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L'Italia unita e la destra storica

Il 1861 è un anno cruciale per la storia d’Italia in quanto l’unificazione della penisola rappresentava un evento assolutamente nuovo nella nostra storia, prodottosi quasi per miracolo, nel giro di due anni, per il concorso di molteplici circostanze favorevoli, interne e internazionali.
Al momento dell’unificazione gli Italiani ammontavano a poco più di ventisei milioni. Di essi un numero altissimo, il 70%, era dedito all’agricoltura, un’agricoltura peraltro arretrata, nella maggior parte dei casi finalizzata all’autoconsumo della famiglia contadina, alla pura sussistenza.
Il reddito nazionale complessivo era pari ad un quarto di quello inglese. La reciproca “indifferenza” tra regione e regione ostacolava la formazione di un mercato unitario. Lo sviluppo della rete ferroviaria era scarso e le poche tratte esistenti non mettevano in comunicazione il Nord con il Sud.

Alla disarticolazione economica corrispondeva il divario culturale. I parlanti la lingua italiana erano rarissimi in ogni parte della penisola, sia nelle più progredite regioni settentrionali, sia nelle depresse regioni del Mezzogiorno. Lo studio dell’italiano era considerato privilegio di una minoranza, la capacità di usare la lingua letteraria “contrassegno di classe”.
In questo contesto, la classe politica che diresse l’Italia negli anni dopo l’unità non ebbe un compito facile anzi, come scrisse Cavour in una lettera del marzo 1861: “fare l’Italia, fondere insieme gli elementi che la compongono, accordare Nord e Sud, tutto questo presenta le stesse difficoltà di una guerra all’Austria e della lotta con Roma”.
L’obiettivo prioritario, a partire dal 1861, fu la salvaguardia dell’unità d’Italia sia per gli eredi di Cavour che per la sinistra mazziniana che si proposero di completarla e, comunque, di difenderla dai pericoli derivanti dalla diffidenza di gran parte della popolazione italiana verso i nuovi ordinamenti.
Di questa avversione delle masse popolari, soprattutto rurali e meridionali, ai principi dello Stato unitario, la classe politica si chiese le ragioni e talvolta seppe anche indicare, con lucidità, quali potevano essere i modi per venirne a capo. Tuttavia, nell’immediato prevalse la sicurezza che i valori di progresso civile ed economico, intorno ai quali era stata realizzata l’unificazione, anche se condivisi solo da una minoranza, dovevano comunque essere realizzati nell’interesse dell’intera società italiana: come disse D’Azeglio, “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, ossia dare a tutti i cittadini una coscienza nazionale e farli sentire “uguali”.
Il compito più urgente, comunque, era quello di edificare in Italia lo Stato e di creare il senso della sua sovranità attraverso il rispetto delle leggi. Inoltre si trattava di diffondere l’idea di Stato nazionale tra popolazioni e su territori che per lungo tempo erano stati divisi e autonomi e di operare in modo che intorno allo Stato unitario, ai suoi valori e ai suoi ordinamenti, si realizzasse progressivamente l’integrazione della società civile. Non era un compito facile, per cui i problemi vennero affrontati talvolta in modo drastico e violento.
La classe politica che diresse l’Italia negli anni dopo l’unità ebbe l’appellativo di Destra, poi detta “storica” a riconoscimento dell’importanza della sua azione. Si trattava degli eredi del liberalismo moderato di Cavour, deceduto improvvisamente il 6 giugno 1861, cui si erano aggregati i liberali moderati delle altre regioni, alcuni dei quali, soprattutto meridionali, si erano politicamente formati come esuli in Piemonte, prima del 1859, e avevano perso i contatti con le loro terre d’origine.
Divisi da rivalità regionali e talora personali, i piemontesi Sella, Lanza, Rattazzi, i lombardi Iacini e Visconti, gli emiliani Minghetti e Farini, i toscani Ricasoli e Peruzzi, i meridionali Spaventa e Massari, costituivano tuttavia una classe di governo di prim’ordine, almeno per competenza amministrativa e devozione alla cosa pubblica.
In genere rappresentavano gli interessi e la mentalità della ricca borghesia e aristocrazia prevalentemente agraria o delle professioni liberali.
La Sinistra, i cui esponenti più importanti furono Agostino De Pretis, Francesco Crispi, Giovanni Nicotera e Francesco De Sanctis, era in genere espressione di ceti commerciali e industriali, meno legati alla proprietà terriera. Gli uomini della Sinistra provenivano dall’esperienza della cospirazione mazziniana e del volontariato garibaldino e chiedevano azioni più energiche per la soluzione dei problemi di Roma e Venezia.
La Destra detenne la maggioranza parlamentare fino al 1876 e si dedicò alla costruzione degli ordinamenti dello Stato e al completamento dell’unità con Roma e il Veneto.
Inizialmente i liberali italiani avevano mostrato una certa preferenza per un ordinamento dello Stato di tipo decentrato, cioè con l’attribuzione di autonomie ampie alle amministrazioni locali (Comuni, Regioni, ecc.) poiché sembrava che il decentramento fosse più adatto ad uno Stato come quello italiano nel quale convivevano realtà sociali, tradizioni giuridico – amministrative, esigenze economiche tra loro diversissime. Si scelse invece la soluzione dell’accentramento per la necessità di chiudere al più presto la fase di incertezza seguita ai mutamenti di reggimento politico nei territori degli ex – Stati e per l’opportunità di presentare l’Italia, anche a livello internazionale, come uno Stato ormai consolidato; soprattutto i gruppi di dirigenti italiani si convinsero che la concessione di autonomie troppo ampie e non controllate dall’alto si sarebbe risolta nel rafforzamento di quelle poche famiglie facoltose che, soprattutto nelle regioni meridionali più arretrate, erano certamente poco disponibili a farsi promotrici di progresso.
Nel marzo 1865 fu esteso a tutto il Regno l’ordinamento amministrativo piemontese, in materia di legge comunale e provinciale, sicurezza pubblica, sanità, opere pubbliche, ecc. Il sindaco fu di nomina regia e sugli atti delle amministrazioni comunali fu imposto il controllo del prefetto, figura cardine dell’ordinamento dell’amministrazione civile che assommò in sé poteri assai vasti e discrezionali di controllo e di coordinamento sui vari settori dell’amministrazione pubblica: giustizia, sanità, ordine pubblico, scuole.
All’unificazione amministrativa seguì l’unificazione dei codici, delle tariffe doganali e della moneta. Questa unificazione, attuatasi quasi sempre sotto forma di “piemontesizzazione”, cioè di adozione delle norme piemontesi, si accompagnò all’introduzione nelle diverse regioni di funzionari e impiegati piemontesi il che suscitò risentimento e gelosie municipali e costrinse le diverse realtà italiane ad adeguarsi alla situazione dell’Italia settentrionale.
Anche la politica finanziaria seguita dalla Destra fu condizionata dalla preoccupazione unitaria per cui si orientò verso il contenimento della spesa pubblica e l’aumento delle entrate con l’aggravio delle imposte; addirittura venne reintrodotta la tassa sul macinato, che era la più odiata dai ceti popolari perché gravava soprattutto sui consumi alimentari poveri come il pane e la pasta.
Tra le popolazioni meridionali, non abituate a una forte pressione fiscale da cui non traeva nessun beneficio, si creò un diffuso malcontento alimentato anche dal fatto che la Destra proseguì la politica liberistica adottata dal Piemonte cavouriano con la conseguenza che molte imprese meridionali si trovarono private, di colpo, della protezione loro offerta in passato dal regime doganale borbonico e per di più senza le commesse statali, che si rivolsero in prevalenza a imprese settentrionali.
Anche i contadini meridionali erano scontenti perché non ebbero le terre espropriate agli enti ecclesiastici come era stato promesso da Garibaldi e inoltre mal sopportavano la novità dell’obbligo di leva imposto dallo Stato Unitario.
Da questo malcontento generalizzato scaturì quel fenomeno, per molti versi impressionante, che fu il brigantaggio. In molte aree del Sud, dagli Abruzzi alla Calabria, si formarono squadre di contadini – montanari e di ex sottufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico, spesso appoggiate dalle popolazioni locali, che occupavano per giorni paesi interi, saccheggiavano, taglieggiavano, rapinavano, uccidevano, colpendo soprattutto i “galantuomini” cioè i liberali del luogo. Queste bande, che spesso innalzavano il vessillo borbonico, condussero una vera guerriglia contro le forze governative.
Sebbene dai lavori della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Giuseppe Massari emerse che alle origini del brigantaggio c’erano ragioni di profondo malessere sociale, lo Stato italiano giudicò opportuno stroncarlo con la forza: furono emanate leggi eccezionali (Legge Pica, 1863), e furono inviati nel Sud consistenti reparti militari. La guerra civile si protrasse per anni, nonostante che le regioni meridionali venissero sottoposte ad un regime di stato d’assedio. Prima che l’autorità dello Stato fosse ripristinata ci furono diverse migliaia di caduti: circa 5.000 tra i briganti e un numero non precisato tra le forze dell’ordine.
Meno coinvolte dal brigantaggio, ma non meno ostili allo Stato unitario, furono le popolazioni rurali siciliane; tra esse fu soprattutto molto diffusa la resistenza alla leva militare. A questo diffuso risentimento contro le strutture dello Stato sono da ricollegare la rivolta di Palermo, del 1866, domata solo con un intervento militare e la diffusione della “mafia”. Si trattava di un fenomeno non nuovo nell’isola, che però fu alimentato dalla nuova situazione. Di fronte ad uno Stato che appariva estraneo e ostile, si accrebbe la tendenza a cercare protezione e sicurezza non nelle leggi e nelle autorità dello Stato, ma presso i clan familiari localmente più potenti, che in tal modo ampliavano le loro “clientele” e spadroneggiavano nelle amministrazioni locali. Qualcosa del genere in misura ridotta si verificava nell’area napoletana con la “camorra”.

Il completamento dell'unità: l'annessione del Veneto e di Roma
A rendere completa l’unificazione, mancava, dopo il 1860, l’annessione al Regno d’Italia del Veneto e del Lazio.
I governi italiani della Destra che in politica estera evitarono di spingere il Paese in imprudenti operazioni di prestigio, attesero senza precipitazione l’occasione propizia che si presentò nel 1866, quando la Prussia sollecitò l’alleanza italiana in vista della guerra con l’Austria. L’Italia entrò in guerra a fianco della Prussia, col beneplacito di Napoleone III e l’esercito fu affidato al comando dello stesso Presidente del Consiglio, Alfonso La Marmora, il quale assunse la carica di capo di Stato Maggiore.
Dal punto di vista militare la guerra non andò bene perché le forze armate italiane subirono deludenti insuccessi sia per terra, a Custoza, che per mare, a Lissa, e riportarono qualche vittoria solo i volontari di Garibaldi, a Bezzecca. Tuttavia gli Austriaci, costretti ad impiegare una parte delle loro forze sul fronte italiano, furono duramente sconfitti dai Prussiani a Sadowa e firmarono l’armistizio, accettato anche dall’Italia che altrimenti si sarebbe trovata a dover proseguire la guerra da sola. Garibaldi, con un laconico “Obbedisco”, rispose all’ordine impartitogli dal governo italiano di abbandonare il Trentino.
La pace tra l’Italia e l’Austria, firmata a Vienna il 3 ottobre 1866, sancì la cessione di Mantova e del Veneto a Napoleone III e da questi all’Italia. Nonostante tutto, questa terza guerra d’indipendenza ebbe per l’Italia dei risvolti positivi in quanto lo Stato italiano venne ufficialmente riconosciuto dall’Austria e dalla diplomazia europea.
Più complessa da risolvere era la questione di Roma perché presentava un doppio aspetto, cioè l’annessione della città al Regno d’Italia e la configurazione dei rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa. Quest’ultima infatti aveva ostacolato in ogni modo l’unificazione italiana, costituendo il punto di riferimento per gran parte delle forze conservatrici e ostili ai nuovi ordinamenti.
I vari governi succeditisi in quegli anni cercarono con vari tentativi di risolvere la questione romana, mantenendo comunque buoni rapporti col Pontefice Pio IX, protetto da Napoleone III, ma nessuna iniziativa politica ebbe successo; né ebbe successo l’iniziativa garibaldina di entrare a Roma con la forza perché sull’Aspromonte, in Calabria, le camicie rosse garibaldine furono bloccate dall’esercito regio.
La soluzione venne nel 1870 quando Napoleone III fu sconfitto a Sedan e le truppe francesi quindi erano impegnate lontano da Roma; le truppe piemontesi comandate da Raffaele Cadorna, penetrarono nello Stato Pontificio e il 20 settembre, attraverso la breccia aperta dall’artiglieria a Porta Pia, entrarono in Roma e occuparono tutta la città, salvo il Vaticano.
Il Parlamento italiano, dopo lunghe discussioni, votò la legge delle guarentigie (1871) con cui si riconosceva al Papa l’inviolabilità personale, gli onori sovrani, la facoltà di tenere una propria forza armata, e si assicurava la piena autonomia della Chiesa, nel rispetto della sua separazione dallo Stato.
Pio IX non accettò la legge riconfermando l'opposizione all’avvenuta unificazione italiana, ma lo Stato italiano si attenne in modo rigoroso al rispetto della legge, dimostrando di aver fatta propria la lezione di liberismo sulla separazione tra Stato e Chiesa.
In questo contesto storico si sviluppa, in letteratura, il Verismo che doveva proporsi come il frutto più maturo della riflessione seguita al moto del Risorgimento, nel momento in cui ci si rendeva conto del parziale fallimento delle speranze vagheggiate e dell’instabile equilibrio dell’unità raggiunta con mezzi in gran parte esterni, provvisori, effimeri; gli intellettuali italiani avvertivano infine che, sotto l’apparenza della democrazia e della libertà, sopravviveva una struttura politica essenzialmente burocratica e poliziesca, inetta a produrre una vera solidarietà delle forze sociali diverse, a sanare il conflitto fra il nord e il sud della penisola, a inserire nella vita dello Stato, come elemento attivo e partecipe, le plebi meridionali soffocate dalla miseria, dall’ignoranza e da un’inveterata consuetudine di rapporti feudali.

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