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Italia
Crispi e Giolitti

L’alleanza tra proprietari terrieri e industriali
Si creò una nuova classe dirigente nata da un’alleanza tra ceti diversi: la borghesia industriale (arricchita con la costruzione delle ferrovie) e i grandi proprietari terrieri. Volevano uno stato forte, capace di:
* difendere il mercato interno dalla concorrenza straniera
* prendere nuovi mercati esterni
Francesco Crispi su a capo di questa alleanza. Era:
* siciliano
* ex mazziniano
* ex garibaldino
* il leader dei gruppi imprenditoriali del sud
Le proteste dei lavoratori e la politica autoritaria di Crispi
Crispi fu:
* deputato della sinistra
* ministro degli Interni
* capo del governo.
Era ammiratore di Bismark, e incentrò presso di se tutti i poteri:
* presidenza del consiglio
* ministro degli Esteri e degli Interni
Represse con molta durezza tutti i movimenti popolari che potevano minacciare l’equilibrio:
* sciolse i Fasci, che erano organizzazione socialiste dei braccianti e dei gruppi di operai urbani
* inasprì la legislazione contro l’attività delle organizzazioni operaie
inasprì i controlli sull’ordine pubblico
L’ingresso dei cattolici nella vita politica e sociale
I cattolici, grazie a un movimento sociale cattolico, cominciarono ad entrare nella vita sociale e politica della nazione. Però, a causa del divieto papale (“non expedit”) di partecipare alla vita politica, parteciparono di più a quella sociale. Si confrontarono con la questione sociale esistente in quel periodo, e i cattolici svilupparono un nuovo atteggiamento verso le classi povere. I principi di questo atteggiamento si trovano in un’enciclica, “rerum novarum”, di papa Leone XIII:
* veniva riconosciuta l’esigenza di una più equa distribuzione della ricchezza
* veniva sostenuta la legittimità dei sindacati.
Accanto ai sindacati socialisti, ne nacquero molti cattolici, basati sulla struttura delle parrocchie, e grazie ad essi si attenuò la chiusura di fronte alla partecipazione alla vita politica.
Una nuova fase nella politica coloniale
La politica estera era volta all’espansionismo coloniale, che ormai era una necessità per l’Italia, che aveva bisogno di nuovi mercati. L’Italia partecipò alla spartizione dell’Africa, e tentò di conquistare l’Abissinia. Ma ci furono molte sconfitte, in particolare quella di Adua, che:
* costrinse Crispi alle dimissioni
* mise fine alla seconda fare della politica coloniale italiana.
In questo periodo iniziò anche una gravissima crisi politica che culminò nell’uccisione di re Umberto I da parte degli anarchici

Crisi di fine secolo
La crisi economica e il fallimento degli istituti bancari
Ci fu una grave crisi economica sia a livello nazionale sia internazionale:
- la produzione cominciò a decrescere
- le esportazioni a ridursi
A farne le spese furono soprattutto le banche, che furono vittima di fallimenti a catena che colpirono le banche più importanti. Molte furono messe in liquidazione.
Il salvataggio e il riordino del sistema bancario
Ci fu un salvataggio delle banche, ossia lo stato le aiutò, o più precisamente le banche sane le aiutarono. La crisi bancaria ebbe il suo culmine mentre Crispi ricominciava a impegnarsi nella politica coloniale. Il governo non si limitò a risanare le banche, ma l’intero sistema finanziario, fondando la banca d’Italia, che “governava” tutte le altre. Comparirono le banche miste, nuovi istituti di credito molto diversi dai precedenti, fondati sul modello europeo.
Le ripercussioni sociali della crisi
La crisi economica, accentuata dalla politica coloniale, ebbe gravi ripercussioni sul popolo: le tasse divennero più pesanti, e, prima nelle campagne, poi nelle città, scoppiarono tumulti. Scopi:
- miglioramento del salario
- garanzie contro la disoccupazione
Il prezzo del pane divenne più alto, e i tumulti si inasprirono. Di Rudinì, che aveva sostituito Crispi, ordino al generale Beccarsi di sparare cannonate sulla folla a Milano, che era il centro dei tumulti. Intanto la folla aveva arrestato alcuni dirigenti socialisti e esponenti cattolici che avevano aderito alle iniziative popolari. Era in gioco la sopravivenza del regime parlamentare. Molti esponenti del governo erano favorevoli a una politica che limitasse le libertà di stampa e di associazione. Ci fu il decreto Pelloux, primo ministro, che limitava molto le libertà costituzionali, e creò un grave dibattito.

Le elezioni del 1900 e la sconfitta del fronte autoritario
Nelle elezioni del 1900 vinse per numero di voti l’opposizione (radicali, socialisti, repubblicani), ma il governo ottenne un maggior numero di seggi. Il fronte autoritario (che aveva fatto tutte le scelte restrittive) fu sconfitto a causa:
- dell’azione delle minoranze
- degli sbagli in politica estera
- delle divisioni all’interno del fronte moderato
il governo cominciò a tendere verso una politica più liberale e più aperta, e neanche l’assassinio di re Umberto I da parte degli anarchici e la successiva nomina di re Emanuele III invertirono questa tendenza. Il nuovo re nominò primo ministro Zanardelli, che abolì le norme restrittive del diritto di associazione.
IL PROGRAMMA LIBERAL-DEMOCRATICO DI GIOLITTI
Una stagione di riformismo sociale: Zanardelli e Giolitti
Questi avvenimenti avevano dimostrato che era impossibile opporsi alle lotte popolari solo con la repressione. Zanardelli pensava che invece era possibile risolverle facendo entrare i ceti popolari nella vita politica. Anche Giolitti, successore di Zanardelli, era di questo parere: egli fu al governo per circa 15 anni, chiamati “età giolittiana”. Vita di Giolitti:
- era nato da una famiglia della media borghesia
- aveva percorso tutti i gradi della carriera politica
o funzionario al ministero di Grazia e Giustizia
o ministero delle Finanze
o deputato per la sinistra
o ministro del Tesoro di Crispi
o primo ministro
o abbandonò il gruppo di Cripi e divenne capo della sinistra costituzionale
Volle tentare di conciliare gi interessi della borghesia industriale e del proletariato. Per fare ciò per esempio invitò i prefetti a tollerare gli scioperi di carattere economico ma non quelli di carattere politico (lo sciopero generale del 1904 segnò la fine delle rivolte). Ci furono importanti provvedimenti:
- le leggi a tutela del lavoro delle donne, dei ragazzi, sugli infortuni, sull’invalidità, sulla vecchiaia
- furono creati i comitati consultivi per l’emigrazione e per il lavoro
- il settore dei lavori pubblici ricevette nuovo slancio e nelle gare di appalto furono ammesse anche le cooperative dei lavoratori, per fare in modo che il governo avesse più consensi.
Le convergenze politiche tra Giolitti e i socialisti
Era nata l’aristocrazia operaia, che viveva molto meglio del proletariato e riusciva ad accedere al voto grazie al livello del suo guadagno. Era la base della riforma di Turati che, proprio in questa aristocrazia e in alcune categorie di lavoratori sindacalizzati, trovava le maggiori adesioni. La convergenza politica tra Giolitti e il Psi si basa sulla tutela di queste classi privilegiate. Però rimanevano emarginati:
- i lavoratori meno qualificati
- le donne
- i manovali
- i contadini
Questi furono la base del massimalismo, ossia la corrente più estremista del movimento socialista. Sostenevano che il partito socialista si dovesse impegnare solo per raggiungere il suo programma massimo, senza accontentarsi delle riforme, quindi si opponevano alla collaborazione con il governo. Ottennero la guida politica del Psi, ma il partito in generale fu sconfitto, quindi non ottennero molto potere.

Grande balzo industriale
I settori chiave dello sviluppo economico
Ci fu uno sviluppo dell’industria soprattutto nei settori: tessile, cotoniero, e in quelli nuovi della meccanica, della siderurgica e della chimica. Oltre al potenziamento delle imprese, cambiò la loro organizzazione: si affermò la società per azioni, al posto delle tradizionali società di persone. Si diffuse la nuova forma societaria nelle attività direttamente produttive: questo causò:
- il capitale azionario che si orienta verso i settori più moderni delle industrie
- il “capitale impersonale” si impossessa della grande fabbrica meccanizzata
- alla figura del padrone-capitano dell’industria, che possiede il capitale e gestisce direttamente l’industria, si sostituisce quella del capitalista-imprenditore, che ha le azioni di diverse società. Questi promossero la costruzione di grandi industrie nel settori più importanti. Sono spesso homines novi, che provengono da classi non troppo ricche, o sono i figli delle vecchie dinastie industriali e finanziarie.
Il settore siderurgico e la meccanica pesante
Nel settore siderurgico si formano due grandi trust:
- 1°: unione tra la Terni, la Siderurgica di Savona e il gruppo Odero-Orlando
- 2°: società Ilva
A queste imprese si deve l’inizio della produzione di ghisa e di acciaio, tratti dal ferro. La meccanica pesante, legata alle costruzioni navali e di materiale rotabile, si concentrò in due grandi imprese:
- Breda di Milano-Sesto san Giovanni
- Ansaldo di Sanpierdarena, che si espanse principalmente nel campo militare e nella penetrazione dei mercati esteri
Il settore fu plasmato dal rapporto tra le imprese e la domanda pubblica, mentre di molte cose si occupò il mercato estero, come la produzione di macchinari.
Un apparato industriale poco orientato al mercato interno
L’apparato industriale italiano era poco orientato al mercato interno, infatti il governo si preoccupava più di fabbricare il fabbricante che il consumatore. Un esempio ne è l’industria saccarifera, che si diffuse rapidamente grazie alla diffusione della coltivazione della barbabietola. Si svilupparono molte aziende per la produzione dello zucchero, e diedero vita all’Unione zuccheri, un cartello che monopolizzo la produzione. Esso non tentò di diffondere il consumo dello zucchero, ma impose alte barriere doganali che fecero in modo che il prezzo al consumo dello zucchero fosse doppio rispetto a quello in Francia o in Inghilterra. Perciò c’era un’alleanza tra lo stato, gli zuccherieri e gli agrari che andava a discapito del consumatore. Invece al mercato interno si rivolsero gli industriali che producevano beni sconosciuti prima, come l’automobile o la macchina da scrivere. Si sforzavano di abbassare i prezzi innovando le tecnologie: perciò si diffusero la catena di montaggio, la produzione di serie e la pubblicità.
L’industria chimica e il nuovo ramo dell’industria idroelettrica
L’industria chimica per alcuni anni si occupò solo della produzione dei perfosfati per l’agricoltura, ma si stava sviluppando, grazie alla diffusione della chimica nell’agricoltura. La dominatrice era la Montecatini, che riuscì a battere la concorrenza straniera. L’industria idroelettrica era un nuovo ramo dell’industria: sostituì il vapore e la forza motrice idraulica, e fu chiamata “carbone bianco”, anche se ridusse di poco il fabbisogno del carbone, che rimase molto importante. Lo stato aiutò questo tipo di industria con molte concessioni. Perciò l’acqua, insieme alla terra, divenne una fonte di reddito. Anche gli straniero contribuirono ad aumentare il capitale investito in questa industria. Fu monopolizzata da poche imprese di dimensione regionale. Però tutto il settore industriale era comandato dalla Banca commerciale italiana, a cui facevano riferimento i grandi gruppi industriali, insieme alle banche miste formatesi dopo la crisi bancaria.
I fenomeni demografici legati all’industrializzazione
L’industrializzazione causò l’urbanesimo, e perciò la crescita delle città, che si ridefinirono:
- al centro c’era la sede del sistema economico
- i ricchi stavano nei quartieri vicini
- i lavoratori nelle periferie ai margini della città
Le case dei lavoratori spesso erano sovraffollate a causa dell’alto costo degli affitti, le strutture igienico-sanitarie erano precarie, non c’erano servizi sociali o angoli di verde. Erano ghetti, e il proletariato industriale continuava a crescere.
Il riformismo autoritario di Sidney Sonnino
L’unico partito di massa esistente, il Psi, si rafforzava, grazie alla crescita del proletariato urbano. Aveva una divisione interna, tra riformisti e massimalisti. Sidney Sonnino assunse la guida del governo, ed era il capo dell’ala conservatrice del liberalismo italiano: aveva abbandonato gli eccessi reazionari e preferiva un deciso riformismo. Mentre Giolitti voleva sempre concordare le riforme con il popolo, Sonnino voleva che le riforme fossero gestite interamente dal governo, su un modello simile a quello di Bismark

Dualismo e politica di Potenza
Il Mezzogiorno tra arretratezza ad emigrazione
La politica di Giolitti si era preoccupata più dei lavoratori del nord che di quelli del sud, infatti il Mezzogiorno era rimasto arretrato per quanto riguarda l’agricoltura, e la sua economia peggiorò a causa del protezionismo doganale, che ostacolava l’esportazione dei suoi prodotti in eccesso. Inoltre c’erano state calamità come l’eruzione del Vesuvio o un grave terremoto. Giolitti aveva fatto alcuni provvedimenti per il sud, come la costruzione di un acquedotto in Puglia, ma non erano stati sufficienti. La miseria dei contadini causò il fenomeno dell’emigrazione. Questo fenomeno c’era già prima dell’Unità, infatti molte persone emigravano in cerca di lavoro, ma nei primi decenni del ‘900 era divenuto impressionante. Il numero delle persone che emigravano verso paesi transoceanici era enorme. Le persone che emigravano era nella maggior parte povere, analfabete e spinte a emigrare dalla disoccupazione e dalla fame. Lo stato non forniva loro né assistenza né difesa. Giolitti quindi aveva aumentato la differenza tra l’Italia del nord e quella del sud. Giolitti aveva sfruttato la mafia per corrompere gli elettori e assicurarsi appoggi.
Le spinte al colonialismo e l’impresa di Libia
Giolitti aveva cambiato anche la politica estera. Dopo la sconfitta di Adua, si era capito che il colonialismo italiano avrebbe dovuto essere subordinato alla Francia e all’Inghilterra, non tanto alla Triplice alleanza. L’Italia concluse alcuni accordi con queste due potenze, che le permisero di agire liberamente il Libia, allora appartenente all’impero ottomano. L’impresa di Libia era voluta da:
- opposizione di destra
- i nazionalisti
- gruppi economici e finanziari che avevano già iniziato una penetrazione in quei territori
La Libia era vista come una possibile valvola di sfogo per l’emigrazione. Però la Libia oppose una grande resistenza, insieme all’impero ottomano. Per evitare la minaccia dell’impero ottomano l’Italia spostò la guerra nell’Egeo. L’impero ottomano fu costretto alla pace e l’Italia ottenne la Libia, e non restituì ai turchi le terre promesse loro dall’accordo.
Le ripercussioni politiche dell’impresa libica
La conquista della Libia era appoggiata dal popolo, ma destabilizzò la politica interna italiana. Giolitti fino a quel momento era riuscito a governare assicurandosi l’appoggio di chi avrebbe potuto essere un oppositore, e aveva indebolito l’unità interna del Psi.Turati era il leader del Psi, e fino a quel momento era riuscito a mantenere uniti i vari gruppi interni del partito. Ma in quel momento il gruppo riformista di destra fu espulso, e si organizzò in un altro partito, ispirato agli ideali del socialismo riformista. La maggioranza del Psi era composta dall’estrema sinistra massimalista, capeggiata da Benito Mussolini: era rivoluzionaria e criticava alla componente fedele a Turati di essere filogiolittiana. Invece a destra c’era stato un rafforzamento del movimento nazionalista, che era reazionario, antidemocratico e militarista

Fine del compromesso Giolittiamo
La riforma elettorale e il “patto Gentiloni”
La forza del Psi era intatta e in grado di essere rilevante sul piano elettorale, nonostante la divisione avvenuta. Era stato deciso il suffragio universale maschile, ossia il diritto di voto fu esteso
- a tutti i cittadini maschi dai 30 anni in su senza limitazioni di censo
- ai cittadini maschi dai 21 anni in su che
o sapessero leggere e scrivere
o avessero fatto il servizio militare
Il successo del Psi era possibile, e per evitarlo Giolitti si fece aiutare dai cattolici conservatori, che erano riusciti ad aggirare i vincoli del non expedit. Giolitti fece un accordo con Gentiloni, che era a capo dell’organizzazione dei cattolici conservatori, per essere sostenuto e per avere voti. Il patto Gentiloni sancì l’ingresso dei cattolici nella vita politica. Ci fu l’enciclica papale Rerum novarum che diete slancio alla partecipazione dei cattolici sia alla vita sociale che politica dell’Italia. Romolo Murri, un sacerdote, fondò la Democrazia cristiana, un partito cattolico d’ispirazione democratica. Per Luigi Sturzo, un sacerdote siciliano, era indispensabile creare un partito moderno cattolico, laico e apertamente democratico.
Le elezioni del 1913 e la svolta conservatrice
Nelle elezioni ci fu l’avanzata dei socialisti e un’affermazione dei canditati cattolici nelle liste del Partito liberale. Si era creata una situazione di stallo, perché:
- il popolo non era in grado di creare un disegno politico
- i liberali non erano più in grado di governare
Grazie al patto Gentiloni Giolitti aveva la maggioranza in parlamento, ma la linea giolittiana era troppo condizionata dall’aumento dei conservatori nella maggioranza. Quindi Giolitti era prigioniero delle forza conservatrici che voleva invece manovrare. Si allontanò momentaneamente dalla politica, per rientrarvi successivamente. Quindi la presidenza del consiglio passò al liberale conservatore Antonio Calandra, che Giolitti era convinto di poter manovrare. Ci fu la “settimana rossa”, nella quale vennero alla luce le tendenze più reazionarie della popolazione. Era nata dopo gli scontri ad Ancona, dove c’era una manifestazione di anarchici, che era finita con la morte di 3 dimostranti, a causa dell’incapacità di chi comandava il servizio d’ordine. Ci fu uno sciopero di 48 ore con violenti moti di piazza: erano agitazioni senza obbiettivi precisi, ma con un aspetto preinsurrezionale. Questo causò la repressione organizzata dal governo. Slo un mese dopo l’attentato a Sarajevo faceva iniziare la prima guerra mondiale. Giolitti non fu più in grado di riprendere il controllo della situazione.

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