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Il delitto Matteotti e la secessione dell'Aventino

Nell’aprile del 1924 si svolsero le elezioni. La campagna elettorale era stata funestata da innumerevoli episodi di violenza compiuti dai fascisti. Pestaggi, intimidazioni di ogni genere, e probabilmente anche brogli, consegnarono al partito il 63% dei voti. Il deputato socialista Giacomo Matteotti, dopo aver raccolto u a vasta documentazione, denunciò in parlamento le illegalità compiute dai fascisti prima e durante le elezioni e chiese che l’esito fosse invalidato. Alcuni giorni dopo, Matteotti fu rapito e ucciso. Le responsabilità dei fascisti furono evidenti e in tutto il paese si levò un’ondata di protesta. Mussolini era in una situazione di grande difficoltà, ma a quel punto le opposizioni commisero un grave errore: l’Aventino.

Il 27 giugno i deputati dei partiti di opposizione, in tutto ben 135, abbandonarono l’aula di Montecitorio in segno di protesta. Questa scelta prese il nome di “secessione dell’Aventino”, in ricordo della famosa circostanza nella quale i plebei dell’antica Roma, in lotta contro i patrizi, avevano lasciato la città per ritirarsi sul colle romano. In assenza degli oppositori, Mussolini rinvio i lavori della Camera a tempo indeterminato. Da quel momento poté agire senza controlli. Il 3 gennaio 1925, alla riapertura delle Camere il capo del governo pronunciò un discorso nel quale si assumeva la responsabilità morale delle violenze provocate dagli squadristi e della stessa uccisione di Matteotti. Una simile ammissione avrebbe dovuto portare alla messa in stato d’accusa del capo del governo davanti al Senato, costituito in Alta Corte di giustizia. Nessuno fece nulla. Era l’inizio della dittatura.

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