedio con mortai e artiglieria. I francesi si arresero il 7 maggio e nel luglio, la conferenza di Ginevra smembrò l’Indocina tra gli stati sovrani del Laos, della Cambogia, della Repubblica Democratica del Vietnam (il Nord) e della Repubblica del Vietnam (il Sud).

L'aggressione al Vietnam
Con l’assistenza di consiglieri militari americani, il primo ministro Ngo Dinh Diem della Repubblica del Vietnam del Sud dava vita ad un governo autoritario e rifiutava di concedere le elezioni generali (1956). Il Vietnam del Nord organizzò allora i Vietcong (ribelli comunisti del Sudvietnam) che iniziarono un’accanita guerriglia (Seconda guerra di Indocina), accompagnata da violente azioni terroristiche. I ribelli formarono un Fronte Nazionale per la Liberazione del Vietnam del Sud ma, nel 1963, i militari li prevennero organizzando un colpo di stato sostenuto dagli americani che temevano la presa di potere dei Vietcong. Era la tragica guerra del Vietnam che avrebbe impegnato gli Stati Uniti dal 1964 al 1975.

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