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Per “questione meridionale” si intende la tragica situazione economica e sociale del Mezzogiorno e il sempre maggior squilibrio tra Nord e Sud all'indomani dell'Unità d'Italia.
Caratterizzato da un'economia agraria di pura sussistenza, il Sud doveva affrontare problemi di vario genere: corruzione, assenteismo, analfabetismo, mafia... Ma dove troviamo le radici di questa situazione critica? Bisogna indagare nella politica e nella storia.

Dal punto di vista economico, il Regno delle Due Sicilie aveva un debito pubblico molto basso, dal momento che i Borbone non avevano dato vita a particolari investimenti e innovazioni; con l'Unità, invece, le regioni meridionali vennero penalizzate dall'unificazione del debito pubblico voluto dal governo della Destra storica, in quanto incrementato da quello del Regno di Sardegna, molto elevato per la politica di investimenti attuata dal governo Cavour; a causa di ciò, la pressione fiscale divenne insostenibile, dando vita ai fenomeni del brigantaggio e della ribellione armata.

Effetti disastrosi ebbe, inoltre, il “piemontesismo”: la vendita dei beni del demanio e della Chiesa, sebbene avessero l'obiettivo di incrementare la produttività agricola ridistribuendo le terre, in realtà avevano solo aumentato i possedimenti dei vecchi latifondisti, che avevano i capitali necessari per acquistarli e mantenerli, impedendo quindi la nascita di nuovi e moderni imprenditori agrari e di contadini proprietari, sottraendo ai coltivatori i terreni comuni, fino ad allora a disposizione dei villaggi, e accentuando l'arretratezza già elevata dell'agricoltura del Sud; ciò non fece altro che favorire l'industria e, di conseguenza, il Nord Italia.
A peggiorare il tutto si aggiunse la coscrizione obbligatoria, che privava i campi del Sud di braccia giovani e forti, in un contesto di già scarsa forza-lavoro.

I governi di Sinistra furono incapaci di affrontare questa situazione, e per questo si levarono poi dure denunce di intellettuali che volevano sensibilizzare l'opinione pubblica e la politica nei confronti di questa insostenibile “questione meridionale”.
La Destra storica aveva perso la direzione del governo in favore della Sinistra, di cui faceva parte Agostino Depretis, che aveva l'incarico di formare il nuovo governo. I suoi obiettivi erano migliorare l'istruzione, venire incontro ai problemi sociali, ampliare i diritti civili e politici, anche a costo di indebitare lo Stato; una volta ottenuta la guida del Paese, però, la Sinistra attenuò l'innovazione dei suoi progetti. Infatti, la necessità di avere una maggioranza spinse Depretis ad attuare riforme che fossero accettabili anche dalla parte più moderata del parlamento. Così si diede vita al cosiddetta “politica del trasformismo”, che portò alla mancanza di una reale opposizione e, di conseguenza, alla corruzione e al clientelismo.

Uno dei tentativi che furono fatti per mantenere l'iniziale linea innovativa del governo Depretis fu la legge Coppino, che innalzò a nove anni l'istruzione obbligatoria e introdusse un'ammenda per i genitori inadempienti; tuttavia, soprattutto al sud, mancavano i fondi per mantenere le scuole e affrontare le altre spese necessarie, perciò i Comuni applicarono questa legge solo parzialmente. Anche la successiva riforma elettorale, che abbassava l'età e il censo e concedeva il diritto di voto a tutti gli uomini in grado di leggere e scrivere, indipendentemente dal reddito, non produsse cambiamenti decisivi, ma solo un lieve allargamento dell'elettorato.

Sempre più in difficoltà, il governo accentuò il suo carattere conservatore e trasformistico, che si manifestò in particolare nel 1887, anno dell'introduzione di nuove tariffe doganali su cereali, zucchero, prodotti dell'industria tessile, meccanica e siderurgica; così si favorì da un lato lo sviluppo industriale del Nord, dall'altro gli interessi dei grandi latifondisti del Sud, mantenendo l'arretratezza e la miseria delle masse popolari del Meridione.
Dopo il patto protezionista tra industriali del Nord e agrari del Sud aumentò l'emigrazione meridionale, che si inserì in un ben più ampio fenomeno italiano: fra il 1876 e il 1970 lasciarono il Paese circa 17 milioni di persone.

Le ultime imprese del governo si svolsero in ambito estero: sentendosi minacciato dalla Francia, Depretis decise di avvicinarsi a Germania e Austria-Ungheria, con le quali, nel 1882, si diede vita alla Triplice alleanza, in funzione antifrancese. Questa alleanza era anche un modo per dare prestigio in politica estera all'Italia, che iniziò, così, la sua politica imperialista, ben presto contrastata da gran parte dell'opinione pubblica; dopo una dura sconfitta di cinquecento uomini italiani a Dogali da parte degli etiopi, l'avventura coloniale fu costretta a interrompersi.

Alla morte di Agostino Depretis, assunse la carica di presidente del consiglio Francesco Crispi, il primo esponente della classe politica meridionale a ricoprire questa alta carica dello Stato. Con la sua politica, egli riuscì a coniugare l'idea di sinistra a un atteggiamento dirigista su modello bismarckiano.
In carica dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896, Crispi rafforzò il potere esecutivo per sottrarlo alla dipendenza del parlamento e per aumentare il suo controllo sulla vita civile e sull'ordine pubblico.
La sua contraddittoria democrazia autoritaria si manifestò in alcune importanti riforme: il codice penale Zanardelli concesse il diritto di sciopero e soppresse la pena di morte, ma nello stesso tempo la legge sulla pubblica sicurezza aumentò il potere discrezionale della polizia, limitando le garanzie di libertà dei cittadini; poi la riforma degli enti locali rese elettiva la carica di sindaco, ma aumentò nel contempo il controllo dei prefetti sulle autorità e sulle attività comunali.

Fu inoltre in questo periodo che sorsero le prime forme di associazioni dei lavoratori, come manifestazioni di un sempre più ampio malessere sociale. Dalle prime associazioni operaie nacquero il Partito dei lavoratori italiani, il Partito socialista (Psi), poi si diede vita alla Confederazione generale del lavoro (Cgl) e all'Unione sindacale italiana (Usi). Un importante ruolo nella difesa dei lavoratori fu assunto anche dalla Chiesa cattolica, che, con il “non expedit"”, manifestò il suo intento di partecipare maggiormente alla vita pubblica dello Stato italiano.

Crispi dovette anche far fronte ai moti popolari sorti in diverse città e, soprattutto, al movimento dei Fasci siciliani (1891-1893). Essi esprimevano il malcontento dei contadini siciliani, le cui condizioni erano peggiorate con la crisi agraria, ma anche degli operai e degli artigiani. Gli obiettivi del Fascio erano vari, come del resto lo erano le sue matrici, e per questo molti socialisti lo vedevano come un contraddittorio movimento di diseredati e, pur essendo solidali con la popolazione meridionale, lo consideravano per certi aspetti conservatore e “anarchico”. Tali movimenti ebbero in ogni caso vita breve per l'azione autoritaria e fortemente repressiva di Crispi. Da qui in poi egli mise in atto una serie di provvedimenti che dimostrarono la vera natura del suo governo, un vero e proprio regime semidittatoriale; infatti governò per mesi senza convocare il parlamento, contando solo sull'appoggio del sovrano, cosa che fece aumentare le simpatie verso il socialismo.
Anche il governo Crispi, come quello di Depretis, nei suoi ultimi anni di vita si concentrò sull'espansione coloniale. Con l'aiuto del ministro delle Finanze Sidney Sonnino, avviò una politica economica che ampliava la spesa militare, sostenuta da un aumento del carico fiscale. L'espansione coloniale in Africa ripresa nel 1889 portò ad un conflitto con gli etiopi, che sconfissero pesantemente l'Italia ad Adua nel 1896, fatto che costrinse Crispi a dimettersi.

Negli anni successivi si accentuarono gli aspetti della crisi: fortissime tensioni sociali vennero duramente represse dai governi conservatori e antiliberali che si alternarono durante la crisi.
L'ultimo evento del secolo fu l'assassinio del re Umberto I, segno di una situazione divenuta ormai insostenibile.

Il governo venne poi affidato da Vittorio Emanuele III a politici della sinistra liberale, e in particolare nel 1903 l'incarico passò a Giovanni Giolitti, politico piemontese di estrazione borghese. Egli fu in carica dal 1903 al 1905, dal 1906 al 1909 e dal 1911 al 1914, dimettendosi ogni volta che aveva il sentore di una particolare situazione critica. Alla base del pensiero giolittiano c’era il fatto che le istituzioni dello Stato dovessero agire da unificatrici, pur mantenendo un ruolo di neutralità nelle lotte sociali. Così, per esempio, le forze dell’ordine avevano il compito di colpire solo le eventuali violazioni delle norme penali. Con questa maggiore libertà, l’ascesa delle classi lavoratrici e i miglioramenti salariali avrebbero potuto contribuire allo sviluppo economico e sociale. Grazie a tali idee, Giolitti ottenne il sostegno della sinistra, e così entrarono nella maggioranza di governo i radicali, ma non i socialisti riformisti, che Giolitti tentò di far entrare nel proprio governo, ma la proposta venne rifiutata dal loro leader Filippo Turati.

Proprio in questi anni in Italia avvenne un’intensa industrializzazione, che vide la nascita di alcune grandi aziende in diversi fattori: automobilistico, di meccanica ferroviaria, di meccanica leggera, chimico. La rete ferroviaria, fondamentale per lo sviluppo industriale, venne nazionalizzata, come altri servizi pubblici, per esempio quello telefonico.
Grazie all’apertura di Giolitti e alla libertà da lui concessa, si intensificarono le rivendicazioni operaie, che portarono al miglioramento dei salari; sempre in ambito sociale vennero presi dei provvedimenti legislativi al fine di migliorare condizioni di lavoro di donne e bambini e di introdurre una serie di forme di tutela per i lavoratori infortunati.
Lo sviluppo economico favorì anche l’innalzamento della qualità della vita, l’aumento dell’istruzione (la scuola divenne statale) e lo sviluppo della lingua italiana.

Tuttavia il Sud non venne toccato dallo sviluppo, allora Giolitti tentò di diminuire lo squilibrio tra Nord e Sud con le leggi speciali, che, però, non ebbero successo: il Meridione era ancora troppo arretrato, e, inoltre, sempre più in balia di una classe politica corrotta, che persino Giolitti stesso sostenne per assicurarsi un appoggio e dei voti certi.
Il governo non aveva la garanzia di un sostegno da parte del parlamento, perciò Giolitti fu costretto a stringere alleanze al di fuori del suo schieramento e, per mantenere quello dei socialisti, accentuò il carattere progressista della sua politica: la riforma scolastica, che pose a carico dello Stato i costi dell’istruzione elementare; l’istituzione delle pensioni di invalidità e di vecchiaia; la riforma elettorale, che introdusse il suffragio universale maschile.
Non trovando sostegno nel Psi, Giolitti si avvicinò allo schieramento di centro-destra. Per questo riprese la politica coloniale sostenuta, soprattutto, dai nazionalisti. Ci si dedicò alla conquista della Libia, culminata nell’ottobre 1912 con il trattato di Losanna, nel quale si riconobbe il dominio italiano sulla Libia.
Il governo aveva, però, sempre meno consensi, e perciò si cercò un’alleanza con i cattolici, che gli promisero voti sicuri.
Nonostante avesse vinto nelle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile, Giolitti aveva perso ogni sostegno e, anzi, aveva sempre più oppositori, che iniziarono una dura campagna di stampa contro di lui.
Infine, nel marzo 1914, Giolitti dovette dimettersi, nella speranza di essere chiamato in futuro alla presidenza del Consiglio.

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