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La restaurazione

Sconfitto Napoleone, la geografia europea era totalmente sconvolta perché alcuni stati erano stati direttamente annessi alla Francia, gli altri stati vassalli erano stati trasformati, il Sacro Romano Impero era stato soppresso, etc.… Bisogna, dunque, riassettare il quadro europeo. Questo periodo storico è noto come Restaurazione: l’intento era ritornare all’Ancient regime, cioè al periodo precedente alla Rivoluzione francese. In realtà questo processo non si è mai attuato perché la storia va avanti e non si può tornare indietro (questo è uno dei limiti della restaurazione). Infatti Napoleone aveva diffuso le idee rivoluzionarie di nazionalità, libertà, uguaglianza; le leggi napoleoniche avevano svecchiato la società europea; quindi questo ritorno integrale non era attuabile. La restaurazione, dunque, è stata una sorta di compromesso tra vecchio e nuovo; ovviamente essa assume connotazioni più forti o deboli a seconda delle realtà geografiche: nei paesi più progrediti economicamente è più morbida, in quelli più arretrati il ritorno all’antico è più facile.

Un aspetto che caratterizza la restaurazione è l’alleanza trono-altare: con la rivoluzione francese e napoleone (anticlericale) la chiesa aveva perso molto spazio a livello europeo, invece, la restaurazione si presenta come un tentativo di ridare nuovamente forza alla religione. Questo perché la chiesa aveva potere sulle masse, era un fattore di ordine sociale e quindi poteva aiutare una politica di conservatorismo, mantenendo le masse in uno stato di ignoranza e subordinazione. Nello stesso tempo la chiesa, da quest’alleanza, riesce di nuovo ad acquisire i privilegi che durante l’illuminismo aveva perso. Dunque lo stato ha dalla chiesa un supporto ideologico e morale e un controllo delle masse e la chiesa ottiene dallo stato i vari privilegi. Quest’alleanza si estrinseca in una serie di concordati tra chiesa e stato. Torna ad avere importanza, così, anche l’autorità del papa perché c’era stata una politica di sganciamento da Roma, ora, invece, si diffonde -riaffermare l’autorità del papa. Questo rafforzamento della chiesa comporta un ripristino delle discriminazioni contro gli ebrei, i ghetti, il tribunale dell’inquisizione e comporta anche effetti negativi sul piano culturale, la censura, il controllo delle coscienze, etc.
Il Congresso di Vienna
La restaurazione trova la sua punta di diamante nel congresso di Vienna, una riunione tra gli statisti europei per riorganizzare geograficamente e istituzionalmente l’Europa. Si apre a Vienna (perché questa città è il cuore dell’Europa) nel novembre del 1814, ma, siccome siamo alla fine dell’anno, i lavori iniziano nel 1815. Le quattro potenze protagoniste sono quelle che hanno sconfitto Napoleone, Austria, Prussia, Inghilterra e Russia con i loro primi ministri: Lord Castlereagh (Inghilterra), il principe Nesselrode (Russia), Hardenberg (Prussia) e il protagonista del congresso, colui che incarna la restaurazione è il principe Metternich (Austria). Il congresso si apre in un’atmosfera di festa, con balli e ricevimenti (anche perché l’Europa, dopo Napoleone, aveva voglia di divertirsi); successivamente viene fatto un trattato di pace con la Francia sconfitta.
I principi ispiratori del congresso di Vienna sono il principio di legittimità e quello di equilibrio o bilancia delle potenze. Il primo afferma che nell’organizzazione dell’Europa, dovevano sui troni i sovrani antecedenti a Napoleone e alla Rivoluzione francese, i “legittimi” sovrani, quindi. Il secondo, sostenuto principalmente dall’Inghilterra, diceva che nella riorganizzazione della cartina europea non ci doveva essere uno stato più forte che facesse pendere la bilancia dalla sua parte, nessuno stato poteva avere un’estensione più grande degli altri. Per cui, se uno stato acquisiva un territorio, doveva cederne un altro.
I lavori del congresso non si svolgono in armonia ma sorgono dei contrasti tra le quattro potenze perché emergono motivi di interesse. L’Inghilterra non aveva interessi sul continente ma mirava al dominio sui mari europei, dunque voleva delle isole in punti strategici: nel mare del nord l’Isola di Helgoland e nel Mediterraneo Malta. La Russia voleva espandere il suo dominio verso l’area balcanica per affacciarsi sull’Adriatico e quindi sul Mediterraneo, però era contrastata dall’Austria, che aveva lo stesso interesse; inoltre neanche l’Inghilterra voleva questo. L’Austria voleva estendersi verso l’area balcanica, verso la penisola italiana in modo da avere un accesso diretto al Mediterraneo e voleva una posizione di dominio nel centro Europa, ma questa la contendeva con la Prussia. Quindi, tutto ciò impedisce alle potenze di accordarsi e prolunga i lavori del congresso; alla fine la fuga di Napoleone dall’isola d’Elba le farà compattare ed arrivare a delle decisioni (dovettero abbandonare i lavori, sconfiggerlo a Waterloo e tornare a Vienna).
L’Inghilterra ottiene le isole che aveva chiesto (oltre al controllo su Gibilterra, la porta d’ingresso al mediterraneo, che aveva già dal ‘700). La Russia riesce ad ottenere delle estensioni territoriali ad oriente ma non sulla fascia balcanica che si affaccia sull’Adriatico. L’Austria ottiene il controllo su vasta parte dell’Ungheria, sulle zone dette oggi ceco-slovacche (Boemia, Moravia), sulla parte settentrionale della zona balcanica e sul Lombardo-Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, in Italia. La Prussia ottiene il controllo su zone ricche di giacimenti minerari come la Sassonia e la Renania, dunque riesce ad avere il controllo sulla parte centrale dell’Europa. Invece l’area balcanica (Grecia, Bulgaria, etc.) passa sotto l’Impero turco (che comprendeva, oltre all’odierna Turchia, anche zone del medio-oriente come la Palestina e zone del nord Africa come la Libia).
In Italia, che era un insieme di staterelli riuniti sotto un’unica denominazione geografica, Sardegna, Liguria, Piemonte e la Savoia vengono organizzati nel regno Sardo posto sotto la monarchia dei Savoia con Vittorio Emanuele I; la Toscana è un gran ducato assegnato ad un dica d’Asburgo; in Emilia c’è il ducato di Modena con Francesco IV d’Asburgo, il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla affidato a Maria Luisa d’Austria, la seconda moglie di Napoleone. La Romagna, l’Umbria, Marche e Lazio componevano lo stato pontificio. Il regno più esteso comprendeva Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e poi, nel 1816, anche la Sicilia era il Regno delle due Sicilie, sotto la monarchia borbonica. Quindi l’Austria indirettamente e direttamente controllava buona parte d’Italia.
Un altro obiettivo nell’organizzazione dell’Europa era di isolare la Francia, che ancora spaventava, nonostante fosse stata sconfitta. Quindi vengono usati degli stati cuscinetto o cordoni sanitari, cioè per bloccare tentativi espansionistici, per bloccare la potenza dello stato francese viene creato il grosso regno dei Paesi Bassi unendo Belgio, Olanda e Lussemburgo, ai confini della Francia. Questi popoli, però, non avevano niente in comune, né a livello religioso, né culturale, né economico, ma ora si ritrovano nello stesso stato sotto un re olandese; questo, ovviamente, crea insofferenza. Un altro stato cuscinetto è il Regno Sardo, sempre a confine con la Francia.
Gli aspetti positivi del Congresso di Vienna è stata l’abolizione, per volontà dell’Inghilterra, della tratta degli schiavi. In realtà l’Inghilterra è stato uno dei primi paesi schiavisti, ma all’epoca non praticava più quest’attività a differenza di altri paesi che, quindi, facevano concorrenza al commercio inglese; per cui nel Congresso, l’Inghilterra si batte per farla abolire. Un altro aspetto positivo è stato il fatto che il congresso ha garantito un periodo di pace in Europa, dopo un periodo particolarmente bellicoso; senza questa pace in Europa non si sarebbe generato l’importantissimo movimento culturale del Romanticismo.
Un aspetto negativo del congresso di Vienna è che non viene rispettato il principio di nazionalità, infatti le decisioni vengono prese a tavolino, senza coinvolgere i popoli e seguendo esigenze tecniche; un esempio molto rappresentativo è il Regno dei Paesi Bassi. Questo è stato un limite grave perché determinerà l’esplosione di una serie di moti rivoluzionari.
Dal Congresso di Vienna nasce la Santa Alleanza, cioè un accordo che prendono Austria, Prussia e Russia con l’obiettivo di tutelare l’ordine stabilito dal congresso; era come una sentinella internazionale che interveniva militarmente in caso di rivolte. L’Inghilterra non vuole partecipare perché ritiene che i principi dell’alleanza siano inconsistenti politicamente e in più non li vede aderenti alla solidità costituzionale, perché prevedono l’intervento militare in un altro stato, cosa che va anche contro i principi diplomatici inglesi. Entrerà, invece, nella Quadruplice alleanza, composta da tutte e quattro le potenze del congresso. Questo organismo aveva come obiettivo di arginare e controllare la Francia (con la politica degli stati cuscinetto, etc.).

Gli effetti della restaurazione

La Restaurazione ha assunto aspetti diversi a seconda dei paesi. In Inghilterra, uno stato progredito, acquista tratti meno forti, anche se si rafforza il partito dei Tories e quindi l’aristocrazia terriera (viene messo un dazio sul grano). Il paese in cui è impossibile un ritorno all’antico è la Francia, che porta le tracce più forti della rivoluzione e di Napoleone (erano ancora in vigore le leggi napoleoniche, c’erano gli antichi funzionari di Napoleone, etc.), quindi c’è, più che altro, una mediazione. Questo si vede già con Luigi XVIII che concede una sorta di costituzione, la carta concessa (chart octroyée), cioè il re concede questa costituzione come gentile concessione. Il documento prevede che il potere legislativo sia esercitato da un organismo bicamerale costituito dalla camera dei pari, in cui siedono i rappresentanti della nobiltà, e la camera dei deputati, dove siedono i rappresentanti della borghesia, eletti su base censitaria. Quindi il compromesso tra vecchio e nuovo sta nel fatto che è presente l’aristocrazia, che continua ad avere un potere, e la borghesia che comunque viene eletta. Il fratello del re era a capo della fazione degli ultraroyalists o ultrà, erano i nobili ancora più conservatori del re, che volevano un ritorno integrale all’ancient regime quindi volevano riacquistare i loro privilegi, i loro beni, che nel frattempo erano passati ad altri proprietari, etc.
In Spagna, che era un paese molto arretrato, la restaurazione ha assunto tratti ancora più forti: viene ripristinato il tribunale dell’Inquisizione, le discriminazioni contro gli ebrei e protestanti. Anche in Italia la restaurazione è differenziata a seconda delle aree. Nel sud Italia, più arretrato, assume caratteri abbastanza forti, anche se c’erano ancora funzionari del periodo murattiano che cercavano di arginare le spinte reazionarie. L’unica area italiana in cui la restaurazione assume tinte più morbide è il gran ducato di Toscana, in cui c’era una forte tradizione letteraria illuministica.

Le societa’ segrete

La restaurazione è stato un processo che ha trovato diverse sfaccettature sociali, cioè ci sono state forze sociali fautrici di questo processo, poiché riacquistavano i vecchi privilegi, cioè i nobili e la chiesa; si oppongono, invece, alla restaurazione coloro che durante la rivoluzione e Napoleone hanno acquisito privilegi e cioè la borghesia, l’esercito e alcuni intellettuali e studenti universitari che avevano apprezzato le trasformazioni portate dalla rivoluzione e da Napoleone.
In un contesto così chiuso era impossibile cambiare l’ordine uscito dal congresso e fare opposizione politica, almeno alla luce del sole; infatti, visto che c’erano forze che si opponevano alla restaurazione, l’opposizione viene fatta clandestinamente attraverso delle società segrete. Queste ultime ricalcavano il modello della massoneria e avevano come principio culturale l’illuminismo, infatti era radicata l’idea della felicità che cade dall’alto: le società erano organizzate gerarchicamente e coloro che si trovavano ai gradi inferiori non sempre conoscevano il programma di quelli ai gradi superiori, poiché la segretezza era il principale criterio inspiratore e non c’era l’obiettivo politico di coinvolgere le masse, che erano ignoranti. Erano i membri delle società che sapevano quello che dovevano fare per il bene di tutti. L’organizzazione gerarchica faceva sì che i vari strati dell’organizzazione potessero avere diversi obiettivi, per esempio gli strati più bassi ambivano alla costituzione, quelli più alti ad una società comunistica. Inoltre le società segrete erano collegate a livello internazionale, tant’è che quando scoppiava una rivolta in una zona d’Europa subito se ne generavano altre in diverse zone. La matrice illuministica si vede nel fatto che, dunque, queste società non si basavano su un’ideale nazionalistico ma cosmopolita. C’era l’uso di un gergo segreto, per esempio la carboneria (molto diffusa anche in Europa) usava il linguaggio dei carbonari: i luoghi di incontri erano detti “vendite”, tra di loro si chiamavano “cugini”, avevano anche dei gesti particolari, come, quando s’incontravano, il gesto di togliersi il cappello poteva significare che c’era la polizia nei paraggi…
Oltre alla carboneria (soprattutto nel meridione) e alla massoneria, in Italia, c’era la società degli Adelfi, dei Filadelfi e dei Sublimi Maestri Perfetti (diffuse nel nord Italia); in Spagna, oltre alla carboneria che si originò proprio lì, c’era la società dei Comuneros; in Grecia l’Eterìa (che significa libertà). La società dei Sublimi maestri perfetti era stata fondata da Filippo Buonarroti e nel grado superiore prevedeva l’affermazione di una società comunisteggiante. In ogni caso, l’obiettivo di tutte le società era ottenere una costituzione, poiché il congresso aveva imposto monarchie assolutistiche. I membri delle società erano eponenti dell’aristocrazia più illuminata e acculturati, borghesi e dignitari.
La prima ondata rivoluzionaria, organizzata dalle società segrete, riguarda gli anni ’20-’21 e parte dalla Spagna; il ceto dirigente dei moti rivoluzionari è quello militare. La rivolta è capeggiata da Rafael Riego: le truppe dovevano imbarcarsi a Cadice ma c’è un ammutinamento dell’esercito (tutti questi moti si svolgono in questo modo perché non è coinvolto il popolo), che chiede al re una costituzione e il re cede. Immediatamente dopo la Spagna, un'altra rivolta scoppia nel Napoletano, capeggiato da due ufficiali, Morelli e Silvati, e anche dalla Basilicata parte un esercito capeggiato da Guglielmo Pepe. C’è un ammutinamento dell’esercito che chiede al re la costituzione; Ferdinando I di Borbone, sotto questa pressione, la concede.
Nel 1822 scoppia un moto nel Regno Sardo, in Piemonte, organizzato da un giovane ufficiale, Santorre di Santarosa. Vittorio Emanuele I di Savoia non aveva figli quindi il trono doveva passare al fratello, Carlo Felice; siccome egli era momentaneamente assente, il reggente era un giovane principe Carlo Alberto. Quest’ultimo non aveva una personalità particolarmente spiccata ed era amico di Santorre di Santarosa, per cui si era convinto a partecipare a questo moto e a concedere una costituzione; però, poi, si pente e non aderisce. Nonostante ciò, la rivolta avviene: c’è un ammutinamento dell’esercito però, con il ritorno di Carlo Felice e l’aiuto dell’esercito della Santa Alleanza, il moto viene stroncato, la costituzione viene tolta e Santorre è esiliato. La Santa Alleanza interviene anche in aiuto del re borbonico e a Palermo, dove era scoppiata una rivolta indipendentistica, in quanto la città aveva perso la sua centralità e i siciliani non volevano far parte dello stesso stato dei piemontesi; viene schiacciato, quindi, anche questo moto e la costituzione che era stata data viene tolta. Anche in Spagna viene repressa la costituzione che era stata data, dunque c’è un generale fallimento di questa prima ondata rivoluzionaria; I motivi sono l’intervento militare della Santa Alleanza, il fatto che le masse popolari non venivano coinvolte e una divisione nello schieramento rivoluzionario perché non erano tutti compatti, alcuni avevano idee più moderate e altri più radicali e democratiche.
L’unica rivoluzione del ’20-’21 che ha avuto successo è stata quella greca, organizzata dall’Eteria. I greci si ribellano perché erano sotto il dominio turco in virtù del congresso di Vienna. Ha avuto successo perché c’è stato un coinvolgimento del popolo, non grazie alla società segreta, ma perché il fatto di liberarsi dal dominio turco era un bisogno che spontaneamente la popolazione avvertiva; inoltre ci furono dei comitati filoellenici (amanti della Grecia antica), cioè degli intellettuali europei che vanno come volontari a combattere, come Byron. Il successo, però fu determinato soprattutto dal fatto che la Russia, interessata al controllo sull’area balcanica, approfitta della rivolta e si schiera dalla parte degli insorti greci, ufficialmente per affinità culturale (stessa cultura slava e religione ortodossa), in realtà per interessi territoriali e espansionistici. Infatti la Russia dichiara di essere a favore dell’indipendenza greca dalla Turchia, perché non c’è nessuna affinità tra i due popoli. Ma tutti conoscevano gli interessi russi, così l’Inghilterra e la Francia si schierano a favore degli insorti greci, per bloccare la Russia. Dunque grazie all’appoggio di queste potenze straniere la Grecia nel 1821 riesce a conquistare l’indipendenza dell’impero turco.
Dopo 10 anni si verifica una seconda ondata di moti rivoluzionari in Europei, negli anni ’30-’31, Anche questi sono organizzati dalle società segrete ma il ceto dirigente è quello borghese; sono delle vere e proprie rivoluzioni più incisive e vaste, mentre quelli precedenti erano solo ammutinamenti dell’esercito. Partono dalla Francia, dove, morto Luigi XVIII che non aveva figli, sale al trono il fratello, Carlo X, il capo degli ultrà. Mentre Luigi aveva attuato una politica moderata di conciliazione tra vecchio e nuovo, Carlo vuole ritornare radicalmente all’ancient regime e emana una serie di restrizioni, per esempio abolisce la libertà di stampa. Quindi, nel luglio del 1830, scoppia una rivolta (la rivoluzione di luglio) che dura 3 giorni, 27, 28 e 29 che i francesi chiamano “le troi glorieuses”; Carlo X scappa e sale al potere un cugino, Luigi Filippo d’Orleans, che pur essendo un nobile ha delle idee borghesi. Quindi viene instaurata la “monarchia di luglio”, una monarchia elitaria: è molto forte il distacco tra il governo e la società civile cioè il governo non rappresenta tutta la società francese ma solo l’alta borghesia. Quindi maturano delle opposizioni politiche rappresentate dai repubblicani, i bonapartisti (che volevano il ritorno di qualche parente di Napoleone) e i socialisti. Quando Luigi Filippo era salito al trono, aveva promesso un mutamento dell’ordine del congresso di Vienna, dando un aiuto alle forze rivoluzionarie che volevano creare governi costituzionali. Con questa promessa, che non sempre il sovrano manterrà, si erano invogliate le forze rivoluzionarie europee, che speravano nel suo sostegno.
L’ondata rivoluzionaria si sposta in Belgio, che era stato unito all’Olanda a formare uno stato cuscinetto; ma le popolazioni non erano affini perché avevano religioni, lingue e culture diverse. Così scoppia una rivolta, guidata dalla borghesia, organizzata dalle forze segrete ma a cui partecipa anche il popolo che non voleva far parte dello stesso stato degli olandesi, in cui il Belgio chiede l’indipendenza. Luigi Filippo indirettamente appoggia la rivoluzione e nasce così il Regno indipendente del Belgio, sotto la monarchia Sassonia-coburgo. Questa è un’importante conquista perché dimostra che l’ordine di Vienna si è spezzato.
Sulla spinta della rivoluzione belga, anche altre realtà si attivano, sempre sperando nel supporto del re francese; quindi scoppia una rivolta in Polonia. Essa era stata data alla Russia ma rivendicava la sua indipendenza; in questo periodo Chopin, un musicista patriottico, che compone “le polacche”. La rivoluzione viene repressa dall’intervento militare della Russia.
Anche in Italia avvengono delle rivoluzioni, nel ducato di Modena, guidate da due borghesi, un commerciante, Ciro Menotti, e un medico, Enrico Misley, che chiedono una costituzione. Francesco IV d’Asburgo aveva dato assicurazione che avrebbe appoggiato il moto rivoluzionario, ma quando i due borghesi si organizzano lui si tira indietro e, addirittura, chiede l’aiuto della Santa Alleanza. Il moto viene stroncato e Menotti e Misley impiccati.

Ma negli anni ’30-’31 in realtà ci sono dei cambiamenti a livello europeo. In Inghilterra non avvengono rivoluzioni ma, a cavallo tra la fine degli anni ’20 e l’inizio dei ’40, viene portata avanti una vasta politica di riforme che tendono ad ammodernare ulteriormente il paese; infatti, grazie alla rivoluzione industriale, l’Inghilterra era il primo paese a livello economico in Europa ma non era molto moderno nel campo legislativo. C’erano delle leggi che vietavano l’associazionismo operaio, che ora vengono rimosse e nascono le trade unions, cioè associazioni operaie. Un’altra importante riforma è quella elettorale: grazie alla rivoluzione industriale, si erano sviluppate delle aree abitative molto popolose vicino alle industrie, mentre le campagne si erano spopolate; siccome si votava sempre nelle proprie circoscrizioni elettorali che non erano state modificate, si continuava a votare nelle aree di campagna, dove abitavano pochissime persone. Venivano soprannominati “borghi putridi” perché pochissimi voti potevano mandare in parlamento un deputato e questi erano voti facilmente manovrabili, proprio perché pochi. In questi anni viene varata un’importante riforma che crea nuove circoscrizioni elettorali, anche nelle zone vicino alle industrie. Poi viene varata una riforma che stabilisce gli stessi diritti civili e politici per tutte le confessioni religiose. Inoltre vengono promulgate leggi sociali sui lavori in fabbrica: i ragazzi sotto i 18 anni di età non potevano lavorare più di 12 ore al giorno, mentre quelli sotto i 12 anni non più di 8 ore. Un’altra riforma riguardava i poveri: prevedeva ospizi per i poveri, i cosiddetti “accattoni”. Si sviluppano due movimenti in Inghilterra: il cartismo, il cui nome proveniva dalla “carta del lavoro”, che prevedeva il suffragio universale e la segretezza del voto, l’obiettivo, infatti, era quello di mandare in parlamento dei deputati che li avrebbero tutelati; poi c’era un movimento guidato da Cobden, che si batteva per l’abolizione del dazio sui cereali che bloccava il libero commercio, quindi era una lotta per la riforma doganale, per il liberismo, togliendo questo dazio che favoriva in particolare l’aristocrazia terriera.
Un’altra importante riforma, nel 1834, riguarda l’area tedesca che non aveva un’unità politica ma era divisa in tanti staterelli, inoltre il congresso di Vienna aveva dato la presidenza della confederazione tedesca all’Austria. La Prussia tenta un processo di unificazione economica: fa adottare il cosiddetto Zollverein, un provvedimento che prevede la costituzione di un’unità doganale, cioè l’abolizione dei dazi doganali tra i vari stati. L’obiettivo era di legare tutti questi paesi, almeno economicamente, inoltre questo provvedimento avrebbe facilitato lo scambio delle merci, avrebbe portato alla formazione di un grande mercato che potenziava la borghesia tedesca (che dunque guardava con interesse alla Prussia).

Il Risorgimento

Uno dei motivi fallimentari dei moti rivoluzionari era la divisione, all’interno dello stesso movimento rivoluzionario, tra fasce radicali e fasce moderate, unite, invece, contro l’assolutismo; questa distinzione è riassumibile nella differenza tra liberali e democratici. Il liberalismo sostiene una monarchia costituzionale (in cui ha grande potere il Parlamento), la divisione dei poteri, il riconoscimento del diritto di voto su base censitaria, l’uguaglianza giuridica e i diritti individuali o libertà personali: libertà di pensiero, parola, associazione, culto, opinione, etc. in particolare, essendo un movimento borghese, si batteva per il diritto alla proprietà privata. Trovano i loro referenti filosofici in John Locke, Montesquie. I democratici hanno come punto di riferimento Russeaux; sostengono la repubblica, la sovranità popolare, il suffragio universale e delle riforme sul piano sociale. Erano quindi su posizioni più radicali rispetto ai liberali.
Le ondate rivoluzionarie, almeno in Italia, si sono concluse in un totale fallimento perché i metodi erano sbagliati; chi prenderà consapevolezza di questo è uno dei massimi esponenti del risorgimento italiano Giuseppe Mazzini. Appartiene a una famiglia dell’alta borghesia; ha avuto un insegnamento morale molto rigoroso perché la madre, Maria Drago, era giansenista, anche se lui aveva una religiosità “laica”; dall’altro lato, però, la sua formazione è stata influenzata anche dal romanticismo. Da ragazzo vedeva partire dal porto di Genova gli esiliati, dopo che erano falliti i moti del ’20, e questo aveva colpito la sua emotività. Si era laureato in legge, era, infatti, un intellettuale molto acculturato. Ancora giovane, s’iscrive alla carboneria, ma viene tradito, scoperto e processato: gli viene permesso di scegliere tra esilio e confino e lui sceglie l’esilio perché all’estero ha la possibilità di continuare la sua attività politica, cosa che in una zona depressa dell’Italia non avrebbe potuto assolutamente fare. Viene mandato a Marsiglia e si mette in contatto con gli atri esuli o emigrati per ragioni politiche, e frequenta ambienti liberali, correnti democratiche e anche socialiste; s’iscrive ad una società segreta, gli Apofasimeni (dal greco, “i decisi”), fondata da un conterraneo, Carlo Bianco, anche lui esiliato, quindi, fino a questa fase, Mazzini ancora crede nelle società segrete. Viene a sapere, poi, del fallimento del moto rivoluzionario del ’31 a Modena, così si convince definitivamente che la strategia delle società segrete sia imperfetta e dunque bisogna cambiarla. Inizia così una riflessione politica che lo porterà alla strutturazione del suo pensiero.
L’ideologia mazziniana è rivoluzionaria per i tempi: creare un’Italia libera, unita, indipendente e repubblicana. Alla base del suo pensiero politico c’è l’educazione giansenista e la corrente del romanticismo. Egli si fa promotore di una religione laica: non crede in Dio ma vuole creare un vincolo tra tutti gli uomini (religione viene da “religo” cioè unire insieme), Dio, inteso come assoluto, non si rivela attraverso una chiesa o una confessione ma attraverso il popolo, che ne è l’incarnazione, dunque dovrà attuare la rivoluzione. Il primo motto di Mazzini, infatti, è “Dio e popolo”. Questo significa che sono i popoli a dover conquistare la loro libertà e dignità, è una missione affidata loro da Dio, non devono aspettare lo straniero (Luigi Filippo) né le società straniere e non devono fidarsi dei sovrani. Quindi, mentre alla base della rivoluzione francese c’era l’illuminismo che sosteneva i diritti dell’uomo, il romanticismo ne afferma i doveri. Quindi questo è l’obiettivo di Mazzini, il metodo è la rivoluzione da parte del popolo nella sua interezza, mentre nelle società segrete c’era l’ideale illuminista che solo poche menti illuminate dovevano agire per il bene di tutti; ma perché faccia la rivoluzione, il popolo deve avere una coscienza politica che deve essere formata. Allora Mazzini crea una società che non è segreta ma clandestina (mentre le società segrete mantenevano segreto il programma, addirittura anche al loro interno, questa aveva un programma chiaro e accessibile a tutti che circolava per il popolo), la Giovine Italia; la chiama così perché il suo appello è diretto soprattutto ai giovani, quelli più disinteressati, hanno grandi ideali per cui sono pronti a morire e hanno grande entusiasmo. Celebri esempi di mazziniani sono il giovane Mameli, che morì a 22 anni e i fratelli Bandiera, fucilati a 18 anni. Quest’organizzazione ha un giornale, la Giovine Italia, che spiega il programma e lo diffonde. Mazzini intende svegliare la coscienza del popolo con “la scuola del sacrificio” cioè con l’esempio dei martiri e dei perseguitati politici: quando una persona giovane muore per un ideale, anche la gente più ignorante si chiede il perché di questo comportamento e quindi si sveglia la coscienza nazionale. Un altro motto del pensiero mazziniano è “pensiero e azione”, cioè bisogna prima creare la coscienza nazionale e poi fare la rivoluzione.
Mazzini sostiene che l’Italia abbia un primato sugli altri popoli (è un tema romantico): essa, per due volte nella storia, è stato un faro di civiltà, la prima volta con la Roma dei cesari, che ha unificato nella civiltà anche le popolazioni più barbare, e poi la Roma dei papi, che durante il periodo medievale ha creato un’unità religiosa; ora è il tempo della terza Roma, quella del popolo, che dovrà adempiere alla sua missione suprema, cioè abbattendo l’impero asburgico, che era un mosaico di popoli diverse, e riscattando sé stessa, l’Italia apriva un periodo di rivoluzioni per tutti questi popoli oppressi. Questo avrebbe portato ad un’Europa unita e di libere nazionalità, di popoli che si sono riscattati e chi si ritrovano uniti. Dunque oltre all’ideale nazionalista c’è anche quello europeista, infatti Mazzini fonda, a Berna, un’altra società, la Giovine Europa, che però non avrà successo perché i tempi non erano maturi per accogliere quest’idea così avanzata.
Mazzini aveva sempre operato a Marsiglia con Filippo Buonarroti, ma tra i due nasce un dissenso molto forte. Buonarroti sosteneva che prima di mettere in atto questo programma bisognava rimuovere i gravi problemi economico-sociali che affliggevano l’Italia, più urgenti dell’unità; Mazzini invece sosteneva che erano subordinati alla rivoluzione perché se si affrontavano prima di essa, sarebbe emersa la lotta fra le classi e il popolo non sarebbe stato unito per la rivoluzione.
Mazzini parlava di popolo unito ma non guardava alla realtà: in Italia il popolo era costituito per gran parte da contadini ignoranti, analfabeti e affamati, per cui il programma che circolava attraverso il giornale non veniva recepito dalla popolazione; veniva recepito solo da giovani studenti che abitano in città, dell’alta-media borghesia. Questo era il punto debole del programma mazziniano che ha causato il fallimento dei moti e la morte di molti giovani mazziniani. Infatti quando i Fratelli Bandiera sbarcano in Calabria, una delle zone italiane più depresse, e cercano di sollevare i contadini, questi rimangono indifferenti perché si confrontano portando ideali filosofici a contadini che avevano problemi reali, e così i due fratelli vengono fucilati, la stessa sorte che toccò a un altro mazziniano, Carlo Pisacane, a Sapri. Il mazziniano che riesce in questo intento è solo Garibaldi, che era un uomo del popolo, concreto: quando sbarca in Sicilia promette ai giovani contadini terre, abolizioni di vincoli feudali, etc. e così tutti lo seguono. Ne consegue che, in realtà, aveva ragione Buonarroti.
In Italia emerge un’altra personalità, anch’egli mazziniano, era stato tradito e quindi costretto all’esilio a Parigi e poi a Bruxelles: Vincenzo Gioberti. Quest’ultimo aveva scritto un’opera filosofica morale “Del Primato civile e morale Degli italiani” (torna il tema del primato). Aveva fatto parte della Giovine Italia però sottopone ad analisi critica il pensiero mazziniano, distaccandosene, perché vede che c’è un fallimento, ed elabora un altro programma politico. Gioberti sostiene che non c’è bisogno di creare una religione dell’umanità perché in Italia c’è già una religione millenaria, quella cattolica, incarnata nella figura, anch’essa millenaria, del papa che oltre ad essere un’autorità spirituale è anche politica. Da lui è partito un messaggio di civiltà, oltre che dai filosofi della Magna Grecia, perché il papato, soprattutto nell’epoca buia del Medioevo, è stato un faro di civiltà in Europa, unificandola spiritualmente; dunque ancora sul papa bisogna fare leva, ovviamente con un cattolicesimo rinnovato che si apre alle idee liberali. Al centro del suo programma c’è il papa, tant’è che viene detto neoguelfismo. Il papa nel suo stato deve fare delle riforme liberali che possano ammodernarlo così che, sul suo esempio, gli altri sovrani d’Italia faranno lo stesso nei loro stati. Dunque l’obiettivo è quello di creare una lega federale monarchica tra tutti questi stati (non l’unità mazziniana), sotto la presidenza del papa, non con la rivoluzione ma con le riforme. Gli altri monarchi sarebbero indotti a fare questo da alcuni vantaggi, come un esercito comune, abolire i dazi doganali fra gli stati, avere una moneta unica, etc.
C’è qualcosa di utopistico anche nel programma giobertiano. Lui affida la funzione di riforma al papa, che all’epoca era Gregorio XVI, che, per esempio, aveva avversato la costruzione delle ferrovie nello stato pontificio perché opera del diavolo, quindi era estremamente reazionario. Inoltre l’Austria possedeva il Lombardo-veneto e non avrebbe mai accettato tutto questo.
A risolvere il problema dell’Austria è un altro piemontese, Cesare Balbo, che scrive “Le Speranze d’Italia”. Sostiene che il riformismo di Gioberti va bene ma non va affidato al papa perché egli è il padre spirituale di tutti i popoli e non può impegnarsi come guida a favore della sola Italia. Secondo Balbo questo ruolo deve essere affidato alla monarchia sabauda, l’unica in Europa che portava avanti una politica antiasburgica e ha un esercito consistente. L’Austria è interessata alla penisola balcanica, così la diplomazia sabauda dovrà spingerla verso quelle zone in modo che, in base al principio di equilibrio, dovrà lasciare le terre italiane. Qui emerge la differenza con Mazzini, che parlava di popoli liberi, invece Balbo vuole salvare l’Italia a discapito di altre popolazioni.
Invece Cattaneo è per un federalismo repubblicano. L’Italia ha avuto una storia particolare, quella delle piccole unità territoriali (i comuni medievali), che Cattaneo vuole recuperare, realizzando “gli stati uniti d’Italia”.
Un altro esponente è Ferrari, che si differenzia da Mazzini per due aspetti: come Buonarroti, sostiene che la questione sociale vada affrontata prima di quella politica, inoltre la guida rivoluzionaria può essere solo la Francia, patria delle rivoluzioni, invece Mazzini sosteneva che ogni popolo ha il dovere di riscattarsi da solo.
Queste diverse ideologie si inseriscono in una corrente antitetica rispetto a quella di Gioberti, il neoghibellinismo: il papa, nella storia, ha cercato solo di tutelare i suoi interessi, anzi ha fatto anche accordi con le potenze straniere, quindi non può essere una guida rivoluzionaria per l’Italia.
Il risorgimento italiano, però, non è avvenuto solo grazie a queste ideologie, che comunque hanno dato un contributo grandissimo, ma c’è anche una motivazione economica: la classe borghese è stata quella fautrice della rivoluzione ma non solo perché la sua coscienza è stata svegliata da queste ideologie, ma perché era economicamente conveniente rendersi indipendenti dall’Austria, che pretendeva dazi doganali, imponeva condizioni economiche, etc. e dunque questa classe non aveva la possibilità di crescere creando un vasto mercato.
La prima metà del 1800 si caratterizza anche per la diffusione di ideologie socialiste. Il socialismo nasce in seguito all’industrializzazione (nascita della questione operaia e sociale) e individua i mali del sistema capitalistico, dando delle soluzioni non di carattere filantropico e caritativo. Ci sono diversi socialismi; c’è il socialismo scientifico di Karl Marx che si oppone a tutti gli altri.
Robert Owen era un inglese proprietario di una fabbrica in Scozia, sostenitore del principio di collaborazione tra operai (è stato fautore delle trade unions) ma soprattutto voleva limitare lo sfruttamento degli operai, quindi modificò la sua fabbrica trasformandola in una cooperativa, in cui gli operai erano partecipi del sistema produttivo; ma fallisce.
Saint Simon, in Francia, propone una strana lotta di classe: industriali e operai devono lottare contro le classi parassite, clero e nobiltà; ma industriali operai hanno interessi così contrapposti che è utopistico pensare a una collaborazione di questo tipo.
Charles Fourier ha come obiettivo la felicità per tutti e quindi propone il modello del falansterio: una piccola comunità in cui ognuno può scegliere il lavoro che vuole fare, ma con un’alternanza dei lavori, cioè ognuno sperimenta varie modalità di vita e lavorative.
Louis Blanc sostiene che i mali del capitalismo derivano dallo sfruttamento degli operai e allora sostiene di sostituire all’imprenditore privato, che fa i suoi interessi, la nascita delle “ateliers sociaux”, cioè industrie di stato, in cui lo stato è il proprietario; questa formula risolve il problema della disoccupazione e evita lo sfruttamento selvaggio degli operai.
Altri due esponenti sono Cabèt e Blanqui, che sostengono che il sistema capitalistico va abbattuto con una rivoluzione, dunque sono quelli che si avvicinano di più a Marx; tuttavia, mentre Marx sostiene che tutto il proletariato deve fare la rivoluzione, Cabèt e Banqui vogliono che solo un’avanguardia cosciente del proletariato la faccia; inoltre sostengono che dopo la rivoluzione il proletariato debba instaurare una dittatura proletaria, mentre Marx parla di una società comunistica, senza classi.
Un altro esponente è Proudhon, che sostiene che tutti i mali derivano dalla proprietà privata, dunque propone di dividerla tra tutti quanti, ma così non la si abolisce ma si crea un sistema di piccoli proprietari.
Il socialismo di Marx è detto scientifico, perché il difetto di tutte le precedenti ideologie è che non tengono conto di un’analisi storica del capitalismo ma soprattutto delle leggi economiche su cui esso si basa, mentre Marx è un economista, e quindi cadono nelle utopie. Per esempio l’esperienza di Owen è fallita perché una delle leggi economiche del sistema capitalistico è che il capitale nasce dallo sfruttamento degli operai, quindi se si cerca di attenuarlo si fallisce; come dice Marx, o bisogna mantenere il sistema capitalistico così com’è oppure bisogna abbatterlo. Quindi il socialismo di Marx è detto scientifico perché, così come la scienza studia le leggi della natura, Marx studia le leggi su cui si basa il capitalismo; dunque capisce quali sono le contraddizioni e le possibilità di modifica di questo sistema, date dal proletariato che ne è parte integrante ma è anche la classe che lo abbatterà;sulla base di questo delinea una società comunistica.

Le rivoluzioni del 1848

Nel 1848 avviene una seconda ondata rivoluzionaria che investe gran parte dell’Europa, anche se in ogni area geografica ci sono delle motivazioni diverse (a differenza dei precedenti moti che chiedevano, più o meno, la stessa cosa). Ancora una volta il centro dei moti è la patria delle rivoluzioni, la Francia.
Qui c’era la monarchia di Luigi Filippo d’Orleans, che aveva il difetto di un distacco troppo forte con la popolazione; inoltre, già dal 1846, una forte crisi economica aveva investito tutta Europa e inasprito le masse popolari. Allora, tutte queste tensioni politiche e socio-economiche, portano, nel febbraio del 1848, allo scoppio di una rivoluzione che costringe il re a scappare, dunque si costituisce la repubblica. E’ una rivoluzione in cui per la prima volta partecipano le masse popolari parigine autonomamente (nella rivoluzione francese erano state guidate dalla borghesia), con un proprio programma, tant’è che si inizia a parlare di Quarto Stato. Anche Marx inneggia a queste rivoluzioni del ’48 in Francia, perché c’è la partecipazione autonoma del quarto stato, e in questa occasione scrive “Il Manifesto”, su incarico della lega comunista. Ci sono molte trasformazioni, per esempio si creano gli ateliers sociaux. Ma i moderati iniziano a essere spaventati dal comunismo, perché vedono l’attività delle masse, quindi c’è una svolta, in senso più moderato: viene eletto presidente della repubblica Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone. Quindi una motivazione sociale fa scoppiare la rivoluzione e un’altra motivazione sociale la fa fallire.
L’ondata rivoluzionaria si estende anche all’impero asburgico e scoppia una prima rivolta a Vienna, organizzata dagli studenti universitari, che chiedono la monarchia costituzionale; dunque Metternich è costretto a scappare e, in un primo momento, viene concessa la costituzione.
Poi scoppia un’altra rivolta in Ungheria: sotto la guida di Kossuth, si chiede l’indipendenza dall’Austria. Immediatamente la rivolta scoppia a Praga, in Boemia, dove non si chiede proprio l’indipendenza dall’impero asburgico ma maggiori autonomie.
Inizialmente l’Austria è colta di sorpresa, ma poi procede con la repressione grazie al suo fiore all’occhiello, l’esercito disciplinato e fedele. Quindi prima viene stroncata la rivolta a Praga, non solo grazie all’intervento dell’esercito ma perché c’erano delle rivalità interne tra boemi, moravi, slavi, etc.
Anche a Vienna c’è una rivolta organizzata dagli studenti ma viene immediatamente repressa dall’esercito.
Il vecchio imperatore si ritira e lascia il posto al nipote, il giovane diciottenne Francesco Giuseppe. Dall’impero asburgico la rivolta si estende alla confederazione tedesca; mentre in Austria la motivazione era stata nazionalistica, qui l’obiettivo è unificare la Germania. Ma il moto fallisce perché si determina una scissione tra i grandi tedeschi, che volevano un’unità intorno all’Austria, e i piccoli tedeschi, che volevano l’unità intorno alla Prussia.
L’ondata rivoluzionaria si estende anche alla penisola italiana, inizialmente in Sicilia: c’è una protesta in cui si chiede l’indipendenza da Napoli e anche una costituzione, che, in un primo momento, Ferdinando II di Borbone concede. Il cuore dei moti italiani è però Milano, con “le 5 giornate”: viene fatta una guerra di popolo, con barricate, etc. e dopo 5 giorni di combattimento i milanesi riescono a scacciare il presidio austriaco guidato da Radetzky, che si ritira nelle fortezze del quadrilatero, e si costituisce un governo di popolo con a capo Cattaneo.
Anche a Venezia il presidio austriaco viene scacciato e si costituisce un governo provvisorio guidato da Daniele Manin. Però a Milano si apre un dibattito tra liberali e democratici; i democratici vorrebbero continuare con la guerra di popolo mentre i liberali sostengono che, quando l’Austria si riorganizzerà, la guerra di popolo non sarà più sufficiente e ci vorrà l’aiuto di un esercito. Siccome l’unico in Italia che portava avanti una politica antiasburgica era Carlo Albero, volevano chiedere aiuto a lui. Alla fine i liberali prevalgono e Carlo Alberto interviene contro l’Austria. Ma il Regno delle due Sicilie, il papa Pio IX e il granduca di Toscana, sotto la spinta di rivolte liberali, mandano aiuti militari a Carlo Alberto; ma poi il papa le ritira (perché capisce che è il padre spirituale di tutti i popoli e non può impegnarsi politicamente a fianco di uno in particolare, e soprattutto contro l’Austria, cattolicissima), così come il re di Napoli e il Granduca, e Carlo Alberto viene sconfitto dagli austriaci. E’ la cosiddetta Prima Guerra d’Indipendenza italiana.
C’è una ripresa d’iniziativa da parte dei democratici, che non erano mai stati d’accordo a chiedere aiuto a Carlo Alberto, negli anni ’48-’49. Ad esempio nel Granducato di Toscana una rivolta costringe il granduca a scappare, si costituisce una repubblica guidata da un triumvirato, Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni. La stessa cosa avviene a Roma: Pio IX è costretto a scappare e s’instaura la repubblica con il triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi. A Venezia c’era la repubblica guidata dai democratici. Ma scatta la controffensiva: l’esercito asburgico interviene in Italia e schiaccia tutte le rivolte. Nel lombardo-veneto ritorna Radetzky con un governo dittatoriale e infierisce contro quelli che avevano partecipato alle 5 giornate di Milano, che vengono giustiziati; in particolare Brescia aveva lottato per 10 giorni per respingere gli austriaci (per questo venne chiamata “leonessa d’Italia), ma poi sono costretti ad arrendersi e i capi della rivolta, tra cui Tito Speri, vengono giustiziati. La stessa cosa avviene nel Granducato di Toscana: l’esercito austriaco abbatte la repubblica e ritorna il granduca. A Roma interviene la Francia perché Luigi Napoleone Bonaparte trovava il suo sostegno nel partito clericale, e quindi era diventato il paladino del papa; la Repubblica Romana viene abbattuta (in questa occasione muore Mameli, a 22 anni) e torna Pio IX. A sud, Ferdinando II, con l’aiuto degli austriaci, schiaccia le rivolte, in particolare quella siciliana, e ritira la costituzione.
Rimangono solo due focolai rivoluzionari: in Ungheria e a Venezia; ma alla fine l’esercito asburgico schiaccia sia la rivolta ungherese, anche perché ci sono delle divisioni nazionalistiche (Magiani contro Ungari), sia quella Venezia, dove il popolo difende fino alla fine la repubblica ma poi sono costretti ad arrendersi, stremati anche dalla fame e dal colera.
Tutte le rivoluzioni del ’48 e le iniziative democratiche del ’49 vengono spazzate via, dunque nella penisola italiana si verifica una seconda restaurazione: tutti i vecchi sovrani ritornano con una politica ancora più reazionaria, in particolare Ferdinando II imprigiona gli intellettuali che avevano partecipato alla rivolta, come il filosofo Luigi Spaventa e lo scrittore Luigi Settembrini; un funzionario inglese, Glaston, in visita nel Regno delle due Sicilie rimane così scioccato da definire quello stato “negazione di Dio eretta a sistema di governo”.
Ciononostante le rivoluzioni del ’48 hanno segnato uno spartiacque dal punto di vista storico:
• hanno partecipato le masse popolari urbane autonomamente per la prima volta, anche se c’è stata l’assenza delle masse contadine (uno dei motivi del fallimento dei moti);
• dal Congresso di Vienna fino a queste rivoluzioni ci sono state da un lato le monarchie assolute e dall’altro liberali e democratici uniti, invece, con il ’48, in molti paesi la borghesia liberale entra a far parte dei parlamenti e diventa un supporto alla monarchia costituzionale, mentre i democratici, con le emergenti correnti socialiste, continueranno a stare all’opposizione;
• c’è la frattura dell’alleanza trono-altare, proprio perché in molti paesi, con la monarchia costituzionale, si afferma il liberalismo e la chiesa non lo accetta perché i liberali sostengono la libertà di culto e vogliono, come stato, acquisire funzioni che la chiesa ha sempre esercitato (il controllo sull’istruzione o il diritto matrimoniale), quindi in molti paesi si apre un forte contrasto tra stato e chiesa cattolica (anche in Italia).
Lo Stato sabaudo e Cavour
Un solo stato in Italia fa eccezione a questa politica di restaurazione, il Piemonte. Dopo una ripresa della guerra, in cui era stato nuovamente battuto, Carlo Alberto era stato costretto ad abdicare e ad andare in esilio in Portogallo; sul trono era salito il figlio, Vittorio Emanuele II. Quest’ultimo, intelligentemente, capisce che si trova di fronte ad una svolta storica: o torna, come gli altri, alla restaurazione, o accetta con coraggio il ruolo di monarca costituzionale, e lui decide per quest’ultima modalità. Siccome il padre nel 1848 aveva emanato lo Statuto Albertino, che poi diventerà la costituzione italiana, lui decide di mantenerlo e accetta di governare con il parlamento (viene chiamato “re galantuomo” perché mantiene con coerenza questo ruolo).
Siccome aveva perso la guerra con l’Austria, aveva dovuto firmare un armistizio che portava alla pace, il Trattato di Milano: l’Austria non chiedeva condizioni molto punitive, ma solo una modifica delle tariffe doganali a favore dell’Austria; il parlamento, però, non vuole accettare questo trattato e fanno pressione sul re. Allora Vittorio Emanuele II emana il Proclama di Moncalieri, in cui minaccia il parlamento di tornare alla monarchia assoluta se non accetta di sottoscrivere il trattato di pace. Dunque scioglie le camere, indice nuove elezioni che portano ad una maggioranza parlamentare più docile al re, capeggiata dal romanziere Massimo d’Azzeglio, e viene accettato il Trattato di Milano.
La monarchia costituzionale piemontese s’ispira all’ideologia liberale, che sostiene l’uguaglianza giuridica, quindi non ammette i privilegi; nello stato sabaudo il clero aveva dei privilegi, che vengono abolite con le Leggi Siccardi, che prevede anche lo scioglimento degli ordini contemplativi, i cui beni passano allo stato. Questo apre un contrasto con la chiesa: a Torino scende in piazza l’arcivescovo che guida una manifestazione; ma il governo continua la sua politica.
Lo stato Sabaudo diventerà sempre più moderno grazie ad un genio politico, Camillo Benzo conte di Cavour. Quest’ultimo apparteneva a una famiglia dell’aristocrazia piemontese, dove vigeva il principio del maggiorascato e lui, che non era primogenito e quindi era escluso dall’eredità, viene avviato alla carriera militare. Da ragazzo aveva viaggiato moltissimo, perché la madre era originaria di Ginevra e lo aveva portato in Europa a visitare i suoi parenti, e questi viaggi gli avevano aperto la mente. Non sente nessuna propensione per la vita militare, quindi l’abbandona e si dedica agli studi economici. Grazie ai suoi viaggi, ha potuto conoscere l’Inghilterra che ha assunto come modello, grazie al liberalismo e alla dottrina di Smith; i suoi amici, scherzosamente, lo chiamano “Lord Camillo”. Quando ritorna in Piemonte, dopo i viaggi e gli studi, ha un corredo di conoscenze molto vasto. Anche se è un nobile, ha la mentalità intraprendente e volta al progresso di un borghese, quindi inizia ad ammodernare le sue tenute vastissime nella zona di Vercelli, trasformando le aziende agricole, in stato di abbandono, in aziende produttive e modernissime (ancora oggi c’è una rete di canali d’irrigazione detti “canali Cavour”). Si dedica anche alla vita politica, scrive sul giornale “Rinnovamento” e riesce ad entrare nel parlamento piemontese, dove di notare subito per le sue abilità. Ottiene, così, il ministero dell’agricoltura e quello delle finanze; ma è ambizioso, così fa una manovra parlamentare: lui, capo della destra liberale, si accorda sottobanco con il leader della sinistra moderata (sempre liberali), Urbano Rattazzi (l’accordo si chiama “Connubio”), in modo da allargare la sua base d’assenso e scavalcare D’Azzeglio, diventando capo di governo, mantenendo anche il ministero delle finanze e guadagnando quello degli esteri.
Tutto questo potere gli serve per trasformare il Piemonte in uno stato moderno, evoluto così da poter figurare degnamente davanti alle potenze europee, quindi lavora ad una serie di riforme.
Per prima cosa cambia la politica economica dello stato da protezionistica a liberistica: stipula dei trattati di libero scambio con Inghilterra, Francia, Belgio, mettendo, così, lo stato sabaudo in un circuito concorrenziale. Cerca di ammodernare l’agricoltura rendendola capitalistica, infatti ancora oggi ci sono i cosiddetti “canali Cavour”, una vasta rete d’irrigazione. Sostiene molto il settore industriale, per esempio l’Ansauto di San Pier d’Arena, un’industria siderurgica. Avvia la costruzione di un’importante rete autostradale e di una ferroviaria, che in Italia c’era solo tra Napoli e Portici. Trasforma il porto di Genova in un importante sbocco commerciale. A La Spezia crea un’imponente base militare. Avvia la costruzione di avanzate strutture a livello ingegneristico, per esempio il traforo tra Genova e Torino, il traforo Frejus, che collega Francia e Italia. Ovviamente, per affrontare tutte queste opere, ha bisogno di soldi, quindi aumenta le tasse e fa molti prestiti all’estero; siccome i cittadini pagano le tasse ma notano che esse ritornano in servizi efficienti, non si lamentano.
Dal punto di vista della politica ecclesiastica, Cavour, che è un liberale e quindi vuole uno stato laico, diceva “libera chiesa, libero stato”: la chiesa è sovrana nell’ambito spirituale, in cui lo stato non deve intromettersi, ma essa, dall’altro lato, non deve intromettersi negli affari dello stato; infatti Cavour ha sostenuto le Leggi Siccardi, il principio della laicità dello stato, ha promosso leggi per lo scioglimento di ordini contemplativi, in Piemonte, e i beni sono stati presi dallo stato.
A livello di politica estera, lo stato sabaudo era l’unico a portare avanti una politica antiaustriaca, perché Cavour, come i governi a lui precedenti, voleva creare un grosso regno del nord Italia, espandendosi verso la Pianura Padana, e siccome nel lombardo-veneto c’era l’Austria, automaticamente doveva intraprendere questo tipo di politica. Cavour sapeva anche che la sproporzione tra i due eserciti dei due stati era enorme e quindi, da solo, contro l’Austria non poteva fare; dunque doveva inserire il Piemonte nel gioco della politica europea.
In Francia, il presidente della repubblica era Luigi Napoleone che, nel 1851, fa un colpo di stato, appoggiandosi sull’esercito, e trasforma la sua carica presidenziale in imperiale, che fa legittimare da un pleibiscito; fonda, così, il II impero con il nome di Napoleone III. La Russia era interessata ad espandersi verso l’area balcanica, che faceva parte dell’impero ottomano, così aveva messo delle flotte da guerra nel mar Nero; quindi scoppia la guerra russo-turca, in cui la Turchia chiede alla Russia di togliere le navi e di rinunciare a conquistare l’area balcanica. L’Inghilterra, che non voleva che la Russia si estendesse sull’area balcanica perché così si sarebbe affacciata sul Mediterraneo, insieme alla Francia intervengono al fianco della Turchia. Cavour cerca di sfruttare questa situazione: siccome con Francia e Inghilterra c’erano già dei trattati economici in atto, fa capire che il Piemonte era disponibile a dare un aiuto. Cavour porta in Parlamento questa decisione, ma non tutti sono d’accordo, non rendendosi conto che era molto vantaggioso politicamente, anche se bisognava sacrificare dei soldati; quindi Cavour attraversa un periodo di crisi molto forte e minaccia anche le dimissioni, ma alla fine ha la meglio. Così un corpo di spedizione piemontese parte per la Crimea (il conflitto è detto proprio Guerra di Crimea); alla fine la Russia si arrende, c’è un congresso a Parigi, a cui partecipa anche Cavour. La Russia deve ritirare la flotta, perde alcuni territori, Valacchia e Moldavia, che aveva avuto col Congresso di Vienna (da cui nascerà, poi, la Romania). In questo congresso Cavour chiede di poter parlare, ma il rappresentante austriaco, che era presente nonostante l’Austria non avesse partecipato, si oppone; ma grazie al rappresentante inglese Cavour prende la parola. Grazie alla sua abilità dialettica, si presenta non solo come il rappresentante dello stato sabaudo, ma come quello della situazione della questione italiana: se l’Austria continua ad essere così presente, direttamente o indirettamente, non ci sarà mai la pace, perché continueranno a scoppiare moti rivoluzionari, così come se persisterà uno stato così arretrato e reazionario come quello Borbonico. L’intervento geniale di Cavour viene riportato sui giornali e i liberali italiano cominciano a guardare a lui come ad un punto di riferimento (infatti Cavour non era partito con l’obiettivo di creare l’unità italiana, ci è stato trascinato dagli eventi), anche se, materialmente, lui non aveva ottenuto niente da questo congresso, infatti disse “Sono tornato senza un ducato in tasca”.
La Seconda guerra d’indipendenza italiana
Al congresso, oltre ad aver guadagnato un vantaggio morale, ha studiato tutti i rappresentanti degli stati europei, ed ha capito che c’è un personaggio su cui può lavorare, Napoleone III. In primo luogo non è molto intelligente quindi lo può manovrare; è ambizioso, quindi volto all’espansione; è interessato a rompere l’ordine uscito dal Congresso di Vienna, perché esso era nato sulle ceneri dell’impero dello zio (e la situazione italiana si poteva sbloccare solo se quest’ordine veniva sovvertito); inoltre gli piacevano le donne, e questo era un elemento da sfruttare. Dunque Cavour inizia una serie di trattative con Napoleone III, per coinvolgerlo nel problema italiano.
Aveva una lontana cugina, considerata la donna più bella del 1800, la contessa di Castiglione. Si chiamava Virginia Oldoini, ma confidenzialmente la chiamavano Nicchia, ed era una donna che faceva perdere la testa a tutti, anche per la sua intelligenza e astuzia. A soli 16 anni aveva sposato il conte di Castiglione, che ne amava la bellezza, quindi la portava a corte per sfoggiarla quasi come un trofeo, e lei lo aveva sposato perché era un uomo rilevante. Il conte era un lontano cugino di Cavour, e lui, conoscendo le doti di questa donna e il suo fascino, voleva utilizzarla per sedurre Napoleone III. Quindi la manda a Parigi con l’ambasciatore Costantino Nigra, con l’intento di farla diventare una spia e comunicare a Cavour tutto ciò che avveniva nella corte francese. Lei, successivamente, sopravvaluta il suo ruolo, tant’è che autografava scrivendo “Virginia, la stella che l’Italia fece”, anche se non è solo grazie a lei che si è fatta l’unità, ovviamente, ma grazie alle trattative di Cavour. Infatti nel 1858, lui riesce ad avere un incontro segreto con Napoleone III, in una località termale Plombieres, durante la quale stipulano i Patti di Plombieres:
• Napoleone III s’impegna ad affiancare il Piemonte in guerra contro l’Austria, ma alla condizione che sia l’Austria a dichiarare guerra;
• a vittoria ottenuta, si formerà un regno del nord Italia sotto Vittorio Emanuele II, un regno dell’Italia centrale sotto un cugino di Napoleone III, Gerolamo Bonaparte, al sud cadrà il regno borbonico e se ne formerà un altro sotto il figlio di Murat (cognato di Napoleone III);
• tra questi tre regni si doveva formare una confederazione sotto la presidenza del papa, che conservava lo stato pontificio;
• Nizza e Savoia andavano alla Francia;
• Una figlia di Vittorio Emanuele II doveva sposare Gerolamo Bonaparte.
Questi patti rispondevano all’esigenza di creare stati vassalli della Francia; il fatto che danno spazi al papa, accontentava il partito clericale. L’Italia, invece, sembra semplicemente aver cambiato padrone, dall’Austria alla Francia; in realtà Cavour, essendo più intelligente di Napoleone III, capiva che questo progetto non avrebbe mai potuto realizzarsi, per vari motivi. In primo luogo l’Inghilterra si sarebbe opposta, infatti non poteva accettare che l’ingerenza francese sull’Italia fosse così forte, a causa del principio di equilibrio; inoltre la creazione del regno centrale e il potere che avrebbe acquisito il papa si scontravano con le esigenze dei liberali toscani, che non l’avrebbero mai permesso. Quindi Cavour, firmando questo contratto, ottiene l’appoggio militare francese senza porre l’Italia in una dipendenza.
Avviene un attentato a Napoleone III, da un mazziniano, Felice Orsini, e allora il monarca pensa di annullare i patti; ma Cavour riesce a sfruttare anche questo, dicendo a Napoleone III che, anzi, bisogna affrettarsi altrimenti il rischio di attacchi e rivolte aumenta. Addirittura Orsini scrive una lettera di pentimento in carcere e poi viene giustiziato.
Affinché i patti divenissero operativi, però, bisognava provocare l’Austria. Così Cavour attua una serie di iniziative a confine con la Francia, per esempio prepara l’esercito, allestisce appostamenti militari, Garibaldi recluta un corpo militare, i cacciatori delle Alpi. Tutti questi fermenti fanno innervosire l’Austria e manda un proclama al Piemonte in cui chiede di smantellare tutto; ma Cavour continua. Allora l’Austria da un ultimatum ma ovviamente Cavour non si piega, così l’Austria dichiara guerra nell’aprile del 1859; le truppe austriache, guidate dal generale Gyulai, si muovono dalla Lombardia verso il Piemonte. Cavour, per dare tempo alle truppe francesi di scendere in Italia, ritarda l’avanzata degli austriaci facendo allagare le risaie nel vercellese. Napoleone III scende in Piemonte e così iniziano varie battaglie e le truppe franco-piemontesi sono in netta superiorità, tanto che lo stesso imperatore Francesco Giuseppe scende in campo. Avvengono due battaglie decisive che portano all’esito positivo della guerra, la battaglia di Solferino e quella di San Martino.
Intanto Gerolamo Bonaparte, con la sua flotta, dalla Francia era sbarcato a Livorno per costituire il regno dell’Italia centrale, in base agli accordi di Plombieres. Ma in Toscana scoppia una rivolta dei liberali toscani, guidati da Bettino Ricasoli (come Cavour aveva previsto), che costringono Girolamo Bonaparte a tornare in Francia. Scoppia un’altra rivolta anche nei ducati di Modena e Parma, guidata da Farini; anche nella zona della Romagna (che faceva parte dello stato pontificio) scoppia una rivolta guidata da Cipriani. Quindi nell’Italia centrale si formano dei governi provvisori.
Intanto la guerra, dopo le due battaglie, si registra una vittoria schiacciante dei franco-piemontesi, anche grazie ai cacciatori delle alpi di Garibaldi. Queste battaglie sono famose anche per la nascita, nel 1859, della croce rossa, fondata dallo svizzero Henry Dunant, che impone come simbolo dell’associazione la bandiera svizzera: le donne che soccorrono i soldati, li curano indipendentemente dalla loro nazionalità.
Una volta liberata la Lombardia, l’esercito avrebbe dovuto continuare e liberare il Veneto. Ma Napoleone, a questo punto, firma l’armistizio di Villafranca con l’Austria. Secondo gli storici ci sono diverse motivazioni. Alcuni sostengono che temeva un aiuto militare della Prussia a fianco dell’Austria; il motivo più consistente, però, è che il monarca si rende conto che le cose non stavano andando come stabilito nei Patti di Plombieres, perché il cugino non era riuscito a costituire il regno nell’Italia centrale, il papa non aveva acquisito potere e quindi il partito clericale francese era arrabbiatissimo, per cui stava praticamente versando sangue francese per niente e stava perdendo consensi. Tutto ciò lo induce a ritirarsi dalla guerra in anticipo, nonostante stesse avendo buon esito: l’Austria gli cede la Lombardia e lui la passa al Piemonte.
Cavour, arrabbiatissimo, rassegna le dimissioni. Inoltre bisognava stabilire come risolvere la questione dei governi provvisori che si erano formati in Italia centrale, perché Napoleone aveva stabilito che dovevano essere ripristinati i legittimi sovrani. I liberali italiani danno prova di grande maturità politica: si uniscono in una lega, con un esercito, a cui si unirà anche Garibaldi, e chiedono che vengano inviati commissari di Vittorio Emanuele II e l’annessione al Piemonte. Cavour torna al governo.
La situazione è molto tesa, ma arriva un aiuto dall’Inghilterra, che è lo stato che ha più favorito, se pur indirettamente, il processo risorgimentale italiano: era, infatti, meglio che in Italia si formasse uno stato grosso piuttosto che essa cadesse sotto l’egemonia francese, così l’Inghilterra non fa nessuna mossa.
Cavour riapre le trattative con Napoleone, proponendogli Nizza e Savoia (anche se la Francia non ne aveva più diritto) in cambio di permettere che avvenissero dei pleibisciti per l’ammissione di queste zone al Piemonte. Napoleone accetta (Garibaldi si arrabbia moltissimo perché Nizza era la sua città natale), vengono fatti i pleibisciti così Toscana e Emilia Romagna vengono annesse al Piemonte.
Cavour, che utilizzava la strategia diplomatica, aveva come antagonista Mazzini, che voleva la guerra di popolo. I moti mazziniani, però, fallivano, tanto che lui attraversa una fase di crisi profonda, ma pensa che il difetto sia nell’organizzazione dei moti; così fonda il partito d’azione, a Ginevra, e già dal nome indicava che bisognava lavorare sull’organizzazione. Ma nello schieramento democratico molti iniziavano ad essere scettici e a pensare che, per raggiungere l’unità, non bastavano solo le forze repubblicane ma anche quelle filomonarchiche, e la monarchia sabauda stava dando prova d’interessarsi all’unità. Quindi, mentre Mazzini non accettava chi non era repubblicano, i democratici iniziarono ad essere più aperti in questo senso. Emergono in particolare due voci: Ferrari e Carlo Pisacane. Entrambi concordavano sul fatto che bisognava dare la priorità alla questione economico-sociale, ma Ferrari credeva che la rivoluzione avrebbe avuto successo solo se guidata dalla Francia, mentre Pisacane (napoletano esule nello stato sabaudo) sosteneva che sarebbe dovuta partire dalle zone più depresse. Ma dava per scontato una tendenza alla rivoluzione nelle masse contadine (manteneva la strategia mazziniana) che in effetti non c’era. Così organizza una spedizione nell’Italia meridionale, la zona depressa in cui far scoppiare la rivoluzione; questa ne avrebbe provocata un’altra a Napoli, poi a Livorno e poi a Genova. Con alcuni compagni s’imbarca su un piroscafo diretto in Algeria, di cui s’impadroniscono, e lo dirottano all’isola di Ponza; qui liberano in un carcere borbonico circa 300 detenuti, che non erano detenuti politici ma carcerati comuni, e con loro si avviano verso Sapri (1857). S’inoltrano verso l’interno, nella zona del Cilento, ma i contadini non rispondono all’appello, anzi li scambiano per briganti e li prendono con i forconi; intanto la polizia borbonica interviene e dopo uno scontro vicino l’Abbazia di Padula, Pisacane si uccide per non cadere nelle mani dei Borboni, e viene arrestato il suo braccio destro, Nicotera. Essendo fallita l’origine della rivoluzione, ovviamente non scoppiano nemmeno quelle a Napoli, a Livorno e a Genova.
Quindi avviene l’ennesimo fallimento della strategia mazziniana, che dà maggiore alito alle forze repubblicane che volevano unirsi alle forze monarchiche; così nel 1857 nasce un’organizzazione, la Società Nazionale, il cui motto è “Italia e Vittorio Emanuele”, che unisce tutte le forze che vogliono costituire l’unità; il presidente è Daniele Manin, il vicepresidente è Garibaldi.

L’unificazione tedesca

Noi sappiamo dal congresso di Vienna che la Germania è stata idealizzata in una confederazione di staterelli sotto la presidenza dell’Austria. Già nelle rivoluzioni del 48 le forze liberali avevano tentato questo processo di unificazione che però era fallito, anche perché vi era un contrasto tra Grandi Tedeschi che volevano un’unificazione intorno all’Austria e Piccoli Tedeschi che volevano un’unificazione intorno alla Prussia. Quindi era rimasto tutto fermo. L’uomo considerato artefice dell’unificazione tedesca è un certo Otto Von Bismarck. Quest’uomo era un tipico esponente degli Junker (erano i grossi proprietari terrieri in Germania), ma era noto per la durezza del suo carattere, quindi era un uomo forte, molto autoritario. Ad un certo punto l’imperatore prussiano Guglielmo I° di Hohenzollern era in forte contrasto con la Dieta Tedesca( parlamento costituito da una camera bassa e una camera alta, nella camera alta sedevano gli Junker cioè esponenti dell’aristocrazia terrena per diritto ereditario, mentre nella camera bassa sedevano i rappresentanti dei comuni, delle principali città tedesche per elettiva su base censitaria) perché lui voleva rafforzare l’esercito quindi ci volevano soldi, nuovi fondi così la Dieta si rifiuta di votare questi fondi. Così Guglielmo 1° decide di rivolgersi a Bismarck per risolvere questo problema perché sa che Bismarck è un uomo che ha dei metodi molto sbrigativi e lo nomina cancelliere (capo di governo). Così Bismarck riesce a far votare alla Dieta i fondi per accrescere l’esercito scavalcando la camera bassa e chiedendo l’autorizzazione solo della camera alta dove sedeva gente molto vicina a lui. Però adesso Bismarck si chiede a cosa potrà servire questo esercito perché lui e l’imperatore hanno due visioni diverse:
• L’imperatore ha voluto creare questo esercito perché il suo obbiettivo era quello di creare una specie di forza militare vincolata al giuramento di fedeltà al sovrano, con cui lui si vuole tutelare da eventuali sviluppi rivoluzionari del suo regno;
• Bismarck invece dice che l’esercito in Prussia dovrà servire per avviare il processo di unificazione tedesca, e lo dice chiaramente in un discorso famosissimo in cui dice: ”Tutta la confederazione tedesca badate bene che non guarda se noi siamo liberali, se noi discutiamo, se noi votiamo, ma guarda alla forza della Prussia, e la situazione attuale la risolveremo col sangue e col ferro”.
Quindi un primo fattore che ha portato all’unificazione tedesca è stato proprio il fattore militare. Infatti Bismarck è stato soprannominato il Cancelliere di Ferro proprio per il suo carattere molto forte.
Da questo momento l’esercito viene preparato ad uno stile bellico che è quello che la Germania utilizzerà sempre, la così detta “Guerra Lampo” o “Guerra di Movimento”.
Per “Guerra Lampo” si intende una guerra caratterizzata da operazioni militari molto rapide, che devono impedire al nemico di organizzare la resistenza. L’esercito viene ammodernato, per esempio viene dotato di fucili a retrocarica che aveva una maggiore rapidità di tiro rispetto a quelli precedenti. Quindi l’esercito viene curato molto e questo spirito militarista pervade tutta la società tedesca. Ma un’economista inglese Keynes ha un po’ parafrasato la famosa frase di Bismarck perché dice : ” La Germania più che dal sangue e dal ferro è stata fatta dal carbone e dall’acciaio”. Keynes ha voluto dire che la Prussia era lo stato più attrezzato economicamente nella confederazione tedesca perché dal Congresso di Vienna aveva avuto la Renania, l’Aslesia che erano zone ricchissime di giacimenti minerari, in più in Prussia alcuni ministri avevano copiato Napoleone, cioè tutte le riforme che Napoleone aveva portato erano state copiate da questi ministri che avevano ammodernato la Prussia, quindi vi era stato tutto un processo di crescita economica. Poi aveva attuato lo “Zollverein”(unificazione doganale ) cioè aveva abolito le barriere doganali tra i vari staterelli tedeschi per facilitare il libero commercio. La Prussia, quindi, era la prima esportatrice di cereali in Europa, aveva edificato un’industria pesante molto sviluppata perché era stata avviata una costruzione di una rete ferroviaria che era collegata alla “Guerra Lampo”, perché serviva per far spostare rapidamente le truppe.
Quindi questo è un altro fattore che ha contribuito all’unificazione, cioè un Fattore Economico.
Ma Bismarck sapeva bene che per arrivare all’unificazione tedesca queste cose non erano sufficienti perché c’era l’Austria, che aveva la presidenza della confederazione germanica e che non avrebbe mai accettato lo scioglimento di questa confederazione. Lo poteva accettare solo con una guerra, cioè Bismarck si rende conto che non c’era altro modo per avviare il processo di unificazione tedesca. Così bisognava trovare un pretesto, una occasione da sfruttare per fare la guerra. Bismarck riesce a sfruttare alcune occasioni che si presentano. Intanto Austria e Prussia si erano accordati per strappare alla Danimarca alcuni territori, però poi si apre un problema su chi doveva amministrare le terre conquistate, così si genera una tensione tra i due stati, la quale era accentuata da Bismarck per poter fare la guerra. Ma prima di andare in guerra contro l’Austria, Bismarck compie un intensa opera diplomatica, così cerca di costruire una rete di relazioni diplomatiche tali che gli consentono di far andare tutto liscio nella guerra contro l’Austria. Allora fa un accordo con l’Italia perché sa che è la principale nemica dell’Italia e si garantisce la neutralità della Russia e della Francia. Dopo di che le truppe Prussiane con rapidi spostamenti attraverso i treni penetrano nell’impero Asburgico e precisamente in Boemia (primo conflitto militare). Intanto bisogna dire che gli staterelli della Germania del sud tra cui la Baviera, temendo di essere assorbiti poi dalla Prussia si schierano con gli Austriaci. La guerra dura poche settimane perché le truppe Prussiane riescono a sconfiggere le truppe austriache in una battaglia, la battaglia di Sadowa. Gli staterelli della Germania meridionale si arrendono e l’Austria è costretta a firmare la Pace di Praga, la quale prevedeva che l’Austria deve subire una piccola mutilazione territoriale e doveva sciogliere la Confederazione Germanica e nasce una nuova confederazione. Si prende il fiume Meno come linea di demarcazione e si stabilisce che tutti gli staterelli tedeschi a nord del fiume Meno entrano a far parte della Confederazione Germanica del Nord, mentre gli stati a sud del fiume Meno rimangono indipendenti. Quindi si ha un primo pezzo di Germania unita. In questo momento Napoleone III° si accorge che sta accadendo qualcosa di negativo per la Francia. Infatti a Napoleone III° conveniva che la Germania fosse costituita da tanti piccoli staterelli e non da uno stato unificato come quello che stava costruendo Bismarck. Per cui Bismarck aveva capito che adesso il suo nemico non era più l’Austria bensì la Francia. Però era convinto che anche con la Francia vi fosse bisogno di una guerra, e anche con la Francia Bismarck cercava di trovare un pretesto per dichiarargli guerra. Così riesce a sfruttare abilmente un’altra occasione che si sta presentando. Infatti, per una serie di vicende il trono spagnolo era rimasto vuoto, vi erano state una serie di rivolte e si era formato un governo provvisorio che aveva deciso di offrire la corona a un cugino di Guglielmo 1° (re di Prussia), un certo Leopoldo di Hohenzollern. Quando i francesi vengono a conoscenza di questa situazione, si mettono in allarme poiché rischiano di rimanere completamente accerchiati dagli Hohenzollern. La Francia fa sapere subito che non avrebbe tollerato questa situazione, così s’innesca un grosso furore nazionalistico e iniziano una serie di trattative diplomatiche tra la Prussia e la Francia. Ma questo Leopoldo aveva fatto sapere che non era interessato al trono Spagnolo e quindi la situazione era tutto sommato tranquilla, anche perché neanche Guglielmo 1° era interessato a fare pressione affinché Leopoldo occupasse il trono spagnolo. Ma Bismarck era interessato, invece, a scatenare una guerra contro la Francia. Allora nel momento in cui ci fu un incontro in una località, Ems, tra undiplomatico francese e Guglielmo 1°, si rilascia un comunicato stampa che poi viene pubblicato sui giornali. Allora Bismarck altera questo comunicato stampa, cioè fa risultare che l’ambasciatore francese è stato messo alla porta da Guglielmo 1°. Questo è chiamato “Il telegramma di Ems”. Così i francesi si arrabbiano moltissimo ed in poco tempo si arriva alla guerra. Immediatamente, nonostante la Francia possedesse un esercito molto sviluppato, si nota la superiorità dell’esercito tedesco, per cui nella Battaglia di Sedan anche l’imperatore francese viene fatto prigioniero dai prussiani. Invece gli staterelli tedeschi del sud che si erano schierati dalla parte della Francia fanno marcia indietro. In Francia vi è una situazione disastrosa poichè cade l’impero e si forma un governo provvisorio di repubblicani, ma nonostante ciò è sempre minacciata dall’esercito prussiano tanto che il ministro della guerra, un certo Leon Gambetta, che aveva cercato di organizzare la resistenza è costretto a fuggire in mongolfiera. Quindi la Francia rimane sconfitta e deve accettare che anche gli staterelli della Germania meridionale entrino a far parte della confederazione del nord. Così si creò la Germania unita, anche se in una forma federale tant’è che Guglielmo 1° è molto attento a farsi chiamare Imperatore Tedesco e non Imperatore della Germania perché vuole sottolineare che la Germania ormai è unita, e la forma politica non è quella unitaria ma quella federale. Questo significa che ogni staterello tedesco i cosiddetti “landen” mantengono alcune autonomie. La Francia adesso deve accettare un trattato di pace pesantissimo, il famoso “Trattato di Francoforte”, con il quale viene imposto alla Francia di pagare un’indennità di guerra e di cedere l’Alsazia e la Lorena alla Germania. Questa è una grande ferita all’orgoglio nazionalistico francese. Da questo momento i francesi provano un odio profondo verso i tedeschi e hanno l’idea di fargliela pagare e di riprendersi quello che gli è stato tolto, quindi si sviluppa un orientamento, il “Revanscismo” dal francese Revanche che significa vendetta. Questa è una delle cause dello scoppio della prima guerra mondiale.

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