La politica economica di Mussolini (1922-25)

Il fascismo assunse i caratteri di un regime accentrato, conservatore, marcatamente a favore della grande borghesia.
Il nuovo governo fascista, e soprattutto il ministro delle Finanze De Stefani, in vista del boom economico degli anni venti, prese vari provvedimenti:
abolizione di alcune tasse;
riordino delle imposte sugli scambi;
istituzione di un’imposta generale sull’entrata;
stipulazione di numerosi trattati commerciali con Austria, Germania, Urss, Svizzera e Francia;
ritiro delle leggi sulla nominatività dei titoli di Stato;
rinuncia alle assegnazioni delle terre incolte occupate dai contadini;
rinvio di ogni indagine sui sovraprofitti di guerra
alleggerimento dei carichi fiscali su immobili e su capitali esteri investiti in Italia.
I provvedimenti economici adottati determinarono risultati positivi, quali la riduzione del disavanzo dello Stato e un notevole sviluppo dell’industria e dell’agricoltura; inoltre sancirono lo strapotere delle grandi concentrazioni monopolistiche.

L’avvicinamento del Fascismo alla Chiesa
Al fine di ostacolare il Ppi, sempre più ostile al fascismo, e di guadagnare il consenso delle masse cattoliche, Mussolini perseguì una politica di riavvicinamento alla Chiesa.
Fece insomma tutto quello che era possibile per avere il solido appoggio della grande borghesia, prima di procedere al totale svuotamento delle istituzioni liberali.
Al fine di ottenere un ulteriore successo elettorale, così da poter indebolire le forze socialiste e quelle cattoliche, Giolitti strinse un’alleanza elettorale con nazionalisti e fascisti, che prese il nome di blocco nazionale. Tuttavia questa scelta si rivelò in poco tempo fallimentare, in quanto si limitò a consacrare l’avvento del fascismo, che entrava in Parlamento con ben 35 deputati.

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