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Il crollo di Wall Street
Dopo la guerra la prosperità statunitense incrementa la produzione dei beni di consumo durevole che alimenta il sistema economico. Si tratta però di un mercato dinamico all’inizio, per cui anche le azioni registrano un periodo estremamente positivo, ma facilmente saturabile. Attorno al 1926 le vendite inizia a diminuire anche se il valore delle azioni non fa altrettanto, finché nel 1929 alcuni investitori capiscono la situazione di perdita che si va delineando e vendono le proprie azioni. Ciò scatena una reazione a catena per cui tutti gli azionisti vendono le proprie azioni, a prezzi sempre più bassi fini ad arrivare il 29 ottobre a un definitivo crollo finanziario. La crisi si riversa sull’economia statunitense e poi su quella europea. Sia negli USA che in Europa la produzione rallenta, i salari si abbassano, la disoccupazione cresce vertiginosamente e le condizioni di vita si fanno più dure. Il dilagare della crisi anche in Europa è resa possibile dai rapporti, più o meno stretti, che l’hanno legata agli USA durante e dopo la guerra. La Germania è il paese più colpito dalla crisi, sia per la diretta dipendenza dagli USA siglata con il piano Dawes, sia per la già precaria situazione finanziaria delineatasi con la perdita della guerra e le dure condizioni imposte a Versailles dalle potenze vincitrici. Indirettamente vengono quindi colpite anche la Francia, dove nasce e arriva al governo il Fronte Popolare, formato da socialisti e comunisti, e la Gran Bretagna che, sebbene con instabilità politica riesce a reggere a livello economico grazie al commercio coloniale. In linea generale l’Europa tenta di uscire dalla crisi svalutando la moneta (con la continua emissione di cartamoneta) per favorire le esportazioni, ma molti paesi, soprattutto quelli di nuova formazione, introducono alte tariffe doganali e promuovono una politica protezionistica. Gli Usa escono dalla crisi grazie alla politica del New Deal del presidente Roosvelt. In questo senso si muovono anche Italia e Germania che iniziano una campagna di lavori pubblici per contrastare la disoccupazione e favorire la ripresa economica. Tale politica viene portata avanti da Fascismo e Nazismo, che in questi anni vengono notevolmente apprezzati per il loro impegno contro la crisi economica.

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