Lorep di Lorep
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La situazione economica e sociale in Italia

Contemporaneamente alle tensioni all’estero a causa della campagna dannunziana nella città di Fiume, all’interno del Regno d’Italia la situazione economica iniziava a farsi più problematica. Il debito pubblico era salito alle stelle e ciò causò una pesante svalutazione della lira e, di conseguenza, un rincaro di tutti i prodotti che l’Italia importava dall’estero.
Il paese era dunque in preda all’inflazione, che danneggiava soprattutto i ceti medi della popolazione. Gli unici a trarre profitto da questa situazione furono proprio gli operai, che riuscirono ad ottenere un aumento del proprio salario; in un primo momento questo aumento sembrò bastare, ma con il tempo iniziò a serpeggiare la voglia di imitare la Russia e modificare la struttura interna attraverso una versa e propria rivoluzione socialista. Parallelamente a questa volontà che serpeggiava nelle fabbriche, anche nelle campagne regnava il malcontento: dopo la disfatta di Caporetto, era, infatti, stato promesso ai contadini che sarebbero stati distribuite delle terre per persuaderli a non ritirarsi dalla guerra. I contadini occuparono dunque delle terre, ma tutta la situazione venne comunque riportata all’ordine.


Il Partito popolare italiano

Nel gennaio 1919 i cattolici annunciarono ufficialmente il loro rientro nella vita politica del paese con la nascita del Partito Popolare Italiano (PPI); il leader di questo nuovo partito fu don Luigi Sturzo che precisò subito di non volersi rivolgere solo ai cattolici, ma a tutti gli italiani che si riconoscessero negli ideali e negli obiettivi del partito. Il partito non si legò né al liberalismo né tantomeno al socialismo, anche se comunque si prodigò sin da subito negli interessi dei ceti deboli. Non si puntava dunque ad una rivolta o all’abolizione della proprietà privata, bensì al bene comune, cioè allo sviluppo della società in tutte le sue componenti.

L’occupazione delle fabbriche

All’interno del partito socialista stava nascendo una grave crisi, poiché gli operai profondamente affascinati dalla rivoluzione russa, volevano attuarne una simile in Italia e se in un primo momento la dirigenza alimentava questo fermento, subito dopo si prodigava ed esortava la calma. Queste tensioni raggiunsero l’apice nel settembre del 1920, quando gli operai di alcune industrie metalmeccaniche, nel bel mezzo di roventi vertenze contrattuali, decisero di occupare le fabbriche. L’occupazione comunque si rivelò un fallimento poiché gli operai ottennero qualche piccola conquista sul piano salariale.

L’ultimo governo Giolitti

Era da poco ritornato al governo Giovanni Giolitti quando il nord Italia si ribellò occupando diverse industrie. Come al solito Giolitti decise di non intervenire e se a posteriori possiamo affermare che fece la scelta giusta, in quel momento il proletariato ma anche la borghesia lo accusarono di passività.
Per ciò che concerne la politica estera, Giolitti stipulò un accordo con la Jugoslavia, secondo il quale l’Italia poteva annettere l’Istria, mentre Fiume fu dichiarata città libera, ma dal momento che D’Annunzio non voleva abbandonare la città, Giolitti fu costretto a far intervenire l’esercito.
Infine, nel 1921, Giolitti abolì il prezzo politico del pane, stabilì la nominatività dei titoli azionari e aumentò la tassa di successione, guadagnando tutto l’astio della popolazione. Nel maggio 1921 alle elezioni anticipate, Giolitti formò il cosiddetto “Blocco nazionale” con i nazionalisti, i liberali e alcuni esponenti fascisti, anche se questa alleanza si rivelò un fallimento e così Giolitti fu costretto a rassegnare le proprie dimissioni.

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