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L'intervento dell'Italia nella Prima Guerra mondiale

L’Italia, alleata dei tedeschi e degli austro-ungarici già a partire dal 1882 (triplice alleanza), allo scoppio del conflitto dichiara la propria neutralità, basandosi sulla clausola che la obbligava a intervenire in soccorso degli alleati solo nel caso di attacco subito, mentre formalmente è l’Austria che risulta il primo paese aggressore. Tuttavia, già dai primi giorni in cui in Europa si comincia a combattere, in Italia si apre un accesso dibattito tra due correnti: i neutralisti e gli interventisti, che a loro volta si dividono in interventisti di destra e sinistra. In un primo momento all’interno dello schieramento interventista vi sono due diverse posizioni: quella di chi ritiene giusto mantenere fede al patto di alleanza stipulato, entrando in guerra al fianco di Austria - Ungheria e Germania, e quella di chi invece sostiene l’opportunità di combattere con gli austro-ungarici per riportare sotto il controllo italiano le cosiddette “terre irredente”.


Interventisti di destra
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Nazionalisti: inizialmente propendono per la guerra a fianco degli austriaci ma poi, vista la chiusura dell’Austria nei confronti delle rivendicazioni territoriali italiani, si convertono rapidamente a una guerra contro Vienna . Credevano che la violenza fosse un segno di vitalità nazionale; si trattava perlopiù di intellettuali perché si occupavano dell’aspetto teorico (teorie darwinistiche);
Irredentisti: l’intervento contro gli austriaci è motivato dalla necessità ci completare il processo di unificazione con le città di Trento e Trieste e al tempo stesso abbattere istituzioni ritenute ormai arcaiche, come l’impero austroungarico. Parlano di 4a guerra d’indipendenza;
Liberali di destra: la destra antigiolittiana, che rappresentano il gruppo più numeroso, guidati dal presidente del consiglio Salandra e dal nuovo ministro degli esteri Sidney Sonnino; dopo un’iniziale posizione neutralista, la destra liberale comincia a vedere con favore l’intervento a fianco dell’Intesa, soprattutto per raggiungere obiettivi di espansione economica e di controllo sociale;di queste posizioni si fa portavoce il “Corriere della Sera”, espressione della grande industria lombarda;
Alcuni cattolici conservatori: sostenevano l’opportunità di rispettare l’Austria con la laica Francia;
Piccola borghesia: vedeva la guerra come un’opportunità di arricchimento personale e avanzo di classe (non si tratta di piccoli imprenditori, ma di uomini colti, cioè intellettuali, che frustrati della loro condizione sono convinti di rivalersi con un patriottismo aggressivo). Fanno parte di tale categoria, anche i potenti gruppi dell’industria pesante;

Interventisti di sinistra:
Democratici: di cui faceva parte Gaetano Salvemini, erano convinti che gli interessi italiani dovessero fondersi con quelli di tutta la democrazia europea. Intendono smembrare l’Impero Asburgico e destabilizzare il potere militare della Prussia;
Repubblicani irredentisti: di matrice ancora mazziniana, volevano il completamento dell’unità nazionale e la sistemazione dell’Europa sulla base del principio di nazionalità;
Frange socialiste: erano a favore dell’interventismo, per restare dalla parte dei popoli oppressi. Ne fecero parte, Arturo La Briola, Filippo Corridoni (sindacalisti rivoluzionari) e Benito Mussolini, direttore dell’Avanti!: erano convinti che la partecipazione del proletariato alla guerra avrebbe potuto creare le premesse per l’abbattimento della società borghese e per la nascita di un nuovo ordine socialista;

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