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Il movimento fascista

Nel marzo del 1919 l’ex dirigente socialista Benito Mussolini fondò a Milano i cosiddetti FASCI DI COMBATTIMENTO.
Mussolini era stato direttore del giornale ufficiale dei socialisti, l’AVANTI, dal 1912 al 1914 e si era distinto come sostenitore dell’intervento italiano nelle prima guerra mondiale. Dopo aver fondato un nuovo giornale, “ Il popolo d’Italia “, egli venne espulso dal partito e il suo sostegno all’entrata in guerra a fianco dell’Intesa si fece sempre più acceso.
Continuando a dichiararsi socialista, Mussolini proclamava anche che la guerra avrebbe creato i presupposti per l’esplosione di una rivoluzione.
Al termine del conflitto, dunque, egli diede vita al nuovo movimento fascista.
Esso fu caratterizzato inizialmente dalla presenza di elementi contraddittori, sintomo evidente della mancanza di una reale chiarezza ideologica: nel programma dei fasci vi erano ad esempio l’ostilità nei confronti della Monarchia e della Chiesa, la richiesta del suffragio universale, della giornata lavorativa di otto ore e della distribuzione della terra ai contadini ( posizioni che erano caratteristiche della sinistra ); ma vi si trovavano contemporaneamente aspetti del tutto opposti, come lo spirito nazionalistico alimentato dal mito della “vittoria mutilata” e dalla rivendicazione di Fiume e della Dalmazia.

Il governo liberale era ritenuto sempre più inaffidabile e debole, mentre accesa si andava facendo la polemica contro i socialisti. Ad essi non venivano perdonate, fra l’altro, le scelte a favore della neutralità e del pacifismo prima del conflitto mondiale.
Non va dimenticato che il movimento fascista aveva trovato inizialmente adesioni soprattutto fra gli ex combattenti e la piccola borghesia, delusa dai risultati della guerra, colpita dalla crisi economica e timorosa di eventuali azioni rivoluzionarie promosse dalle organizzazioni socialiste. E’ soprattutto la piccola borgheia che sembra desiderare una forma di governo autoritaria.
E che questo fosse l’orientamento dei fascisti risultò ben presto chiaro dai metodi di lotta politica adottati, ispirati alla più brutale violenza. Intimidire gli avversari picchiandoli, bruciandone le sedi, e anche uccidendoli, divenne lo strumento di azione tipica dei militanti fascisti. Già nell’aèprile del 1919 un gruppo di fascisti assalì la sede milanese dell’Avanti dandole fuoco.
Questo fatto costituiva solo l’inizio di una serie di aggressioni che negli anni successivi avrebbero caratterizzato tristemente la vita del Paese.

Le prime elezioni politiche del dopoguerra
Nelle elezioni del 1919 i fascisti ottennero un clamoroso insuccesso, ma ben presto il movimento di Mussolini cominciò a guadagnare crescenti simpatie. Nel clima di confusione del primo dopoguerra, caratterizzato da conflitti sociali, scioperi e manifestazioni nelle città e nelle campagne, i proprietari terrieri cominciarono a pensare al fascismo come ad una preziosa arma da opporre ai partiti e alle organizzazioni dei lavoratori. Essi iniziarono così a finanziare, seguiti ben presto dagli industriali, le cosiddette “spedizioni punitive”, organizzate da gruppi di reduci, avventurieri e studenti confluiti nel movimento fascista. Fra il 1920 e il 1921 le aggressioni degli squadristi fascisti presero a diffondersi con inquietante frequenza.
Armati di manganello, costringendo le proprie vittime ad ingoiare grandi quantità di olio di ricino, i fascisti seminavano terrore nelle campagne della pianura Padana e poi anche nel centro e nel sud lasciando dietro di sé distruzioni e vittime. Oggetto delle spedizioni rano sindacalisti, socialisti, cattolici; vennero distrutte centinaia di Camere del lavoro, sezioni di partito, associazioni culturali, cooperative, leghe contadine. L’uso indiscriminato della violenza divenne ben prsto la caratteristica principale del fascismo. Le stesse forze dell’ordine tollerarono ampiamente questo stato di cose e, in qualche caso, appoggiarono addirittura gli squadristi.
Giolitti, capo del Governo in quel momento, pensava di utilizzare il fascismo per contrastare la forza dei partiti popolari o di riuscire, comunque, a integrarli in un governo a fianco dei liberali.
Nel novembre del 1921 il movimento mussoliniano, che nel frattempo aveva raggiunto oltre 300.000 iscritti, tenne un congresso a Roma che decretò la nascita del PARTITO NAZIONALE FASCISTA. Nelle elezioni tenutesi lo stesso anno i fascisti riuscirono a far eleggere 35 deputati all’interno di liste composte da liberali e nazionalisti, ma il successo andò ancora ai socialisti e ai popolari e Giolitti decise di dimettersi. Questo dimostrava la crisi ormai irreversibile dello Stato liberale: socialisti e liberali non riuscirono a trovare un accordo di governo grazie al quale sarebbe stato possibile contrastare il movimento fascista che, invece, continuava a guadagnare consensi. Infatti, oltre a proprietari terrieri e industrialki, si erano schierati a fianco del fascismo anche i ceti medi, che vedevano in Mussolini “l’uomo forte “ che avrebbe potuto riportare ordine e stabilità nel Paese, in preda ad una gravissima crisi sociale ed economica. Inoltre il movimento godeva di ampie simpatie anche tra le forze dell’ordine e nell’esercito, che tradizionalmente erano portato all’autoritarismo.

Fu così che nel 1922 si realizzò una serie di eventi che si conclusero con la presa del potere da parte di Mussolini. Nel mese di luglio le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra proclamarono uno sciopero generale che fallì miseramente, ma i fascisti colsero l’occasione per intensificare gli atti di violenza contro i partiti avversari mentre il Governo, guidato da Facta, non sembrava più in grado di controllare la situazione.
Fu allora che Mussolini ideò un’azione di forza: il 28 ottobre gruppi armati di fascisti, le CAMICIE NERE, intrapresero la cosiddetta marcia su Roma con l’intenzione di imporre un colpo di stato. Il re VittorioEmanuele III rifiutò di proclamare lo stato d’assedio come gli era stato proposto dal presidente del consiglio Facta mentre l’esercito, che avrebbe facilmente avuto la meglio sui fascisti, non intervenne. Il sovrano decise allora di affidare il Governo a Mussolini. Del nuovo governo entrarono a far parte, oltre ai fascisti, anche esponenti liberali, popolari, nazionalisti e alti gradi dell’esercito.. Diffusa era la convinzione che si sarebbe trattato solo di una parentesi nella vita politica italiana. Di fatto era stato compiuto un atto gravissimo, perché mai si era verificato, nella storia dello Stato italiano, che un raggruppamento politico conquistasse il potere servendosi della forza.

L'assassinio di Matteotti e la nascita della dittatura
Appena conquistato il potere Mussolini si proprose, almeno a parole, di avviare un processo di “normalizzazione” del fascismo, che avrebbe dovuto abbandonare gli aspetti più violenti; ma questo non avvenne anzi, furono presi dei provvedimenti che mostrarono il volto autoritario del nuovo governo. Per esempio venne approvato un decreto che limitava la libertà di stampa e fu inasprito il controllo sui partiti e sui sindacati operai. Di pari passo si procedette ad un’opera di svuotamento dei poteri del Parlamento: fu creato il Gran Consiglio del Fascismo composto dai principali esponenti del partito, che teneva i rapporti tra il partito stesso e il Governo: Nacque la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, cioè gruppi armati di camicie nere agli ordini non dello Stato ma del partito. Fu poi approvata una nuova legge elettorale che prevedeva i due terzi dei seggi parlamentari al partito che avesse ottenuto nelle votazioni la maggioranza relativa.
Nelle eleziioni del 1924 i fascisti sfruttarono appieno le possibilità offerte da questa legge: presentatisi assieme ad un folto gruppo di esponenti liberali, il cosiddetto “listone”, ottennero il 65% dei voti. La campagna elettorale si era però svolta in un clima fortemente intimidatorio nei confronti dei partiti della sinistra, con violenze e aggressioni, e il risultato era stato falsato da brogli elettorali.

Il deputato socialista Giacomo Matteotti che aveva denunciato alla Camera le illegalità compiute dai fascisti, venne rapito e ucciso. L’impressione destata nel Paese da questo delitto fu enorme; i deputati dell’opposizione decisero di abbandonare il Parlamento per protesta (secessione dell’Aventino) invitando il re a ritirare la fiducia a Mussolini. Ma il sovrano non accolse questo appello e il capo del Governo ebbe via libera. Dal gennaio del 1925 inizia dunque la dittatura.

L'Italia di Mussolini
Mussolini, che richiese per sé l’appellativo di duce, applicò una serie di leggi che, di fatto, eliminarono dal paese la democrazia..
Venne imposta la soppressione di tutti i partiti tranne quello fascista e la soppressione delle libertà sindacali, annullando così qualsiasi forma di opposizione legale al potere e impedendo la manifestazione di opinioni diverse da quelle del regime.
Chi non era iscritto al Partito fascista non poteva ottenere impieghi nell’amministrazione dello Stato.
La libertà di stampa fu soppressa, in modo da evitare critiche all’operato di Mussolini.
Furono creati un tribunale speciale ed un corpo di polizia segreta (Ovra) per perseguitare ogni forma di antifascismo e per controllare tutti quelli che venivano sospettati di attività antigovernative.
I sindaci dei comuni, che prima venivano eletti dai cittadini, furono sostituiti con podestà nominati dal Governo.
Con l’approvazione di un nuovo codice penale, il codice Rocco (ministro della giustizia) fu reintrodotta in Italia la pena di morte.
Lo Statuto Albertino rimase in vigore ma con alcune modifiche; il presidente del consiglio fu chiamato da allora capo del governo, poteva ricevere l’incarico o la revoca di esso solo dal re e poteva nominare o revocare i ministri.
Non più il Parlamento, ma il Gran Consiglio del Fascismo suggeriva al re il nominativo dei ministri e del capo del governo da eleggere.
Nel 1928 fu approvata una nuova legge elettorale che prevedeva, per le elezioni, la presentazione di una lista unica di 400 nomi di candidati alla Camera, lista già approvata dal Gran Consiglio del Fascismo; era sufficiente che metà dei votanti “approvasse” questi candidati perché essi venissero eletti in blocco.

L'opposizione al Fascismo
L’opposizione al regime nasceva dalla insopprimibile aspirazione a esprimere le proprie opinioni, a rifiutare un governo che impediva qualunque critica al suo operato. Ma la mano della dittatura si dimostro pesantissima. Già nel 1923 era stato ucciso dagli squadristi il sacerdote Giovanni Minzoni, mentre i liberali Giovanni Amendola e Piero Gobetti erano morti in seguito ai colpi ricevuti durante un’aggressione. I fratelli Rosselli, fondatori del movimento antifascista “Giustizia e libertà” furono uccisi nel 1937 mentre si trovavano in esilio a Parigi. Molti altri intellettuali e uomini politici furono costretti all’esilio, mentre migliaia di oppositori finirono in carcere, come il segretario del partito popolare Alcide de Gasperi , il socialista Sandro Pertini e il segretario del partito comunista Antonio Gramsci.
Un altro dei mezzi utilizzati dal regime per colpire i dissidenti fu il “confino”, cioè l’invio dell’oppositore in un luogo isolato, sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine; furono circa 10.000 gli antifascisti costretti a subire questa sorte.
Il mondo della cultura era schierato quasi totalmente a fianco del regime; pochi negarono il oro consenso al fascismo e, tra questi, ricordiamo il filosofo Benedetto Croce e lo storico Gaetano Salvemini.

L'economia
La conquista del potere da parte dei fascisti era stata fortemente appoggiata da industriali, agrari e gruppi finanziari; il nuovo regime aveva perciò concesso ampia libertà di azione alla aziende e agli imprenditori, adottando una politica economica di stampo liberista e impedendo con la forza qualsiasi protesta o rivendicazione dei lavoratori. Erano stati sciolti i sindacati e abolito il diritto di sciopero e la giornata lavorativa era stata portata da otto a nove ore.
Nel 1927, con la pubblicazione della Carta del lavoro, era stato creato un nuovo modello economico e sociale fondato sulla Corporazioni, cioè associazioni che raggruppavano per ogni categoria lavorativa, rappresentanti di datori di lavoro e lavoratori che avrebbero dovuto collaborare pacificamente per il bene del Paese. Chiaramente le corporazioni furono molto utili agli imprenditori per controllare gli operai ed aumentarono il consenso dei ceti dominanti verso il regime. Nel 1939 addirittura il Parlamento venne abolito e sostituito con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Un aspetto importante della politica economica fascista riguardò l’agricoltura. Nel 1925 fu intrapresa la cosiddetta “battaglia del grano” che consisteva ne tentativo di aumentare la produzione italiana di cereali frenandone l’importazione. La “battaglia” fu combattuta con successo, ma ebbe anche dei risvolti negativi in quanto, privilegiando la produzione di cereali, si trascurò la produzione ben più remunerativa di frutta, ortaggi e viti. Nell’ambito di questo progetto fu anche avviato un progetto di bonifiche dei territori paludosi e quindi non coltivabili. I lavori di bonifica ebbero maggiore successo nel territorio delle paludi pontine, a sud di Roma. Qui fu resa all’agricoltura una notevole quantità di terra fino ad allora non sfruttabile e sorse anche una nuova città: Littoria, l’odierna Latina.
In generale era interesse del governo che il minor numero possibile di individui lasciasse le campagne per le città, per non diminuire la produzione agricola. A questo scopo furono istituiti dei provvedimenti che consentivano ai contadini di abbandonare la terra solo dietro permesso del Prefetto.
La crisi mondiale del 1929 creò gravi problemi all’economia italiana che vide calare vertiginosamente la produzione e aumentare la disoccupazione. Lo Stato, abbandonato il liberismo, intervenne in modo massiccio nella vita economica. Nel 1933 venne creato l’ IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) che sosteneva con appoggi finanziari le banche e le industrie italiane in difficoltà.

I patti Lateranensi
Uno degli eventi che guadagnò più simpatie e consensi al regime fascista fu la conciliazione fra Stato e Chiesa. La questione dei rapporti con il Vaticano risaliva al 1870 quando Roma era stata annessa allo stato italiano divenendone la capitale. Mussolini comprese che, in un paese di tradizione cattolica come l’Italia, appianare i contrasti con la Chiesa avrebbe significato un grande successo. D’altra parte anche il Papa Pio XI non guardava con ostilità al fascismo che aveva sventato il pericolo socialista e sembrava voler fare del cattolicesimo uno degli assi portanti del nuovo Stato.
L’11 febbraio del 1929 Mussolini e il cardinal Gasparri, segretario di stato vaticano, firmarono nel palazzo del Laterano il concordato che regolava i rapporti fra Italia e Vaticano.
Venivano così fissati alcuni punti fondamentali:
lo stato italiano riconosceva alla Santa Sede la sovranità sulla Città del Vaticano
a sua volta il Vaticano riconosceva il Regno d’Italia e Roma capitale
la religione cattolica era assunta come religione di Stato e ne veniva consentito l’insegnamento nelle scuole
il matrimonio religioso era riconosciuto valido anche dal punto di vista civile
lo Stato avrebbe versato al Vaticano, come indennizzo per i territori dell’ex Stato della Chiesa, 1.750.000.000 di lire.
Ma questi accordi non impedirono contrasti fra le due istituzioni: gravi tensioni si crearono a proposito dell’Azione cattolica, che riuniva le organizzazione laiche dei cattolici, che il regime non tollerava perché si occupava anche dell’educazione dei giovani. Si concesse la sopravvivenza dell’Azione cattolica purché limitasse la sua attività al campo religioso e allontanasse gli antifascisti.

La politica coloniale e le leggi razziste
Una delle caratteristiche del regime era l’esaltazione della potenza militare, grazie alla quale l’Italia poteva affermare la propria forza anche in campo internazionale. Non c’è dunque da stupirsi se, verso la metà degli anni trenta, guardasse con interesse ad una campagna di conquiste coloniali.
Da un lato c’era certamente il desiderio di attuare un’impresa di prestigio che vendicasse anche la disfatta di Adua del 1896. L’esito positivo della campagna avrebbe avuto ripercussioni positive anche all’interno, aumentando il consenso e limitando lo scontento per la durezza della dittatura.
Vi erano anche motivi di carattere economico, in quanto l’inizio della guerra avrebbe significato una forte crescita produttiva dell’industria bellica. Inoltre la conquista di nuovi territori avrebbe consentito possibilità di lavoro per gli agricoltori italiani disoccupati..
Le mire di Mussolini si rivolsero verso l’Etiopia che attaccò nell’ottobre del 1935. L’attacco venne condannato dalla Società delle Nazioni che applicò all’Italia le sanzioni economiche. Il 6 maggio del 1936 le truppe italiane, guidate dal maresciallo Badoglio, entrarono ad Addis Abeba; qualche giorno dopo Mussolini annunciò la nascita dell’Impero dell’Africa orientale italiana e il re Vittorio Emanuele III si fregiò del titolo di imperatore d’Etiopia.
La vittoria in Etiopia, per quanto inutile per la scarsità di risorse di quel paese, rafforzò l’iimagine del regime fascista. Sul piano internazionale l’Italia si avvicinò sempre di più alla Germania di Hitler con la quale, nel 1936, strinse un’alleanza definita asse Roma-Berlino.
L’amicizia fra i due stati dittatoriali venne consolidata dall’intervento congiunto nella guerra civile di Spagna, a sotegno delle truppe del generale Francisco Franco contro il governo del Fronte Popolare (1936).
Anche dal punto di vista ideologico Mussolini si avvicinò ad Hitler, infatti vennero introdotte anche in Italia le leggi contro gli ebrei (1938) i quali furono esclusi da molti diritti civili: non potevano più svolgere impieghi statali, frequentare scuole pubbliche, sposarsi con non ebrei.

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