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Intervento italiano nella Prima Guerra mondiale

Allo scoppio del primo conflitto mondiale l’Italia si ritrovava ancora legata alla Germania e all’Austria - Ungheria tramite la Triplice Alleanza (1882); questa alleanza, però, prevedeva l’intervento degli alleati solo nel caso in cui uno dei membri venisse attaccato. Le dichiarazioni di guerra dell’Austria – Ungheria e della Germania fecero in modo che l’Italia potesse dichiarare la propria neutralità il 1° agosto 1914. La triplice intesa accolse con sollievo la scelta della neutralità italiana e inizio subito a sollecitare l’Italia affinché entrasse in guerra accanto ad essa, avendo così la possibilità di ottenere i territori desiderati. Questa proposta spaccò in due l’opinione nazionale:

Neutralisti
Questa fazione (capitanata da Giovanni Giolitti) aveva compreso che la guerra si sarebbe protratta per molto tempo e che avrebbe comportato una spesa ingente del denaro pubblico. Inoltre, mantenendo la propria posizione di neutralità, l’Italia avrebbe ottenuto dei vantaggi maggiori. A questa fazione appartenevano anche la Chiesa: sia per motivi morali (come disse lo stesso Papa Benedetto XV, infatti, la guerra si stava rivelando un’inutile strage), sia perché un intervento a fianco dell’Intesa avrebbe segnato la fine dell’impero austro – ungarico, ultimo impero dichiaratamente cattolico e i socialisti, che vedevano la guerra come l’ennesima vittoria dei capitalisti.

Interventisti
Questa fazione, invece, composta da persone con pensieri completamente differenti, riteneva necessario un intervento italiano. A questa fazione appartenevano: gli intellettuali democratici ( come Salvemini e Battisti) secondo cui la guerra era un mezzo per completare e fortificare l’unione nazionale; i sindacalisti rivoluzionari, che credevano che la tragedia di questa guerra, fortemente voluta dai capitalisti, avrebbe gettato le basi per una rivoluzione del proletariato ( tra questi vi era anche Benito Mussolini); i nazionalisti (tra i quali anche Enrico Corradini) che sostenevano l’ingresso nel conflitto per dimostrare la magnificenza italiana, gli intellettuali come D’Annunzio e Giovanni Papini, che intendevano la guerra come strumento liberatore; i Futuristi ( capitanati da Filippo Tommaso Marinetti) che intendevano la guerra come mezzo di provocazione; Salandra (Capo del Governo) Sonnino e lo stesso Re Vittorio Emanuele III.

Il patto di Londra: In gran segreto, il governo italiano firmò il “Patto di Londra”, impegnandosi a prendere parte alla guerra a fianco dell’Intesa. Affinché il Patto entrasse in vigore, necessitava dell’approvazione del Parlamento. Nel maggio del 1915 gli scontri tra neutralisti e interventisti si fecero sempre più violenti, sino a spingere il premier Salandra a rassegnare le proprie dimissioni, il Re però, gli affidò nuovamente il compito di formare il governo e a quel punto, fu impossibile per i deputati non votare in maniera favorevole all’intervento bellico. L’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915, con un clima interno per niente nazionalistico ma che, al contrario, presagiva una guerra civile.

Il fronte italiano: durante la prima guerra mondiale, il fronte italiano misurava circa 700 km e le operazioni militari si svolsero in due zone molto diverse tra loro: il Trentino e il Carso. Nel primo caso, si trattò di una guerra di montagna, mentre nel secondo, si trattò di una situazione difficile, poiché le offensive non riuscivano a sfondare le difese nemiche.
Nel maggio 1916 gli austriaci lanciarono la Strafexpedition (spedizione punitiva), bombardarono il Trentino ed avanzarono per circa venti kilometri. Nell’agosto 1916, l’esercito italiano attaccò nelle zone del Carco e conquistò Gorizia.

La disfatta di Caporetto: con l’uscita di scena dell’esercito russo, quello austro – ungarico e quello tedesco poterono disporsi sul fronte italiano. Fu in questo pericoloso scenario che le truppe nemiche attaccarono, il 24 ottobre 1917, quelle italiane a Caporetto. Le cifre dell’attacco sono da capogiro, migliaia di morti, centinaia di migliaia di prigionieri e un indietreggiamento delle truppe di 140 km! Solo lungo il Piave fu possibile ricostruire un efficace sistema difensivo. Le provincie di Udine, Belluno, Treviso, Vicenza e Venezia furono occupate e sottoposte a razzie da parte degli eserciti che cercavano tutte le risorse alimentari accaparrabili.

L’ultimo anno in guerra: comprese le reali dimensioni della disfatta di Caporetto, Cadorna venne esonerato e il comando supremo dell’esercito italiano passò al generale Armando Diaz. Per quanto riguarda la politica interna, la guida del paese venne data in mano a Vittorio Emanuele Orlando. Il nuovo primo ministro, comprese sin da subito che il malcontento della popolazione avrebbe portato ad una tremenda spaccatura all’interno del paese, proprio per questo motivo, chiese agli alleati dei finanziamenti che potessero aiutare la nazione a risollevarsi. Un caso emblematico fu quello della FIAT che riuscì addirittura a produrre mezzi utili per la guerra. La tattica del nuovo generale fu inizialmente difensiva, soprattutto dopo il trasferimento delle truppe tedesche sul fronte francese. Nell’autunno del 1918 la situazione della Germania e dell’Austria – Ungheria era davvero disperata, rendendosi conto del momento di debolezza degli eserciti nemici, Diaz ordinò un attacco nella regione di Vittorio Veneto. Il 3 novembre l’Austria - Ungheria firmava la resa e il 4 novembre cessava le ostilità. L’Italia usciva dunque vincitrice dalla guerra, ma il prezzo che aveva pagato era stato davvero molto alto. Le considerazioni della guerra, che avevano causato dei disordini durante il << Maggio glorioso >> del 1915, si riproponevano adesso, fornendo così un terreno fertile alla nascita del fascismo.

Contadini soldati: alcuni studi storiografici recenti si sono preoccupati di come i soldati inviati al fronte abbiano vissuto l’esperienza bellica. Il 45% dei soldati italiani proveniva dalle campagne ed erano ben pochi a saper leggere e scrivere. In un clima di totale marginalità rispetto alla nazione, la chiamata alle armi non ebbe per loro nulla di glorioso, ma fu anzi vista come una sciagura. La guerra ebbe tuttavia un aspetto positivo: fu proprio per esprimere i propri sentimenti o per mandare una lettera alla famiglia, che molti soldati analfabeti impararono a leggere e a scrivere. La scrittura divenne un mezzo catartico, liberatorio. Ai piani alti, però, questa corrispondenza era vista in maniera negativa, perché spesso, raccontando la vita sul campo e soprattutto in trincea, la guerra veniva denigrata e ne veniva data un’immagine esclusivamente negativa. Fu allora attuato un controllo sulla corrispondenza e vennero processati i soldati che esprimevano pensieri negativi e che tentavano di fuggire dal campo di battaglia.

Autolesionismo e follia: tra i soldati al fronte il reato più diffuso divenne l’Autolesionismo; i soldati in sintesi si procuravano delle lesioni a mani, piedi, occhi, orecchie. che consentisse loro si allontanarsi per un breve periodo di tempo o addirittura per sempre dal campo di battaglia. L’autolesionismo fu ben presto considerato un reato e punito allo stesso modo della diserzione. Nel 1917 si cominciò a pensare che, per motivare i soldati, bisognasse fare un’attiva propaganda: furono allora stampati giornali con vignette che incitassero e sostenessero la guerra, ma non servì a molto, soprattutto nel caso di 40 000 soldati divenuti folli a causa di bombardamenti o dopo anni di vita al fronte. Inizialmente si credette che essi mentivano, col tempo ci si accorse che quegli individui soffrivano davvero di gravi disturbi mentali.

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