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Italia - Primo Ottocento

Schemi riassuntivi sugli aspetti economici e sociali in Italia nella prime metà del XIX secolo, anche in rapporto con i decenni precedenti

E io lo dico a Skuola.net
L'Italia del primo Ottocento
Oltre all’aspetto politico, è importante comprendere quale fosse la situazione economica e sociale dell’Italia. La situazione dell’economia italiana nella prima metà dell’800, confrontata con quella di 60 o 70 anni prima, appariva in progresso per alcuni aspetti, ma complessivamente peggiorata in rapporto a quella delle altre aree più evolute d’Europa. Possiamo dire che il carattere periferico dell’economia italiana veniva accentuandosi man mano che le aree forti del continente progredivano nell’industrializzazione.
Nel settore agricolo, il più importante, non mancavano gli elementi positivi: l’aumento della produzione di cereali; il diffondersi delle colture del mais del riso e della patata; la crescita molto forte al nord della produzione di seta greggia; l’incremento delle colture specializzate meridionali. Dal punto di vista qualitativo, però, l’agricoltura italiana era avanzata molto poco: solo nella pianura padana si era ulteriormente sviluppata la grande azienda capitalistica a coltura promiscua, mentre i paesaggio agrario centro-meridionale era rimasto stazionario, dominato dalla piccola proprietà e dalla mezzadria nel centro, dal grande latifondo nel Mezzogiorno. Né si può dire che la condizione delle masse rurali fosse migliorata. Grave era la miseria contadina, in tutte le aree del paese.
L’industria italiana prima dell’Unità, anche se presentava settori o aree attivi e dinamici, era ben lontana dal “decollo”. Il settore più avanzato era quello tessile e l’industria della seta, che alimentava consistenti flussi di esportazione. L’industria della seta non fu però in grado di innescare un processo di sviluppo, come era accaduto con il cotone in Inghilterra. L’Italia esportava infatti in prevalenza seta greggia e, in minore misura, filati; si compivano dunque in Italia solo le prime operazioni del ciclo produttivo, mentre la tessitura avveniva all’estero. Si trattava perciò di una industria che non attirava una forte domanda di macchinari verso il settore metalmeccanico e che si rivolgeva inoltre a un mercato di consumatori molto più ristretto di quello di lana e cotone. L’industria laniera era gestita per lo più con lavorazioni semiartigianali cittadine e a domicilio nelle campagne. I settori dove il ritardo era più profondo erano quelli della siderurgia e della meccanica. Centri siderurgici di qualche importanza esistevano in Toscana, nel Milanese e nel Bresciano. Altrettanto grave la debolezza del settore metalmeccanico, in cui prevaleva largamente l’officina artigianale, nonostante lo sviluppo di alcuni importanti centri produttivi in Piemonte, Liguria e a Napoli.

I limiti che frenavano lo sviluppo industriale italiano erano di vario ordine:
 la ristrettezza del mercato interno, dovuta alla frammentazione politica ed economica del paese, alle dogane, alla diversità di pesi e misure
 inefficienza e dallo scarso sviluppo delle vie di comunicazione. Il ritardato sviluppo delle ferrovie privò l’economia italiana di un potente fattore di stimolo
 ridotto e poco organico intervento degli stati preunitari per favorire lo sviluppo economico. Il Regno di Sardegna fu quello che realizzò i maggiori investimenti; modesto fu l’impegno austriaco nel Lombardo-Veneto; insufficiente quello del regime borbonico nel Mezzogiorno
 il debole intervento dello stato non veniva compensato dal sistema creditizio e bancario. Le banche italiane, come le Casse di risparmio, praticavano quasi esclusivamente il credito commerciale e agricolo a breve termine: no erogavano finanziamenti industriali di rilievo a medio e lungo termine















IL PROBLEMA NAZIONALE ITALIANO
Il tema dell’indipendenza e unità d’Italia conobbe, dopo il fallimento delle repubbliche giacobine, una lunga fase di appannamento: prima, perché esso non figurava nel programma politico di Napoleone, che dominò la penisola dal 1800 al 1814 istituendovi regni dipendenti dalla Francia; poi, caduto Napoleone, perché le chiusure politiche della Restaurazione e la debolezza delle società clandestine impedirono il formarsi di un programma politico condiviso a livello nazionale. I moti insurrezionali del 1820-21 e del 1830-31 agitarono in prevalenza obiettivi di riforme costituzionali, che solo in alcune situazioni (Piemonte e Lombardia) si accompagnarono a progetti di indipendenza e di unità.

Dopo i falliti moti del 1830-31, la lotta e la riflessione politica compirono un importante salto di qualità, cui dettero un determinate contributo gli esuli in Inghilterra, Belgio e Francia, collocato in un osservatorio politico più aperto rispetto quello interno alla penisola. Maturò progressivamente l’idea che l’obiettivo dell’indipendenza dovesse essere connesso a quello dell’unificazione nazionale. Fu abbandonato il modello della cospirazione e della società segreta, in favore di programmi politici chiari, capaci di riscuotere il consenso dell’opinione pubblica. Vennero così alla luce diverse impostazioni ideologiche e politiche.

Due furono le posizioni principali che si fronteggiarono nel trentennio tra il 1830 e la conquista dell’Unità: quella liberale moderata (Gioberti, D’Azeglio, Balbo, Cavour), e quella democratica repubblicana (Mazzini, Ferrari, Montanelli, Garibaldi, Cattaneo, Pisacane). All’interno di questi due schieramenti le proposte politiche furono in realtà diversificate e mutarono nel corso del tempo. Ma fra le due impostazioni vi era una divergenza di fondo che riguardava sia gli obiettivi politici, sia i mezzi da impiegare:
 i moderati ritenevano che gli obiettivi dell’indipendenza e dell’unificazione nazionale dovessero essere raggiunti gradualmente, evitando azioni insurrezionali, attraverso un processo riformatore guidato dai sovrani; essi pensavano all’Italia del futuro come una monarchia costituzionale di carattere liberale
 i democratici ritenevano che il Risorgimento dovesse essere il frutto dell’iniziativa popolare e realizzarsi attraverso un insurrezione nazionale. Essi pensavano all’Italia nuova come a una repubblica fondata sul principio della sovranità popolare

queste due importazioni si alternarono nella guida del processo di unificazione nazionale e, alla fine, fu quella liberale moderata a prevalere. Nella prima fase fu l’orientamento democratico a dimostrare le maggiori capacità di iniziativa e di aggregazione del consenso. I fallimenti delle rivoluzioni del 1820-21 e del 1830-31 avevano messo in luce quanto fosse inaffidabile la prospettiva che assegnava ai sovrani la guida del rinnovamento. Dalla riflessione critica su quelle esperienze sorse la convinzione che solo un movimento “dal basso” avrebbe potuto rompere l’immobilismo della situazione italiana: in tale direzione si mosse Giuseppe Mazzini.

Nato a Genova nel 1805, Mazzini si iscrisse alla Carboneria nel 1827, compiuti gli studi di giurisprudenza. All’attività cospirativa, egli unì sin dall’inizio la battaglia ideale condotta mezzo della stampa in cui sosteneva la necessità di una letteratura civilmente impegnata nell’educazione del popolo e nella formazione di una coscienza nazionale. Arrestato nel 1830, si recò in esilio in Francia, stabilendosi a Marsiglia. Qui entrò in contatto con l’ambiente degli esuli. Fra gli esuli in Francia prevalevano gli orientamenti giacobini e democratici. Mazzini aderì alla setta degli “Apofasimeni”, diretta dal piemontese Carlo Bianco di Saint-Jorioz.

Nell’ambiente francese Mazzini maturò una propria originale versione del problema italiano che pur collocandosi nel versante democratico, si differenziava dai modelli politici e organizzativi della tradizione giacobina; al tempo stesso, il suo nazionalismo si differenziava da quello di matrice tedesca per il suo carattere repubblicano e per l’affermazione di un nesso inscindibile tra nazione e libertà. Alla nazione infatti, spetta il compito di realizzare la libertà innanzitutto al proprio interno, che dovrà concepirsi come associazione di nazioni libere. Non vi è contraddizione, per Mazzini, tra patriottismo e lotta per il bene dell’umanità, tra amore per la propria nazione e rispetto per le altre, purché si tenga fisso l’ideale supremo della libertà: “Adoro la mia patria, perché adoro la Patria; la nostra libertà, perch’io credo nella libertà; i nostri diritti, perché credo nel Diritto”. Il nazionalismo di Mazzini era altresì fortemente caratterizzato in senso etico-religioso e romantico. La rivoluzione nazionale è per lui una “missione” che richiede una profonda “fede”. Non si tratta della fede propria di una particolare confessione religiosa, ma di una forza morale, di un valore ideale che supera i singoli individui e anche il conflitto tra le classi. Senza questa fede è impossibile lottare per la libertà della nazione.

Se la lotta per la libertà è “missione” e “dovere”, essa richiede allora una grande opera di educazione morale, che indichi al popolo la via da seguire. Al popolo bisogna anche far comprendere i vantaggi materiali che gli deriveranno dalla conquista della libertà. In Mazzini, il momento etico e politico precede sempre quello economico, e la lotta di classe è avversata come divisione all’interno del popolo. La sua idea di rivoluzione popolare lo portava verso una strada del tutto nuova; ma al tempo stesso lo allontanava dalla tradizione giacobina e buonarrotiana. Di quest’ultima Mazzini non poteva accettare diversi elementi: l’egualitarismo economico e sociale; l’idea che all’insurrezione potesse e dovesse seguire una fase di dittatura rivoluzionaria; il modello settario e cospirativo.

Per realizzare il suo programma rivoluzionario Mazzini fondò nell’agosto del 1831 l’associazione Giovine Italia, che costituì un fatto del tutto nuovo nel panorama politico italiano, il primo nucleo di un partito. Alle sette aristocratiche e chiuse, Mazzini contrappose un’organizzazione con un programma palese e una diffusione a livello nazionale. Il programma della Giovine <Italia prevedeva l’instaurazione di una repubblica unitaria attraverso una insurrezione popolare nazionale. La scelta repubblicana era compiuta sai per fiducia nelle monarchie, sia per la convinzione che la repubblica fosse la forma di stato più adatta a realizzare il, attraverso il suffragio universale, la sovranità popolare. Dal punto di vista sociale, Mazzini, proponeva misure per migliorare la vita degli operai e crediti per favorire lo sviluppo dell’associazionismo e della cooperazione.

La Giovine Italia ebbe una diffusione ampia ma socialmente e geograficamente circoscritta. Si radicò in Lombardia e in Liguria, meno in Piemonte, in Toscana e nelle Legazioni pontificie, quasi per nulla nel Mezzogiorno e in Sicilia. Mazzini vedeva nell’insurrezione dell’Italia settentrionale e nell’immediato scontro con l’Austria la chiave risolutiva del processo rivoluzionario, mentre riteneva che nel Mezzogiorno non vi fossero ceti sociali e ideali patriottici sufficientemente sviluppati per avviare la rivoluzione nazionale. Dal punto di vista sociale, la propaganda mazziniana produsse seguaci presso le classi medie e presso i ceti popolari urbani; non raccolse significativi consensi né presso la borghesia, né presso i contadini.

i limiti del programma politico mazziniano vennero in luce non appena egli volle passare all’azione: le insurrezioni tentate a più riprese fallirono tutte, molti patrioti furono giustiziati e incarcerati, e l’organizzazione della Giovine Italia gravemente pregiudicata. Mazzini rinunciò alle iniziative cospirative in Italia e dell’esilio in Svizzera si impegnò per fondare la Giovine Europa, che avrebbe dovuto dare alla lotta un respiro internazionale, chiamando alla rivoluzione le altre nazioni divise, Polonia e Germania. In questa fase, Mazzini incontrò una grave crisi, ma la sua autorità sul movimento democratico era rimasta scossa dagli insuccessi e diversi gruppi, soprattutto nell’Italia meridionale, iniziarono a muoversi indipendentemente da lui e dalla sua insistenza a considerare l’Alta Italia il centro privilegiato dell’iniziativa rivoluzionaria. Ma anche i tentativo di un insurrezione effettuato in Calabria nel giugno 1844 da due nobili veneziani, i fratelli Attilio e d Emilio Bandiera, si concluse tragicamente, essendo venuto a mancare ogni appoggio da parte delle popolazioni rurali. Alla metà degli anni 40 i movimento democratico conosceva la sua prima crisi.

In un ‘Italia che si muoveva sula strada dello sviluppo economico, la borghesia puntava ad ottenere riforme che favorissero la creazione di un mercato interno e la libera circolazione dei beni:
 una lega doganale fra i diversi stati, sull’esempio dello Zollverein tedesco
 l’unificazione dei pesi e delle misure, il libero scambio o almeno la riduzione delle dogane
 la creazione di un sistema ferroviario integrato dai diversi stati della penisola
 il miglioramento dell’istruzione

Su questi temi si sviluppò negli anni 30 e 40 una ricca pubblicistica, che ebbe come esempi più riusciti “l’Antologia”, gli “Annali universali di statistica”, “il Politecnico”. In diversi modi, queste riviste si proposero di favorire lo svecchiamento della cultura italiana e l’adeguamento economico e sociale del paese all’Europa più evoluta; esse riuscirono a far lievitare lentamente un’opinione pubblica liberale e anche nazionale. Una funzione importante svolsero anche i congressi degli scienziati, trattando gli argomenti più vari, dall’agricoltura all’istruzione popolare all’organizzazione del sistema carcerario.

Le tematiche economiche e civili agitate in questo periodo avevano un evidente e immediato riflesso politico. Da questo punto di vista, il moderatismo italiano non mancava di modelli ai quali ispirarsi: la liberale Inghilterra e la monarchia orleanista in Francia offrivano l’esempio di una moderata limitazione del potere monarchico accompagnata dalle fondamentali garanzie di libertà civili, politiche e economiche. Si trattava inoltre di modelli istituzionali che sembravano capaci di garantire un adeguato controllo delle masse popolari, attraverso il meccanismo del suffragio censitario.

All’interno dell’universo moderato ebbe grande rilievo la corrente che si rifaceva agli ideali del cattolicesimo. Ancora un esule, il sacerdote piemontese Vincenzo Gioberti, ne fu il principale interprete. A Bruxelles pubblico nel 1843 la sua opera fondamentale, Del primato morale e civile degli italiani. Gioberti proponeva di fondare l’unità nazionale su una federazione di stati, giudicando irrealistica e controproducente la prospettiva di uno stato unitario. A capo di tale federazione immaginava che dovesse esservi il papa.

Dal punto di vista istituzionale, il Primato professava un assoluto moderatismo: riaffermava la piena centralità della monarchia ma limitandosi a delineare una monarchia “consultiva” che permettesse al principe di governare “in modo conforme al voto sapiente della nazione, senza detrimento del proprio potere”. Il neoguelfismo di Gioberti non sembrava indicare una prospettiva realistica, dal momento che il papato dell’epoca sembrava tutt’altro che favorevole a ricoprire il ruolo assegnatogli nel Primato. Tuttavia le idee di Gioberti furono accolte con grande favore negli ambienti moderati italiani, ai quali offrirono un progetto politico complessivo.

Il libro di Gioberti ebbe anche il merito di porre esplicitamente il tema dell’Unità italiana, aprendo pubblicamente fra i moderati il dibattito sul programma da seguire per raggiungere questo obiettivo. La questione dell’indipendenza fu affrontata direttamente da Balbo, nell’opera Delle speranze d’Italia. Balbo individuava nell’Austria l’avversario principale nel cammino verso l’indipendenza e nella monarchia sabauda l’unica forza militare e politica in grado di costringere gli austriaci a lasciare il Lombardo-Veneto. Balbo impostava la questione dell’indipendenza italiana con l’occhio rivolto agli equilibri politici internazionali; l’allontanamento degli austriaci poteva essere propiziato dall’evoluzione del contesto internazionale in seguito alla crisi dell’Impero ottomano.

Una posizione di notevole spessore fu quella di Cattaneo. Cattaneo era avverso sia al conservatorismo filo monarchico dei moderati, sia al rivoluzionarismo dei mazziniani. Di Mazzini, egli condivideva l’ideale democratico-repubblicano e la decisa ostilità verso un processo di indipendenza che fosse guidato dai sovrani. Egli però divergeva da Mazzini su diversi punti: in primo luogo, se Mazzini muoveva da un’impostazione culturale di tipo romantico, Cattaneo, fondava il suo pensiero sulla tradizione dell’illuminismo lombardo. Concepiva dunque il Risorgimento non come una missione del tipo quasi religioso, ma come un progressivo avanzamento economico e civile basato sulla diffusione di un sapere concreto, operativo, tecnico-scientifico. Cattaneo operò per promuovere lo sviluppo della cultura e della società lombarda. Un’altra divergenza da Mazzini riguardava la prospettiva unitaria da questi abbracciata: il primato assegnato alla libertà e all’autonomia portava Cattaneo a immaginare l’Italia futura come una federazione di stati, capace di salvaguardare l’autonomia e la specificità delle diverse realtà locali. Il federalismo di Cattaneo era però cosa molto diversa da quello professato: esso prevedeva la forma repubblicana e il suffragio universale ed escludeva perciò che una forza monarchica, fosse essa il papato o la casa Savoia, assumesse una posizione dominante.











LA SVOLTA DEL 1848
Nei due anni precedenti al 1848 la linea moderata parve destinata al successo. Nel 1846, l’elezione al trono pontificio di Pio IX sembrò aprire un epoca nuova e convalidare l’ipotesi neoguelfa di Gioberti: il nuovo pontefice attuò riforme (amnistia per i reati politici, ammissione di membri laici nelle cariche dello stato) e non disdegnò il ruolo di “papa liberale”. Riforme vennero introdotte anche in Toscana da Leopoldo II (libertà di stampa), e Carlo Alberto nel Regno di Sardegna /attenuazione della censura, riduzione dei poteri della polizia, istituzione di consigli comunali elettivi). Solo Ferdinando II, sovrano delle Due Sicilie, rimase sordo a ogni richiesta di rinnovamento. Si trattava di aperture riformistiche molto caute, realizzate con riluttanza da sovrani che nulla erano intenzionati a concedere dal punto di vista costituzionale. Il clima politico era in fermento: l’atteggiamento sempre più arrogante dell’Austria (che nel 1847 occupò Ferrara), faceva temere una guerra imminente e alimentava sentimenti patriottici e antiaustriaci; si susseguivano manifestazioni popolari, promosse dai democratici, in cui alle rivendicazioni delle riforme si univano le parole d’ordine della lotta di indipendenza.

Questa situazione di tensione venne utilizzata dai moderati per premere sui sovrani, presentando loro le riforme come unica via per impedire l’esplodere di una rivoluzione sociale. Nell’opuscolo redatto da Massimo D’Azeglio, intitolato Proposta d’un programma per l’opinione internazionale italiana, egli esortava i principi “a porre in cima di ogni altro interesse l’interesse italiano” e il popolo ad adottare “le idee di un progresso moderato e perciò possibile, che non porti offesa agli interessi dei principi”. Su tali basi si presentava il programma moderato: elettività dei consigli provinciali e comunali; riforma dei codici e pubblicità dei processi; leggi sulla stampa più liberali; creazione di un sistema di ferrovie; libertà di commercio interno; unificazione di monete, pesi e misure. Il programma D’Azeglio, che si presentava come “realistico”, in realtà risultava già superato dalle rivendicazioni costituzionali e patriottiche ormai diffuse nell’opinione pubblica.

Anche l’Italia fu investita dal vasto movimento rivoluzionario che coinvolse gran parte dell’Europa. Le rivoluzioni del 1848-49 costituirono il primo banco di prova per moderati e democratici e, sebbene si sono concluse con una sconfitta, segnarono una tappa decisiva sulla via dell’unificazione nazionale. Ancora una volta, la miccia fu accesa nel Regno delle due Sicilie, dove la tensione era altissima a causa dell’atteggiamento di chiusura assunto da Ferdinando II. Il 12 gennaio 1848 Palermo insorse rivendicando la Costituzione e l’indipendenza dell’isola da Napoli: il successo dei ribelli costrinse Ferdinando II a promettere la Costituzione (29 febbraio). La rivolta di Palermo impresse agli eventi un’improvvisa accelerazione, rendendo del tutto superata l’ipotesi di graduali riforme che i sovrani italiani, pur controvoglia, si erano rassegnati ad accettare. Essi si videro ora costretti a imitare il Borbone: sotto la pressione dei liberali, concessero gli statuti anche Leopoldo II di Toscana (17 febbraio), Carlo Alberto (4 marzo), Pio IX (14 marzo). Comune a queste Costituzioni era l’impronta moderata: modellate su quella orleanista francese, prevedevano due camere, una elettiva con suffragio censitario, una vitalizia di nomina regia; la persona del re era dichiarata sacra e inviolabile; la religione cattolica era proclamata religione ufficiale dello stato.

Con l’eccezione dei Ducati di Parma e Modena e del Lombardo-Veneto, alla metà di marzo tutti gli stati italiani possedevano un ordinamento costituzionale. Ma il carattere estremamente moderato degli statuti e l’applicazione ancor più restrittiva che ne venne data nei primi mesi non potevano soddisfare i liberali più avanzati né i democratici. In questa situazione si aprì in Italia una nuova fase rivoluzionaria che ebbe come epicentro il Lombardo-Veneto. Il 17 marzo insorse Venezia: gli austriaci furono cacciati, i patrioti liberati dal carcere; fu proclamata la Repubblica di San Marco, sotto un governo provvisorio guidato da Daniele Manin. Il 18 marzo insorse Milano: in 5 giorni di durissimi combattimenti (le Cinque giornate di Milano), una vera e propria guerra di popolo, sconfisse le truppe austriache del generale Radetzky e le costrinse a rifugiarsi nelle fortezze del cosiddetto quartiere quadrilatero (Mantova, Peschiera, Verona, Legnano). Erano state bruciate le tappe del progetto moderato. A questo punto occorreva decidere come proseguire la lotta: verso quali obiettivi, con quali mezzi.

A Milano si è costituito un governo provvisorio, guidato da un gruppo di aristocratici moderati; nel consiglio di guerra, che, cotto la direzione di Cattaneo, aveva condotto le operazioni militari, prevalevano invece i democratici. Si profilò subito un conflitto tra le due posizioni: il punto più immediato di divergenza riguardava l’opportunità o meno di richiedere l’intervento militare della monarchia sabauda, alla quale i moderati guardavano da tempo come all’unica forza in grado di ottenere la liberazione dell’Italia settentrionale. Il conte Casati, capo del governo provvisorio, temendo che l’iniziativa popolare spingesse l’insurrezione verso esiti democratici e repubblicani, era favorevole all’intervento piemontese e all’annessione della Lombardia del Regno di Sardegna. Cattaneo, invece, era decisamente contrario: non aveva alcuna fiducia nell’aristocrazia piemontese e lombarda, né in Carlo Alberto, di cui temeva le ambiguità politiche e le mire espansionistiche. Il nodo fu sciolto dallo stesso Carlo Alberto. Il sovrano piemontese esitava a intervenire: da un lato temeva i riflessi internazionali della decisione di muovere guerra all’Austria e dubitava dell’efficienza dell’esercito piemontese; dall’altro lo attiravano la possibilità di realizzare il disegno espansionistico a lungo coltivato dalla casa Savoia e la prospettiva di assumere il ruolo di sovrano “nazionale”.

Il 23 marzo il sovrano dichiarò guerra all’Austria, l’entusiasmo fu generale: volontari accorsero da tutta Italia e ovunque si tennero manifestazioni per spingere i sovrani alla guerra nazionale. Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II, nell’intento di alleggerire la tensione rivoluzionaria, decisero l’invio di truppe in appoggio a Carlo Alberto. Il 26 marzo il primo reparti piemontese entrò a Milano. Qui la dichiarazione di guerra aveva spostato gli equilibri a vantaggio della linea dei moderati “fusionisti”, cioè favorevoli all’unione della Lombardia al Piemonte. Lo stesso Mazzini, pur dicendosi contrario alla fusione aveva proposto di accantonare la pregiudiziale repubblicana a favore di un programma indipendentista e unitario. Nel giugno, un plebiscito decise l’unione della Lombardia al Regno di Sardegna.

La condotta di quella che poi fu chiamata Prima guerra di Indipendenza deluse le speranze dei patrioti. Alle deficienze militari e organizzative del’esercito sabaudo si sommò infatti una strategia incerta. Invece di approfittare delle vittorie ottenute a Goito e a Peschiera per incalzare gli austriaci, l’esercito piemontese, lento e mal guidato, permise al nemico di riorganizzarsi a di riprendere Vicenza. Contemporaneamente Pio IX, impaurito dalla prospettiva di uno scontro con l’Austria e irritato dall’espansionismo di Carlo Alberto, con un’allocuzione del 29 aprile ritirò i proprio appoggio: era il fallimento del progetto neoguelfo. Nel Regno delle due Sicilie la situazione precipitava: si verificò una completa rottura fra la monarchia napoletana e la Sicilia, dove il governo provvisorio richiedeva il ritorno alla Costituzione del 1812 e la separazione fra le due parti del Regno. Sul continente Ferdinando II avviò una svolta reazionaria, sciogliendo con forza il parlamento (15 maggio 1848) e bloccando il corpo di spedizione inviato verso nord. Radetzky, nel frattempo, riconquistava le città del Veneto e tra il 23 e il 27 luglio sconfisse i piemontesi a Custoza. L’esercito piemontese iniziò la ritirata e il 5 agosto Carlo Alberto abbandonò la capitale lombarda. Il 9 agosto il generale Salasco firmò un armistizio che impegnava i piemontesi a ritirarsi oltre il Ticino.

Gli eventi della primavera-estate 1848 avevano segnato il fallimento della direzione moderata del movimento nazionale e dei suoi stessi presupposti: il gradualismo riformismo, il neoguelfismo, la fiducia nella monarchia sabauda. Ciò spinse democratici a riprendere l’iniziativa. Una nuova ondata di mobilitazioni popolari aprì la seconda fase del 48 italiano. A Roma, Pio IX fu costretto a fuggire riparando nella fortezza di Gaeta. Fu eletta a suffragio universale un’Assemblea costituente che il 9 febbraio 1849 dichiarò la fine del potere temporale del papa e proclamò la Repubblica romana. La nuova repubblica, che si diede un’avanzata Costituzione democratica, fu guidata da un triumvirato formato da Mazzini, Saffi e Armellini; il comando delle truppe è affidato a Garibaldi. In Toscana, dopo l’insurrezione di Livorno e la fuga di Leopoldo II a Gaeta, il potere fu assunto da un triumvirato democratico composto da Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni; il progetto dei democratici toscani era quello di estendere l’iniziativa insurrezionale, creando una repubblica nell’Italia centrale e riunendo a Roma un’assemblea costituente .

La situazione interna e internazionale non era però favorevole al successo del programma repubblicano e unitario. Carlo Alberto, mosso dal proposito di recuperare prestigio e di riprendere il controllo del movimento nazionale, decise di rompere la tregua con l’Austria. La seconda fase del conflitto durò pochi giorni: Carlo Alberto venne sconfitto definitivamente a Novara (23 marzo 1849) e dovette abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. In Europa, intanto, quasi ovunque il movimento rivoluzionario si andava ritirando e i conservatori riprendevano il controllo della situazione. Anche in Italia le cose volsero rapidamente al peggio: dopo 10 giorni di strenua resistenza fui presa Brescia, che si era ribellata nella speranza di una liberazione della Lombardia; fu poi la volta di Firenze, ripresa dagli austriaci. La Sicilia fu riconquistata dall’esercito borbonico. Restavano libere Roma e Venezia. Il neoeletto presidente Luigi Napoleone per ottenere il consenso dei cattolici e del clero francese, inviò in Italia un corpo di spedizione, che sbarcò a Civitavecchia il 24 aprile 1849. Nonostante la resistenza dei volontari repubblicani, guidato da Garibaldi, Roma fu conquistata all’inizio di luglio. Ultima cadde Venezia, stremata dalla fame e da un’epidemia di colera. L’esperienza delle repubbliche democratiche era finita.
IL PIEMONTE LIBERALE E CAVOUR
Il biennio 1848-49 aveva visto fallire tutte le ipotesi di indipendenza e di unificazione formulate sino ad allora dai moderati e dai democratici. Nel Lombardo-Veneto, nello stato pontificio e nel Regno delle due Sicilie i sovrani seguirono una politica di restrizione delle libertà e di rinuncia d ogni ipotesi riformatrice. Fa eccezione il Regno di Sardegna dove fu mantenuta in vigore la Carta costituzionale concessa da Carlo Alberto nel 1848, detta Statuto Albertino, e dove fu avviata una politica di riforme e di modernizzazione a opera del conte di Cavour. Nel Piemonte, a differenza degli altri stati italiani, si creò un’alleanza politica fra la monarchia e la classe dirigente: e questo fece sì che, in breve tempo, Torno divenisse un punto di riferimento di tutto il movimento liberale moderato italiano.

Camillo Benso conte di Cavour, liberale e riformista, fortemente avverso alla destra reazionaria come alla sinistra democratica, riteneva che il progresso economico e civile del Piemonte e la sua trasformazione in uno stato moderno, fossero una premessa indispensabile per consentirgli di assumere un ruolo dominante nella vita politica italiana. Sostenne queste idee sul giornale “il Risorgimento” fondato da Cavour stesso nel 1847. Questa politica passava inevitabilmente attraverso uno scontro con le forze conservatrici del regno, in particolare con i clericali: scontro che si sarebbe potuto vincere solo disponendo di una solida maggioranza parlamentare. Questo elemento spiega la spregiudicatezza con cui Cavour attuò la politica del connubio: nel 1852 si alleò con la sinistra per disporre della forza parlamentare necessaria sia a sconfiggere le clericali e repubblicani, sia a garantire autorevolezza alla camera elettiva di fronte al sovrano.

I risultati in campo economico furono rilevanti: Cavour sviluppò una politica economica liberista, riducendo le barriere doganali e stringendo accordi commerciali con le principali nazioni europee, e al tempo stesso realizzò un forte intervento dello stato nell’economia, utilizzando la spesa pubblica per costruire strade e ferrovie e per sostenere l’industria siderurgica e meccanica. Il debito pubblico che ne derivava fu coperto con un ampliamento del prelievo fiscale, eliminando privilegi e immunità e ottenendo finanziamenti da parate delle grandi banche europee. Una politica rischiosa ma moderna, che garantì al Piemonte uno sviluppo superiore a quello degli altri stati italiani.

Cavour non credeva né nell’impostazione mazziniana, che giudicava confusionaria, né nell’insurrezione popolare, che suonava pericolosa. La via da seguire era quella militare e diplomatica, che vedeva il Regno di Sardegna nel ruolo di protagonista. Era necessario da un lato, fare del Piemonte il punto di riferimento dei moderati italiani, dall’altro occorreva inserire il caso italiano nel gioco diplomatico europeo, per ottenere le alleanze, o almeno le neutralità, necessarie a sconfiggere l’Austria. La situazione politica internazionale sembrava favorevole a tale disegno: la compattezza fra i troni che aveva dominato l’età della restaurazione era ormai logorata; Francia, Prussia e Russia facevano ognuna la propria politica, come aveva dimostrato la guerra di Crimea. Proprio per inserirsi nel gioco europeo Cavour mandò un contingente piemontese in Crimea, a combattere i russi a fianco dei francesi e degli inglesi.

A mettere il Piemonte al centro della lotta risorgimentale contribuì anche la profonda crisi del movimento democratico. Mazzini, esula prima in Svizzera e poi in Inghilterra, giudicando imminente un riaccendersi della rivoluzione in Europa, si adoperava per costruire una nuova rete cospirativa, riproponendo le parole d’ordine dell’insurrezione nazionale, dell’indipendenza e dell’unità. Cattaneo, dal suo esilio in Svizzera, individuava le ragioni del fallimento del 48 nel fatto che l’obiettivo della libertà era stato sacrificato a quello dell’unità concepita come fusione dinastica. Per patrioti come Montanelli e Ferrari, bisognava dare al programma democratico un contenuto sociale: terra ai contadini, migliori condizioni di vita agli operai. Solo in questo modo si sarebbe potuto ottenere l’appoggio delle masse popolari.
All’inizio del 1853 Mazzini decise che era giunto i momento di far agire la su organizzazione clandestina, ma i risultati furono disastrosi. L’insurrezione sarebbe dovuta scoppiare a Milano, ma già nel 52 la polizia austriaca effettuò centinaia di arresti, seguiti da condanne: 5 patrioti vengono impiccati sugli spalti del forte di Belfiore. Ciò indusse Mazzini ad accelerare i tempi dell’insurrezione che fallì completamente. L’ultimo drammatico tentativo fu quello di Pisacane con la “spedizione di Sapri”. Egli riteneva che la rivoluzione nazionale dovesse essere anche una rivoluzione sociale, che abolisse la proprietà privata, e che dovesse iniziare dal Mezzogiorno, dove la fame e l’oppressione dei contadini erano più terribili e lo stato più debole. Pisacane organizzò quindi una spedizione nel Napoletano, sbarcò a Sapri. L’impresa si concluse tragicamente: egli non trovò i rivoluzionari napoletani ad attenderlo e i contadini, invece di ribellarsi, diedero la caccia ai patrioti, dipinti da clero locale come assassini e briganti. Pisacane si tolse la vita.
LA CONQUISTA DELL’UNITÀ
Dopo il fallimento dei moti mazziniani e l’ultimo tragico episodio della spedizione di Pisacane, sembrava tramontata, per i democratici, ogni possibilità di guidare il processo risorgimentale. Torino divenne un polo di attrazione, anche per la presenza di migliaia di esuli. Si trattava di una emigrazione numerosa ma anche colta e prestigiosa. Gli esuli esercitarono un’attenta opera culturale, confermando Torino come punto di riferimento del movimento nazionale. Anche molti democratici aderirono all’iniziativa di Cavour, che puntava a fare della monarchia sabauda la guida dell’indipendenza italiana. Molte furono le adesioni alla Società nazionale italiana, un’organizzazione clandestina fondata nel 1857 per unire coloro che erano disposti a lottare per l’indipendenza intorno a casa Savoia; aderì anche Garibaldi. Animatore dell’organizzazione fu l’esule siciliano Giuseppe La Farina.

Cavour si era convinto della necessità di una soluzione militare, cioè di una guerra contro l’Austria che permettesse al Piemonte di unificare intorno a sé l’Italia settentrionale. Napoleone III, le cui ambizioni espansionistiche erano destinate ad entrare in rotta di collisione con l’Austria, si presentava come alleato “naturale” di tale progetto politico. Cavour, perciò, iniziò un intenso e abile lavoro di diplomazia, tendente da un lato a guadagnare l’interesse dell’imperatore francese, e dall’altro irrigidire i rapporti con l’Austria, sino alla rottura delle relazioni (1857). Seppe anche sfruttare a suo vantaggio il fallito attentato compiuto dal mazziniano romagnolo Felice Orsini contro Napoleone III.

Le manovre di Cavour ebbero successo: il 20 luglio 1858 strinse segretamente con l’imperatore francese Napoleone III gli accordi di Plombieres che impegnavano la Francia a entrare in guerra a fianco del Piemonte nel caso che quest’ultimo fosse attaccato dall’Austria. La Francia avrebbe ottenuto in cambio del suo aiuto militare e diplomatico Nizza e la Savoia. A Plombieres venne anche tracciato il futuro assetto italiano. venne prevista una divisione dell’Italia in quattro parti:
• Regno dell’Alta Italia (Piemonte, Lombardo-Veneto, Ducati di Parma e Modena e le Legazioni pontificie), affidato ai Savoia
• Stato pontificio (Roma e il Lazio) sotto il governo papale e protezione francese
• Regno dell’Italia centrale (Toscana, Marche e Umbria)
• Regno delle due Sicilie
Su questi due ultimi regni Napoleone III contava di insediare sovrani con lui imparentati. In tal modo, egli mirava a estendere la propria influenza sulla penisola italiana una volta cacciata l’Austria. Era in realtà onerosissimo per il Piemonte: non solo perché comportava la perdita di Nizza e della Savoia, ma soprattutto perché subordinava la politica piemontese a quella francese e prefigurava per l’Italia un futuro di dipendenza nei confronti della Francia.

In aprile l’Austria ruppe gli indugi, convinta di potere battere i piemontesi prima dell’intervento francese. Dopo avere inviato al Piemonte un ultimatum, che Cavour si affrettò a respingere, il 26 aprile 1859 l’Austria dichiarò guerra al Regno di Sardegna invadendone il territorio e dando così inizio al conflitto che in seguito venne chiamato Seconda Guerra di Indipendenza. Fu una guerra breve ma cruenta. All’esercito piemontese e a quello francese si affiancarono circa ventimila volontari accorsi da tutta Italia, al comando di Giuseppe Garibaldi. Fu proprio Garibaldi a cogliere i primi successi, conquistando Como e Varese: successivamente, con la battaglia di Magenta e i sanguinosi scontri di San Martino e Solferino, presso il lago di Garda, i franco-piemontesi volsero a proprio favore le sorti del conflitto. Ma a questo punto Napoleone III si ritirò improvvisamente, firmando con gli austriaci l’armistizio di Villafranca, in base al quale l’Austria cedeva la Lombardia alla Francia. Il Veneto sarebbe rimasto agli Asburgo. La Francia rinunciava a Nizza e alla Savoia, non avendo rispettato gli accordi di Plombieres. Enorme fu la delusione fra i patrioti italiani. Cavour, per protesta, si dimise.

Napoleone si ritirò dal conflitto sia perché l’opinione pubblica francese era ostile a una guerra che stava provocando molti caduti, sia perché era preoccupato di un intervento della Prussia in appoggio all’Austria. Altrettanto peso nella sua decisione ebbero gli imprevisti sviluppi della situazione politica nell’Italia centro-settentrionale. In Toscana e nei Ducati, i regnanti avevano abbandonato trono e paese, mentre nelle Legazioni, non più protette dagli austriaci, una sollevazione popolare aveva allontanato il cardinale. Nel conseguente vuoto di potere, si erano formati governi provvisori.
Gli accordi di Villafranca prevedevano il ritorno dei legittimi regnanti in Toscana, nei Ducati e nelle Legazioni. Ma non ebbero attuazione, perché in tutti questi stati furono elette assemblee che votarono in favore dell’annessione al Piemonte. La situazione era bloccata, perché la Francia impediva all’Austria di intervenire, mentre Vittorio Emanuele non poteva né accettare le annessioni, per non mettersi in urto con Francia e Austria, né respingerle, per non venire meno al suo ruolo di sovrano “nazionale”. Si rimase per parecchi mesi in una situazione di stallo. Il nodo fu nuovamente sciolto a livello europeo, grazie all’iniziativa di Cavour.

Nel marzo 1860 in Toscana, a Parma, a Modena e nelle ex Legazioni si svolsero i plebisciti. Il 97% degli elettori votò per l’annessione. Seguì la cessione alla Francia della Savoia e di Nizza. A questo punto, nella primavera 1860, la situazione politica dell’Italia era la seguente:
• al nord, Regno di Sardegna che comprendeva anche Toscana ed Emilia, mentre il Vaticano rimaneva ancora in mano austriaca
• al centro, lo stato pontificio (Lazio, Umbria e Marche, con Roma presidiata dai francesi)
• al sud, il Regno delle due Sicilie, sul cui trono era salito alla morte del padre, Francesco II.
Una situazione che avrebbe potuto evolversi in diverse direzioni, prima fra tutte la creazione di una confederazione. Fu invece l’iniziativa dei democratici ad avviare il processo che condusse alla proclamazione del Regno d’Italia.

Nella primavera 1860 si accese in Sicilia una rivolta separatista stroncata nella capitale, essa continuò tuttavia nelle campagne, senza che l’esercito borbonico riuscisse a sedarla. Sin dall’anno precedente operavano nell’isola due esuli siciliani mazziniani, Francesco Crispi e Rosolino Pilo: essi giudicavano la situazione matura per un intervento nel Mezzogiorno, che riavviasse la lotta per l’indipendenza arrestatati nel nord.

Dopo molte titubanze, Garibaldi decise di organizzare la spedizione. Il repubblicano Garibaldi decideva consapevolmente di muoversi al servizio del progetto monarchico di unificazione. Salpò alla volta della Sicilia dallo scoglio di Quarto, in Liguria, con circa mille volontari. Per metà appartenevano ai ceti medi, per l’altra metà erano artigiani e operai. Cavour, preoccupato per il carattere democratico e mazziniano dell’impresa e per le sue possibili ripercussioni sul piano internazionale, aveva tentato invano di ostacolarla.

Quando Garibaldi sbarcò a Marsala trovò un terreno già preparato. L’esercito garibaldino sconfisse le truppe borboniche a Calatafimi e liberò Palermo. Nel frattempo altre spedizioni di volontari rag-giunsero l’isola. Il 20 luglio, sconfitti nuovamente i borbonici a Milazzo, Garibaldi controllava tutta la Sicilia. L’esperienza di Garibaldi in Sicilia fu trionfale ma non priva di contraddizioni. Il generale assunse la dittatura della Sicilia “in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia” e istituì un governo provvisorio che prese importanti provvedimenti a favore dei contadini per guadagnarsi il consenso della popolazione. Garibaldi non risolse il secolare conflitto che opponeva i contadini ai proprietari. In alcune situazioni, la rivolta sociale esplose violentissima e sanguinosa. In questi casi, l’atteggiamento di Garibaldi e di Crispi fu molto duro, mosso dall’obiettivo di mantenere l’ordine nell’isola. Vi furono repressioni pesanti, per esempio a Bronte.

L’impresa dei Mille suscitò entusiasmi e ammirazione in tutto il mondo. Si moltiplicarono le iniziative e le raccolte di fondi a favore di Garibaldi e delle sue imprese. Sul piano politico, il successo dava nuovo slancio ai democratici; Mazzini rientrò in Italia esortando a proseguire nella rivoluzione nazionale. Cavour inviò in Sicilia La Farina con il compito di preparare l’annessione dell’isola al Piemonte, ma Garibaldi espulse il suo delegato come spia. Il generale voleva le mani libere per proseguire la sua azione sul continente, benché Cavour tentasse di impedirglielo. Sbarcato in Calabria, Garibaldi prese Reggio e poi proseguì verso nord. I reparti borbonici opposero debole resistenza. Il 7 settembre 1860 Garibaldi entrò a Napoli. Il re Francesco II riparò nella fortezza di Gaeta.

Si era creata una situazione estremamente complessa. Al nord vi era il Regno il Sardegna, con Lombardia, Toscana ed Emilia. Al centro, restava lo Stato pontificio. Al sud vi era il governo di Garibaldi. Durissimo era divenuto nel frattempo lo scontro politico fra Cavour e Garibaldi, al punto che il generale chiese per ben due volte a Vittorio Emanuele II le dimissioni del ministro. Cavour temeva che potesse ormai realizzarsi il sogno mazziniano di un’Assemblea costituente e che il generale suscitasse la reazione dei sovrani europei. Lo statista piemontese inviò nell’Italia centrale un corpo di spedizione che invase lo Stato pontificio, sconfisse le truppe del papa a Castelfidardo, occupò le Marche e l’Umbria e da qui puntò su Napoli.

Cavour richiese che nelle provincie governate da Garibaldi fossero convocati i plebisciti per l’annessione al Piemonte. Garibaldi, non volendo spingersi fino a un conflitto con l’esercito di Vittorio Emanuele II, cedette. Le Marche, l’Umbria, e la Sicilia e tutto il Mezzogiorno votarono a larghissima maggioranza l’annessione al Regno di Sardegna. I democratici dovettero accettare questa sconfitta politica: il 26 ottobre nello storico incontro presso Teano, Garibaldi concluse la sua impresa consegnando il potere al re piemontese. Il 17 marzo del 1861 il parlamento nazionale acclamò Vittorio Emanuele re d’Italia. mancavano ancora il Veneto e Roma per completare l’unificazione.
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