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Età Giolittiana:

Il periodo comprese tra la crisi di fine secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale è detto età giolittiana per il fatto che gli anni 1901-1914 furono dominati dalla figura di Giovanni Giolitti. Egli compì la sua prima esperienza di governo (Ministro degli affari interni e delle finanze) negli anni dei Fasci siciliani. Se nella maggior parte dei ministri quegli eventi destarono terrore, Giolitti capì che il risveglio sociale dei contadini e degli opera era un dato inevitabile della società moderna: era impossibile opporsi con la violenza a quel fenomeno ed era indispensabile mutare la propria strategia. Lo stato doveva cessare di collocarsi sempre dalla parte dei padroni poiché ciò suscitava l’odio popolare. Per Giolitti gli scioperi e le proteste non avevano in sé nulla di pericoloso e rivoluzionario e finché si trattava di pura rivendicazione economica lo stato non doveva intervenire per reprimerli ma solo garantire l’ordine ed evitare che degenerassero in tumulti armati o insurrezioni politiche. Lo stato doveva trattenere quindi l’esercito e non doveva essere schierato sempre e solo da una parte ma essere imparziale garante e tutore degli interessi di tutti i cittadini. Il ragionamento di Giolitti può ricordare quello di Cavour (riformismo), in quando credeva che favorire gradualmente il miglioramento delle condizioni dei lavoratori avrebbe spento ogni loro sogno utopico. Giolitti era un conservatore: aveva campito che non era più possibile mantenere l’assetto sociale esistente basato sulla disuguaglianza economica, senza il consenso delle masse. Esse dovevano convincersi che lo stato non era un nemico ma che poteva aiutarle a raggiungere concreti risultati, se essere avessero rinunciato al progetto di instaurare in modo rivoluzionario la società Marxista. Con i socialisti comunque Giolitti ebbe un rapporto positivo e costruttivo: uomini come Turati, pur rinunciando alle loro utopie, non si lasciarono sfuggire l’occasione di collaborare con lo stato borghese per il miglioramento dei lavoratori. Se Giolitti riteneva che il progressivo inserimento del partito dei lavoratori nella normale dinamica politica avrebbe spento le aspirazioni rivoluzionarie, Turati riteneva, secondo il suo gradualismo, che ciò fosse un passo avanti per il suo socialismo. La collaborazione con i socialisti non si tramutò mai nell’assunzione di cariche ministeriali. Inoltre la linea gradualista di Turati non era condivisa da tutto il partito ma all’interno di essa c’era un’ala rivoluzionaria (massimalisti) che rifiutava il dialogo con lo stato borghese e cercava lo scontro, nella quale spiccò Arturo Labriola (sostenitore delle teorie di Sorel) Nel 1904 questa corrente ottenne la maggioranza nel PSI proclamando uno sciopero nazionale in risposta a un eccidio di minatori da parte dei soldati in Sardegna durante una manifestazione: esso doveva essere il primo di una serie di lotte destinate a temprare il proletariato in vista dello scontro finale. Giolitti non si fece spaventare, non fece intervenire l’esercito e attese la dissoluzione dello sciopero. Momenti simili si ebbero nel 1907/08 a Ferrara e a Parma. Nel congresso di Firenze del 1908 comunque i riformisti ripresero la guida del PSI e i principio soreliano fu dichiarato incompatibile. Gli scioperi vennero definiti metodi estremi e si preferì il riformismo mirato sul suffragio universale, l’imposta progressiva sui redditi, il potenziamento dell’istruzione pubblica. A partire dagli ultimi anni dell’800 l’industria italiana crebbe a ritmi sostenuti in modo irreversibile. Il tasso tra il 1986 e il 1908 fu del 6.7 % (12& nella metallurgia, chimica, meccanica). L’industria automobilistica ebbe un grande sviluppo: 70 erano le case produttrici anche se le automobili erano ancora beni di lusso. La buona qualità della auto accrebbe l’esportazione. Nel 1899 nacque la FIAT a Torino, dopo che Giovanni Agnelli aveva visitato la Ford a Detroit (catena di montaggio, modello T, alienazione), tentando una vettura più economica anche in Italia, la tipo 0. Il segnale più esplicito della crescita industriale fu l’aumento di consumo di energia elettrica. Nel 1911 oltre il 21 % della popolazione, tramite un sondaggio, risultò impegnata in attività industriali. Questo sviluppo riguardava però solo il Nord (Milano, Torino, Genova). Il divario tra nord e sud è la conseguenza del fatto che la politica economica dell’età giolittiana non registrò alcuna modifica rispetto a quella protezionistica del 1887, anche se i movimenti sociali permisero agli opera di ottenere salari più elevati. Ne beneficiarono le industrie dell’acciaio, della cotoneria e dello zucchero, nelle quali l’intervento pubblico (soprattutto nell’acciaio) deve essere considerato un supporto essenziale alla crescita industriale. La decisione di continuare a sostenere il dazio sul grano fu più grave e discutibile: essa avvantaggiò solo i grandi latifondisti del sud. La scelta non era stata mossa da motivazioni economiche ma solo da ragioni politiche: Giolitti infatti poté acquistarsi il sostegno parlamentare dei deputati meridionali, continuando la tradizione clientelare. La stampa però ora, più agguerrita e l’opinione pubblica più sensibile, criticò il sistema di potere non modificato da Giolitti: tra i più accesi critici si segnalò Gaetano Salvemini, che chiamava ascari (mercenari) i deputati della maggioranza e arrivò a definire Giolitti ministro della malavita. Egli non risparmiò neanche Turati e i socialisti i quali pensavano solo a tutelare gli interessi del nord. Nel settembre 1911 il governo decise di procedere alla conquista della Libia: non era questa un’avventura superficiale ma una spartizione equilibrata e consensuale degli ultimi territori nord africani, concordata con la Francia che ambiva al Marocco. La guerra il Libia a differenza di quella in Etiopia riscosse molto successo nell’opinione pubblica. Solo Salvemini e i socialisti (con l’ “Avanti!” affidato a Mussolini) furono contrari. Testimonianza di questo entusiasmo è il testo “La grande proletaria si è mossa” di Giovanni Pascoli che considerava lLa conquista italiana come un ritorno della terra libica ai più antichi e legittimi proprietari, i Romani considerati unico popolo di civilizzare i barbari. Il testo insisteva poi sul fatto che l’occupazione avrebbe offerto possibilità di lavoro ai disoccupati emigranti. Pascoli così si allineava ai nazionalisti esaltando la necessità di un’espansione. Questo conflitto destò entusiasmo anche in ambiente cattolico dove i fedeli, dopo il non expedit del 1870, si stavano convincendo dell’indispensabilità del mondo cattolico allo stato. La guerra fece emergere questa collaborazione. Il conflitto si concluse nel 1912 quando la Libia divenne formalmente colonia italiana: era in realtà stato conquistata solo la zona costiera, mentre la guerriglia araba continuò a tenere occupati i militari fino agli anni ’20 quando il fascismo usò i campi di concentramento. Gli unici ad opporsi furono i socialisti che videro nella guerra solo un desiderio di prestigio, priva di alcuna utilità popolare, ma utile solo all’arricchimento degli industriali (industria acciaio, siderurgica) finanziati dallo Stato. Anche Turati e i riformisti si schierarono contro la guerra. Giolitti per recuperare credibilità presentò alla Camera un progetto di riforma elettorale che raccoglieva il loro desiderio di introdurre una maggiore democrazia concedendo di fatto il suffragio universale maschile: tutti i cittadini maggiorenni che sapessero scrivere potevano votare così come gli analfabeti con 30 anni o che avevano svolto il servizio militare. Questa legge passò nel 1912 e portò il paese legale da 3 a 8 milioni. All’interno del PSI prese il sopravvento l’ala massimalista. Giolitti, temendo che con questo tipo di elezioni si potessero affermare i socialisti, cercò l’intesa con le organizzazioni cattoliche. Molti politici liberali si accordarono con l’unione elettorale cattolica (presieduta da Gentiloni) per ottenere il sostegno delle masse e in tutti i collegi in cui era prevista una vittoria socialista fu concesso ai cattolici di votare. Le elezioni del 1913 videro quindi la fine dell’astensionismo cattolico, indispensabile per impedire la vittoria socialista, oltre al suffragio universale maschile. Ma fu ancor più del patto Gentiloni, il ramificato sistema associativo a spianare la strada alla formazione del Partito popolare italiano nel 1819. Furono eletti 228 candidati liberali che stipularono questo patto e, trovandosi di fronte ad una camera inedita, Giolitti si dimise a favore del conservatore Antonio Salandra.

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