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Prima Guerra Mondiale - L'Italia

Appunto sull'Italia della prima guerra mondiale che descrive, in particolare, la distinzione tra neutrali e interventisti tra le parti sociali

E io lo dico a Skuola.net
L'Italia nella prima guerra mondiale

L’Italia in guerra. Nel 1914 l’Italia era ancora legata alla Germania e all’Austria per mezzo della Triplice Alleanza, rinnovata nel 1912. Allo scoppio della guerra il capo di stato maggiore dell’esercito Cadorna sollecitò il re per intervenire a fianco degli austriaci. Il governo presieduto dal liberale Salandra decise per la neutralità dell’Italia in quando la triplice alleanza era un patto difensivo. L’intesa, accolta con sollievo la neutralità, spinse presto per far schierare l’Italia dalla sua parte, in quanto erano esaurite le ragione che avevano portato l’Italia alla firma della triplice Alleanza: l’espansionismo francese era stato regolato equilibratamente, mentre la questione delle terre irredente non era considerata dall’Austria e le violenze sul Belgio avevano destato lo sdegno dell’opinione pubblica italiana. L’Italia aveva tempo per decidere. Invece di un movimento di solidarietà nazionale , come negli altri stati, la guerra causò in Italia un vasto dibattiti e una frattura dell’opinione pubblica, quasi una guerra civile. Coloro che sostenevano la neutralità erano principalmente:

1) Giovanni Giolitti: aveva retto il paese per circa dieci anni, non era contrario alla guerra in sé (tanto che sulla questione della guerra in Libia ruppe l’alleanza con i socialisti), ma aveva intuito lucidamente che, dopo l’arresto delle truppe tedesche sulla Marna, la guerra sarebbe stata lunga, capace di logorare economie e eserciti ben più robusti di quello italiano.
2) La Chiesta: per natura morale, come testimoniato dal giudizio della guerra ritenuta da Benedetto XV “inutile strage”. Inoltre l’Austra-Ungheria era l’ultima grande potenza europea cattolica.
3) Socialisti: che ritenevano la guerra come conseguenza ultima dell’imperialismo; essa avrebbe avvantaggiato solo i capitalisti e sfavorito i proletari. Dapprima promisero di boicottare ogni mobilitazione dell’esercito ma poi si limitarono a un “né aderire ne sabotare”.

A favore dell’’intervento si schierarono invece:

1) Intellettuali democratici: lo storico Gaetano Salvemini e il geografo Cesare Battisti eredi della tradizione risorgimentale mazziniana, che consideravano la guerra come il compimento del processo di unificazione e come la possibilità di liberare le nazionalità oppresse dall’impero austriaco. Cesare Battisti, laureato in lettere e geografia, si arruolò come volontario negli alpini. Divenuto tenente dopo aver intrapreso numerose azioni, in attesa della Strafexpedition, fu incaricato di conquistare il monte Corno (da allora monte corno Battisti) insieme al sottotenente Fabio Filzi (avvocato): entrambi catturati furono impiccati (“Viva Trento italiana! Viva l’Italia!”), ed entrambi ricevettero la medaglia d’oro al valor militare. Da ricordare anche Nazario Sauro, giovane marinaio di tendenze dapprima socialisti e poi mazziniane, scappò dall’Austria per arruolarsi nella Regia Marina, divenne tenente di Vascello e catturato venne anch’egli impiccato: anch’egli ricevette la medaglia d’oro al valore militare.
2) Sindacalisti rivoluzionari: intuirono che la partecipazione al conflitto avrebbe logorato le strutture sociali, generando condizioni per una rivoluzione di stampo Soreliano. Su posizioni simili si schierò Benito Mussolini che diede vita il 15 novembre 1914 al “Popolo d’Italia”, quotidiano socialista, finanziato da industriali favorevoli al coinvolgimento e in seguito dall’ambasciata francese. Egli dopo la direzione dell’ “Avanti!” si schierò neutralista ma improvvisamente divenne interventista.
3) I nazionalisti: i più accesi sostenitori furono i nazionalisti; il movimento era fondato da Enrico Corradini nel 1903 e propagandato tramite “Il Regno”. Egli usò terminologia marxista strumentalizzandola per io propri fini: le “nazioni borghesi” schiacciavano le “nazioni proletarie”, più giovani, piene di energia e vita, come l’Italia. Esse dovevano emergere e prendere il posto delle borghesi: per fare ciò era indispensabile schiacciare l’ignobile socialismo, e che un elite esercitasse il potere in modo autoritario. Il concetto di nazione sottometteva quello di democrazia e di Europa, al contrario di Mazzini.
4) Gli intellettuali: accettarono le posizioni di Corradini e semplificarono le idee del superuomo di Nietzsche: secondo loro la società non lasciava spazio all’individuo geniale. Gabriele D’Annunzio con i suoi romanzi offrì numerosi individui capaci di trasgredire le regole morali anche se sul piano letterario i suoi testi erano troppo solenni e arcaici rispetto alla velocità moderna. Perciò si cercarono strade artistiche nuove con la formazione di avanguardie. Giovanni Papini ad esempio nel 1913 sulla rivista “Lacerba” celebrò la guerra come strumento liberatore, capace di spazzare via l’umanità in esubero; si espressi in termini simili anche Filippo Tommaso Marinetti, che definì la guerra “sola igiene del mondo” e diede il via nel 1909 al futurismo.
Gli interventisti nella primavera del 1915 intensificarono la loro azione di propaganda a favore della guerra, organizzando manifestazioni e grandi raduni che, grazie anche alle coreografie di D’Annunzio, anticiparono le liturgie di massa fasciste e naziste. Il 26 Aprile 1915 il governo firmò il patto di Londra impegnandosi entro un mese ad entrare in guerra contro Austria e Germania: l’accordo prevedeva l’assegnazione all’Italia di Trento e Trieste, l’Altro Adige, l’Istria, la Dalmazia e alcune colonie tedesche in Africa. Il parlamento doveva però ratificare il Patto di Londra ma la maggioranza della camera era neutralista: ciò accese l’indignazione di Mussolini. In maggio ci furono violenti scontri fra neutralisti e interventisti: resosi conto di non avere la fiducia della Camera Salandra si dimise il 13 maggio ma Vittorio Emanuele III gli riconferì l’incarico; votare contro il patto avrebbe significato resistere alle minacce degli interventisti e sconfessare l’operato del re: perciò il parlamento si espresse a favore e il 24 maggio l’Italia entrò in guerra, accompagnata da una atmosfera da guerra civile. Il fronte italiano, lungo circa 700 km, era collocato in Trentino (guerra di montagna) e sul Carso (separa Isonzo da Trieste):in questo settore ci furono ben 12 battaglie dell’Isonzo, segno che le offensive non riuscirono a sfondare il fronte del nemico. Nel maggio 1916 gli austriaci lanciarono la cosiddetta spedizione punitiva (Strafexpedition): dopo un intenso bombardamento l’esercito austriaco attaccò il trentino e avanzò di 20 km ma venne fermato. Pochi mesi dopo l’Italia prese l’iniziativa attaccando e conquistando Gorizia, utilizzando per la prima volta una grande quantità di truppe agli ordini del generale Capello (morì qui Enrico Toti). Le perdite furono enormi a causa della tattica dell’attacco frontale. Il collasso dell’esercito russo nel 1917 permise la concentrazione delle armate austro ungariche sul fronte italiano, affiancate da divisioni tedesche. Il piano di quest’ultimi prevedeva un’offensiva su Caporetto (Kobarid, Slovenia) per costringere gli italiani a indietreggiare sino al Tagliamento. Cadorna fu informato da alcuni disertori dell’offensiva ma non diede retta a tali notizie. Il 24 ottobre 1917 l’esercito fu colto di sprovvista e in seguito a un grande bombardamento d’artiglieria i tedeschi avanzarono (utilizzando anche gas) e ottennero un successo superiore ad ogni aspettativa (10000 morti, 30000 feriti, 300000 prigionieri: per far fronte a questi vuoti furono arruolati i “Ragazzi del ‘99”, diciottenni). L’esercito italiano indietreggiò per 140 km sino al Piave. Durante la ritirata italiana, completamente disorganizzata, ci furono ingorghi delle vie di comunicazione, come sui ponti del Tagliamento. Le provincie di Udine, Belluno, Treviso, Vicenza, Venezia, Pordenone furono occupate, duramente private di ogni risorsa utile agli austriaci e inoltre si verificarono molti abusi così come in Belgio nel 1914. Venute alla luce le dimensioni della disfatta di Caporetto, Cadorna venne esonerato e salì al suo posto il generale Armando Diaz, sotto la direzione politica di Vittorio Orlando. Egli stabilì le esigenze economiche del paese, anche in seguito a scontri nelle città (Torino 50 morti) per la mancanza di grano e carbone. Era necessario rafforzare il fronte intero per limitare il malcontento e evitare situazioni come quelle russe del 1917 e quelle tedesche del 1918. Orlando ottenne rifornimenti dagli alleati e crediti capaci di rilanciare l’economia di guerra: aumentò la produzione di acciaio e ghisa e di automezzi (Fiat). Diaz assunse per alcuni mesi un atteggiamento difensivo preoccupandosi di respingere gli attacchi sul Piave (Battaglia del Solstizio 15-23 giugno 1918, festa dell’artiglieria): dopo il trasferimento sul fronte francese delle truppe tedesche decisive a Caporetto, Diaz ordinò l’attacco nella regione di Vittorio Veneto; le truppe austriache non resistettero e si verificarono episodi di diserzione e ammutinamento, soprattutto a opera di soldati ungheresi decisi a rivendicare la propria nazionalità. Il 3 novembre l’Austria firmò la resa e il 4 novembre cessò la guerra. L’Italia usciva vincitrice dalla guerra costatagli 680000 morti e 1 milione di feriti. Il clima di scontro che aveva accompagnato l’Italia in guerra rimase anche nel post-guerra.

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