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5. L’Italia giolittiana
1. La crisi di fine secolo.
Negli ultimi anni dell’800 l’Italia attraversò una crisi politico-istituzionale come la Francia col caso Dreyfus e l’Inghilterra con lo scontro tra Lords e Camera dei Comuni. Dopo Crispi salì al governo Rudinì e mirò ad opporsi alle minacce dei socialisti, repubblicani e clericali interpretando letteralmente lo Statuto Albertino. In questo modo rese il governo responsabile di fronte al sovrano lasciando alle Camere compiti legislativi e riprese i metodi crispini nell’ordine pubblico che colpivano ogni forma di protesta sociale, senza distinzioni. Nel 1898 ci fu un improvviso aumento del pane dovuto:
- Cattivo raccolto nei grandi granai di Puglia e Sicilia
- Blocco delle importazioni di cereali dagli Stati Uniti per la guerra di Cuba contro la Spagna
ciò provocò varie manifestazioni popolari per diminuire il dazio sul grano ma Rudinì proclamò lo stadio d’assedio e diede i poteri alle forze armate. L’8 e il 9 maggio a Milano Bava Beccaris colpì a colpi di cannone la folla provocando vari morti e i capi socialisti, radicali e repubblicani vennero condannati a pene severissime. Lo scontro si trasferì in parlamento e Rudinì si dimise lasciando il posto a Pelloux che limitò il diritto di sciopero e la liberà di stampa e di riunione. L’estrema sinistra attuò la tecnica dell’ostruzionismo (prolungavano le discussioni) per circa un anno con dibattiti accesissimi fino a che Pelloux decise di sciogliere la camera. Nelle elezioni del 1900 lo schieramento governativo perse molti seggi e si dimise lasciando il posto a Saracco. Il 29 luglio Umberto I venne assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci per vendicare le vittime del ‘98.

2. La svolta liberale.
Saracco inaugurò una fase di distensione nella politica italiana favorita dal buon andamento dell’economia. Vittorio Emanuele assecondò le forze progressiste. Saracco si dimise e il re affidò la guida a Zanardelli che nominò Giolitti ministero degli interni. Per Giolitti lo Stato doveva assecondare lo svolgimento delle organizzazioni operaie. Vennero attuate varie riforme:
1. Limitato il lavoro minorile e femminile nelle industrie
2. Introdotte le assicurazioni per la vecchiaia e per gli infortuni sul lavoro
3. Costituito un Consiglio superiore del lavoro
4. Introdotta la legge della municipalizzazione che autorizzava i comuni all’esercizio diretto dei servizi pubblici
il governo mantenne una linea neutrale per evitare le manifestazioni violente. Le organizzazioni sindacali, operaie e contadine si svilupparono rapidamente al Centro-Nord, vennero ricostituite le Camere del lavoro e crebbero le organizzazioni di categoria. Si sviluppò anche la Federazione italiana dei lavoratori della terra (Federterra) che voleva:

1. Aumento dei salari
2. Riduzione degli orari di lavoro
3. Istituzione di uffici di collocamento controllati dai lavoratori stessi
Lo sviluppo delle organizzazioni sindacali fece aumentare gli scioperi (nell’industria e nell’agricoltura) che portò ad un rialzo dei salari e delle paghe giornaliere dei salariati agricoli.

3. Decollo industriale e progresso civile.
Negli ultimi anni dell’800 l’Italia conobbe un decollo industriale: venne costruita una rete ferroviaria, fu favorito il processo di commercializzazione dell’economia e venne costruita l’industria moderna siderurgica. Il riordinamento del sistema bancario (dopo la Banca romana) aveva creato una struttura finanziaria solida ed efficiente, vennero creati la Banca Commerciale e il Credito italiano ispirati al modello della banca mista e facilitarono l’afflusso del risparmio privato verso gli investimenti industriali più moderni. Queste nuove industrie registrarono il maggior numero di progressi:
- Industria siderurgica: creazione delle Acciaierie di Terni e impianti per la lavorazione del ferro
- Industria tessile: era il più diffuso ed ebbe progressi nell’industria cotoniera favorita dalle tariffe doganali
- Chimica: pur non essendo favorito dalle tariffe doganali si sviluppò notevolmente
- Meccanica: era svantaggiato dalle tariffe doganali ma si giovò dell’aumento delle richieste ferroviarie, navali e di armamenti. Nacquero anche industrie automobilistiche.
- Elettrica: conobbe un vero e proprio boom nel ‘900

Lo sviluppo dell’industria italiana raddoppiò e fu maggiore di qualunque altro paese. Ciò aumentò il reddito pro-capite che permise di destinare una quota alla casa, ai trasporti, all’istruzione e ad oggetti di tecnologia moderna. Le stesse città mutarono: aumentarono i servizi pubblici ma le condizioni dei lavoratori erano ancora precarie (case malsane e sovraffollate, riscaldamento centralizzato e servizi igienici comuni). Ma con la diffusione dell’acqua corrente e il miglioramento delle reti fognarie diminuì la mortalità. Nonostante tutto l’Italia era ancora arretrata: l’analfabetismo e l’emigrazione erano ancora troppo diffusi. L’emigrazione era diffusa in tutta Italia ma in modi diversi: al centro-nord era temporanea verso paesi europei mentre quella del Sud era permanente verso il Nord America. Questo fenomeno ebbe effetti positivi e negativi:
positivi negativi
- Diminuì la pressione demografica creando un rapporto più favorevole tra popolazione e risorse
- Le rimesse degli emigranti giovarono all’economia - Impoverì la forza lavoro e le energie intellettuali

4. La questione meridionale.
Gli effetti del progresso economico non si distribuirono uniformemente ma nelle regioni più sviluppate che formavano il triangolo industriale (gemito: Genova, Milano, Torino) e si accentuò il divario fra Nord e Sud. La Valle Padana riuscì a migliorare le tecniche di coltivazione che furono scarsi al Sud sfavorito dalle condizioni climatiche e idriche. Da questo si diffusero i mali del Sud:
- Analfabetismo
- Disgregazione sociale
- Assenza di una classe dirigente moderna
- Subordinazione della piccola e media borghesia alla grande proprietà terriera

- Carattere personalistico della lotta politica

5. I governi di Giolitti e le riforme.
Cercò di portare avanti l’esperimento liberal-progressista avviato da Zanardelli e cercò di allargare le basi affidando il governo a Turati (socialista) che rifiutò. Giolitti costituì un partito spostato al centro ma aperto ai conservatori. Giolitti voleva mantenere gli equilibri parlamentari anche a costo di sacrificare progetti che non avevano la maggioranza come la riforma fiscale. Vennero introdotte delle leggi speciali per il Mezzogiorno (Basilicata e Napoli) per incoraggiare la modernizzazione dell’agricoltura e dell’industria (a Napoli venne costruito il centro siderurgico di Bagnoli) con agevolazioni fiscali. Riprese il progetto di Minghetti per la statalizzazione delle ferrovie e incontrò opposizioni a destra e a sinistra (divieto di sciopero per i ferrovieri che diventavano dipendenti pubblici). Giolitti si dimise lasciando il governo a Fortis (strategia: abbandonava il potere nei momenti difficili per riprenderlo in condizioni favorevoli) che riuscì a rendere statali le ferrovie. Il governo passò a Sonnino (antagonista di Giolitti) e nel 1906 ritornò al governo Giolitti che convertì la rendita (riduzione del tasso di interesse versato allo Stato ai possessori del debito pubblico) per ridurre gli oneri sul bilancio statale. L’Italia entrò in crisi ma venne superata grazie alla Banca d’Italia. Gli industriali si unirono e formarono la Confederazione italiana dell’industria (Confindustria) che frenò l’azione riformatrice del governo. Giolitti si ritirò lasciando il posto a Sonnino poi a Luttazzi che avviò la legge Daneo-Credaro (scolastica) che dava allo Stato l’obbligo dell’istruzione elementare. Nel 1911 Giolitti tornò al governo con un programma progressista che rappresentò il punto più alto del riformismo di Giolitti e voleva:

- il suffragio universale maschile (a tutti i maschi trentenni e maggiorenni che sapessero leggere e scrivere o avessero prestato servizio militare)
- la creazione di un monopolio statale delle assicurazioni sulla vita (per finanziare le pensioni di invalidità e vecchiaia)

6. Il giolittismo e i suoi critici
Il periodo che va dal superamento della crisi di fine secolo alla vigilia della 1 guerra mondiale viene chiamato età giolittiana. Giolitti esercitò una dittatura parlamentare simile a quella di Depretis ma più aperta nei contenuti:
- sostenne le forze più moderne della società italiana (borghesia industriale e proletariato)
- condusse nel sistema liberale gruppi che erano considerati nemici delle istituzioni
- allargò l’intervento dello Stato per correggere gli squilibri sociali
grazie al controllo delle Camere, che ebbe grazie alla perpetuazione dei vecchi sistemi trasformistici e di un intervento del governo nelle lotte elettorali, poté governare a lungo e abbandonare il governo per poi riprenderlo.
Le critiche a Giolitti furono molte:
- I socialisti rivoluzionari e i cattolici democratici lo accusavano di corrompere i vari movimenti dividendoli
- I liberal-conservatori (Sonnino, Albertini) lo accusavano di attentare alle tradizioni risorgimentali venendo a patti con i nemici delle istituzioni e mettendo in pericolo l’autorità dello Stato. Sonnino propose un programma di aperture sociali e attento ai problemi del Mezzogiorno e alle classi rurali, formato dalla classe dirigente liberale non formato da forze extracostituzionali.
- I meridionalisti (Salvemini) lo accusava di favorire l’industria protetta e le oligarchie operaie del Nord e ostacolando lo sviluppo del Sud.
Queste critiche influenzarono l’opinione pubblica e si mostrarono ampiamente dopo la guerra di Libia.

7. La politica estera, il nazionalismo, la guerra di Libia.
Dopo la caduta di Crispi fu attenuata la linea filotedesca e venne firmato un trattato di commercio con la Francia decretando la fine della guerra doganale e riconoscendo i diritti di priorità dell’Italia sulla Libia e della Francia sul Marocco. Ciò logorò la Triplice: ai tedeschi non piacque il riconoscimento del protettorato della Francia sul Marocco e all’Italia non piacque l’annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria. Ciò causò una riscossa nazionale che chiedevano una più energica politica estera e ci fu una rivendicazione degli irredentisti. Il contrasto fondamentale non fu più quello tra classi ma tra nazioni capitalistiche e proletarie. Si formò l’Associazione nazionalista italiana formata da componenti eterogenee che fece una campagna in favore della conquista della Libia esaltandone le ricchezze naturali e gli sbocchi per l’emigrazione, mentre si opposero i socialisti, repubblicani e radicali. Quando la Francia impose il suo protettorato sul Marocco l’Italia mandò uomini in Libia e si scontrò con l’Impero turco che fomentò la guerriglia delle popolazioni arabe. L’Italia dovette rafforzare gli uomini ed estendersi sul Mar Egeo, l’isola di Rodi e il Dodecanneso. Nel 1912 venne firmata la pace di Losanna in cui i turchi rinunciavano alla sovranità politica sulla Libia e conservavano quella religiosa ma non fermò la resistenza araba. La guerra si rivelò un pessimo affare: i costi furono molto pesanti, le risorse naturali erano molto scarse e non bastò ad assorbire gran parte dei lavoratori. Questa guerra scosse gli equilibri del sistema giolittiano e favorì il rafforzamento delle ali estreme.

8. Riformisti e rivoluzionari.
Il Psi incoraggiò Giolitti e le organizzazioni operaie appoggiarono le riforme in collaborazione con la borghesia progressista. Turati, inizialmente appoggiato dalla maggioranza del partito, incontrò opposizioni: i socialisti rivoluzionari si opposero allo Stato monarchico borghese con una linea di rigida intransigenza classista su cui si schierarono Ferri, Lazzari e molti intellettuali. Durante una manifestazione di minatori in Sicilia ci fu l’eccidio proletario e nel 1904 ci fu il primo sciopero generale nazionale italiano con poche manifestazioni violente e Giolitti venne esortato ad intervenire militarmente ma lasciò che si esaurisse da sola. Questa protesta mostrò i limiti del movimento operaio:
- Distribuzione territoriale squilibrata
- Mancanza di coordinamento tra le organizzazioni locali
- Assenza di un organo sindacale centrale capace di guidare le agitazioni
I riformisti volevano un più stretto coordinamento nazionale e venne fondata la Confederazione generale del lavoro (Cgl) controllata da riformisti come Rigola. I rivoluzionari persero posizione e vennero allontanati dal Psi (formando poi la Usi: Unione sindacale italiana). I riformisti si divisero in:
- Revisionisti guidati da Bissolati e Bonomi si ispiravano alle teorie di Bernstein e ai laburisti inglesi e volevano trasformare la Psi in Partito del lavoro in collaborazione col governo.
Nel 1912 si tenne il Congresso di Reggio Emilia o rivoluzionari espulsero dal Psi i riformisti di destra che formarono il Partito socialista riformista italiano. La guida del partito fu affidata agli intransigenti tra cui emergeva Mussolini capo del quotidiano del partito: “Avanti” che si rivolgeva direttamente alle masse con formule agitatorie.

9. Democratici cristiani e clerico-moderati.
Anche il movimento cattolico conobbe sviluppi e trasformazioni con l’affermazione del movimento democratico-cristiano capeggiato da Romolo Murri (prima intransigente poi riformatore). Fondarono anche riviste e circoli politici e nacquero le prime unioni sindacali cattoliche. Fu tollerata e incoraggiata da Leone XIII ma contrastata da Pio IX che sciolse l’Opera dei congressi (temendo che finisse in mano dei democratici cristiani) e creò 3 organizzazioni controllate dal clero e riunite in un organo di coordinamento chiamato Direzione generale dell’Azione cattolica:
- Unione popolare
- Unione economico-sociale
- Unione elettorale
Murri venne sconfessato sospeso dal sacerdozio perché si rifiutò di sottostare alle direttive del papa. Ma il movimento cattolico continuò a svilupparsi dando vita anche a sindacati cattolici di categoria (primo: operai tessili del Veneto). Il papa favorì le tendenze clerico-moderate nel movimento cattolico che volevano bloccare l’avanzata della sinistra che vennero incoraggiate anche da Giolitti che sperava di allargare i suoi sostenitori. Il non expedit venne sospeso e vennero autorizzate candidature cattoliche a titolo personale. Nelle elezioni del novembre 1913 (suffragio universale maschile) il conte Gentiloni (presidente dell’Unione elettorale cattolica) esortò le persona ad appoggiare i candidati liberali che tutelassero l’insegnamento privato, si opponessero al divorzio e riconoscessero il sindacato cattolico. Molti candidati aggiunsero questi punti per avere il voto. Questo “patto” venne duramente criticato dai democratici cristiani poiché rischiava di incrinare la fisionomia laica del Parlamento.

10. La crisi del sistema giolittiano.
Il patto Gentiloni non ebbe effetti sconvolgenti sugli equilibri parlamentari: i liberali erano in maggioranza ma più eterogenea del passato e meno gestibile da Giolitti. Nel 1914 Giolitti si dimise e successe Salandra (destra liberale, pugliese) con l’intento di ritornare al potere. Ma la situazione era cambiata: la guerra in Libia aveva aumentato i conflitti e complicato la situazione economica. Il dibattito verteva sulla destra conservatrice (clerico-moderati e nazionalisti) e sinistra (rivoluzionari). Nella settimana rossa, dopo la morte di 3 dimostranti in uno scontro durante una manifestazione antimilitarista, ci furono vari scioperi in tutto il paese. Le proteste erano guidate da repubblicani e anarchici e appoggiate da socialisti e rivoluzionari (anche dall’Avanti) e assalirono edifici pubblici, ferrovie e catturarono gli ufficiali dell’esercito. Le proteste si esaurirono in pochi giorni ma lo scoppio della prima guerra mondiale mise in crisi il giolittismo.

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