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L'economia del Biennio rosso

Il Biennio Rosso rivela l’anomalia dell’industrializzazione basato sull’identificazione tra potere politico ed economico. Tuttavia, è sui generis poiché si regge su esportazioni e commesse statali e non sul mercato interno, con la conseguente entrata in crisi: disoccupazione, inflazione, e crollo della vita. Si rafforza la concentrazione dei grossi gruppi industriali e resta abbandonata la situazione nel meridione. In più,i combattenti tornano con le promesse della terra per invogliarli. Nel biennio 1919-20 c’è una grande mobilitazione operaia e contadina per il raggiungimento delle 8 ore lavorative. Si creano aumenti salariali e si riconoscono le autorità di organismi interni (commissioni interne), una vittoria soprattutto dei contadini della valle padana che avevano solidarizzato per ottenere questi successi. Nel frattempo, però la questione contadina fu politicizzata e andò a confluire nei marxisti, in particolare i massimalisti, che si riferivano al modello sovietico. L’esito fu l’occupazione delle fabbriche che avrebbe dovuto prevedere una rivendicazione. Il pensiero socialista si riferiva secondo i suoi programmi alla rivoluzione. Tra Giugno e Luglio del 1919 ci fu una grande esplosione nell’Italia centro-settentrionale e nella Puglia, dove si avvertiva un rincaro dei generi alimentari. Il PSI e la CGL non riuscirono, tuttavia, a inscrivere in un progetto ben organizzato queste mobilitazioni. Per quanto riguarda il ceto medio in Italia, esso è esente: nato dal terziario che durante la guerra ha svolto funzioni di prestigio. In questo momento storico non riuscirono a riscattarsi creando quel malessere sociale, avendo un risentimento verso la borghesia ricca e non riescono a solidarizzare con le masse poiché si sentivano in una situazione di superiorità.

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