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URSS e fine del dopoguerra

Gli anni settanta furono per l’Unione Sovietica un periodo di crescente difficoltà economiche e politiche. Le scelte operate dal gruppo dirigente del Partito comunista aggravarono le carenze strutturali del sistema sovietico. In campo economico, l’Urss soffriva sin dai tempi di Stalin. Lo stesso stendersi dell’influenza politica dell’Urss si traduceva in maggiori costi. Inoltre è presente un sistema produttivo gestito in modo sempre più burocratico e con estesissime aree di corruzione. Anche la crisi petrolifera del 1973 si rivelò un danno per l’economia. Incapace di riformare l’economia, il governo di Mosca utilizzò gli incassi petroliferi per pagare le proprie importazioni dall’Occidente, in particolare nel settore dei cereali e nella tecnologia. Alla metà degli anni ottanta, l’Urss si trovava con una produzione industriale in calo; con un ritardo tecnologico nei confronti dell’Occidente sempre più grave; con un’agricoltura in pieno deficit; con uno sviluppo dei consumi privati nettamente inferiore a quello occidentale. I redditi crescevano, ma non altrettanto i consumi.

Sul piano internazionale, i successi degli anni settanta lasciavano il posto a una debolezza resa manifesta dal fallimentare intervento in Afghanistan. Sul piano interno Breznev impedisce ogni disaccordo, mortificando la vita culturale e politica del paese. Il samizdat (letteratura clandestina nata alla metà degli anni sessanta), continuava a svolgere la propria opera di denuncia del regime. La maggioranza del popolo sovietico mostrava una sorta di consenso passivo al regime.
L’Urss di fine anni settanta era in primo luogo una società intensamente urbanizzata e scolarizzata, ricca di tecnici e specialisti in possesso di titoli di studio superiori. La vecchia “intellighenzia” russa, una elite ristrettissima, si era trasformata in una larga fascia sociale. In questi ceti cittadini, per lo più frustrati nelle loro aspirazioni culturali e professionali, si erano formati circoli, gruppi, associazioni: un insieme di strutture informali che costituivano il nucleo di un’opinione pubblica, anche se per ora impossibilitata a esprimersi.

 LA FALLITA RIFORMA DI GORBACEV
Morto Breznev nel 1982 vi fu il breve interregno dei suoi successori Andropov e Cernenko. Fu perciò percepito come un segno di cambiamento il fatto che nel marzo 1985 venisse eletto segretario generale del Partito comunista sovietico Gorbacev. Orbace preveniva dalle fila sei segretari di obkom (comitati regionali del partito comunista), che operavano in realtà locali, ed erano più vicini al problemi della gente, svolgevano funzioni di mediazione tra il potere centrale e la base.

Le parole d’ordine di Gorbacev, perestrojka e glasnost, indicano in modo efficace gli obiettivi della sua azione e le modalità con cui operò. La perestrojka (ristrutturazione) indicava la necessità di operare una riforma complessiva della società sovietica, in particola dell’economia. La glasnost (trasparenza) significa l’istituzione di un nuovo rapporto tra potere e opinione pubblica, fondato sul dibattito e sul dialogo, sull’appello alle risorse naturali della nazione, sulla fine della repressione del dissenso. Nella visione di Gorbacev, perestrojka e glasnost erano e dovevano restare unite. La glasnost era un’arma che Gorbacev riteneva decisiva e che utilizzò ampliamente anche sul piano internazionale. Va considerata anche l’opera di distensione internazionale promossa da Gorbacev: il ritiro unilaterale dall’Afghanistan (1988-89), gli accordi con l’amministrazione statunitense per la riduzione degli armamenti nucleari, la riappacificazione con la Cina  iniziative finalizzate a liberare l’Urss dal suo ruolo storico di superpotenza “antioccidentale”, e farne un credibile partner economico e politico dell’Occidente.

La perestrojka si scontrò con difficoltà di ogni genere, sino a fallire. Orbace non colse il suo obiettivo politico, la riforma del socialismo sovietico, perchè non riuscì a guidare il processo di rinnovamento da lui stesso avviato. La glasnost, con la sua liberalizzazione del dibattito, la fine della censura, liberò forze a lungo trattenute, facendo venire rapidamente alla superficie tutte le “correnti sotterranee”. Ma questo processo non fu accompagnato da una corrispondente evoluzione delle strutture e da un miglioramento delle condizioni di vita.

La perestrojka puntava a introdurre elementi di economia di mercato entro un sistema in cui lo stato doveva continuare a giocare un ruolo direttivo. Gorbacev introdusse diverse riforme: lotta alla corruzione nella gestione economica; possibilità di costruire imprese agricole e artigianali cooperative; liberalizzazione dei prezzi e di alcuni prodotti agricoli. Sul piano politico le riforme di Gorbacev mirarono ad un obiettivo fondamentale: spezzare l’identificazione tra partito comunista e stato e intaccare il monopolio del partito, ammettendo la costituzione di diversi gruppi politici e la competizione elettorale per il parlamento. Tutto ciò con l’obiettivo di trasformare l’Urss in una sorta di repubblica presidenziale. Orbace fu eletto presidente nel 1990. Egli riuscì a trasformare profondamente il sistema politico-istituzionale dell’Urss in senso democratico.

Grandi opposizioni a Gorbacev, provenivano dai quadri del Partito, che veniva ogni giorni di più privati di poteri e privilegi e vedevano messi in pericolo i loro stessi incarichi. Gorbacev venne sottoposto a critiche e attacchi sempre più violenti. Tra gli oppositori emerge Eltsin, che fu eletto presidente della Repubblica russa nel giugno 1991; si vennero così a creare Mosca due centri di potere, due capi: il governo sovietico di Gorbacev, il governo russo di Eltsin.

Due furono le linee di crisi che condussero al fallimento della riforma di Gorbacev e alla fine dell’Urss: lo scontro sul piano economico-politico del paese e il conflitto centro-periferia. L’Urss era un mosaico etnico, un insieme di popoli che vivevano l’uno accanto all’altro, conservando la propria identità. Fu il movimento della rivendicazioni nazionali e dei separatismi a precipitare la situazione: in molte repubbliche dell’Unione si affermarono centro di potere nazionali, che incominciarono a rivendicare una autonomia da Mosca, e questo portò successivamente al formarsi di poteri territoriali autonomi. Crebbe rapidamente una spinta al separatismo che in breve tempo avrebbe condotto alla dissoluzione della stessa Urss. Dopo essere intervenuto con repressioni militari in Lituania e Lettonia, Gorbacev propose alle repubbliche “ribelli” un trattato che garantiva loro maggiore autonomia. Ma proprio prendendo a pretesto tale trattato, nell’agosto 1991 un gruppo di ali dirigenti del Partito comunista tentò un colpo di stato contro Gorbacev, ma fallì. Di fronte a un Gorbacev sempre più indebolito, Eltsin divenne l’arbitro incontrastato della situazione politica. Nei mesi successivi la disgregazione dell’Urss proseguì con grande rapidità. Nel 1991 ebbe vita la Comunità di stati Indipendenti (Csi).

 IL CROLLO DEL MURO
Gorbacev rinunciò a seguire la dottrina della “sovranità limitata” di Breznev, dichiarando apertamente ai capi di stato alleati nel Comecon e nel Patto di Varsavia che l’Urss non si sarebbe più occupata dei loro affari interni. Questa politica di disimpegno aprì lo spazio per i profondi e repentini rivolgimenti che nel 1989-90 investirono quei paesi. Il crollo dei regimi comunisti e il fatto che esso sia avvenuto senza conflitti e spargimenti di sangue, dimostra il loro scarso radicamento sociale, una volta che l’Urss avrebbe rinunciato al suo ruolo di “guardiano” militare. Dimostra anche la mancanza di autonomia dei loro gruppi dirigenti.

Dopo lo sviluppo economico degli anni cinquanta-sessanta, le economie dell’Europa orientale erano entrate in una fase di declino. La forte integrazione economica nell’area del Comecon aveva consentito a questi paesi di superari senza troppi danni la crisi petrolifera del 1973; ma effetti molto più gravi ebbe il secondo shock petrolifero di inizio anni ottanta. Il risultato fu una pesante recessione e un peggioramento nel tenore di vita della popolazione.

Il rivolgimento politico nell’Europa orientale assunse forme e modalità diverse in relazione alle specifiche situazioni economiche e alle tradizioni culturali dei vari paesi. In Polonia esso fu il risultato di una lunga tradizione di dissenso. Negli anni settanta la Polonia costituì un caso particolare e “anomalo” nel panorama del comunismo dell’Europa orientale. Il papa Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II), intraprese con grande determinazione il tentativo di riaffermare i valori del cristianesimo in un mondo giudicato sempre più laico, individualista e materialista, accentuando la severità della dottrina cattolica su molti temi; nel contempo, conferì un forte dinamismo alla sua azione pastorale.

Negli anni settanta, in Polonia esplosero diverse proteste operaie, originate dalla difficile situazione economica: la carenza di forniture alimentari e gli aumenti dei prezzi di beni di consumo furono alla base degli scioperi del 1970 e del 1976. La tensione divenne altissima nel 1980. Nel settembre del 1980 si costituì il primo sindacato libero di un paese socialista, Solidarnosc (“solidarietà”), guidato da Walesa. In pochi mesi, Solidarnosc assunse sempre più il ruolo di potere alternativo rispetto a quello del regime, mentre l’Unione Sovietica esercitava crescenti pressioni sul governo polacco.

Per stroncare la minaccia portata da questo movimento alla solidità del regime, nel dicembre 1981 il generale Jaruzelski, nuovo capo del governo, proclamo la legge marziale, sciolse Solidarnosc e arrestò molti sindacalisti. Solidarnosc continuò ad agire in clandestinità, anche grazie all’appoggio della chiesa. Nel 1982 lo stesso Jaruzelski abolì la legge marziale e avviò contatti con Solidarnosc. Nel 1987 il governo polacco tentò inutilmente di fare approvare dai cittadini la propria politica economica e dovette fronteggiare una nuova ondata di scioperi. Jaruzelski fu costretto a convocare una “tavola rotonda” con Solidarnosc e la chiesa, per concordare le riforme necessarie al paese: al termine del negoziato accettò di conoscere legalmente Solidarnosc. Le elezioni del giugno 1989 segnarono la sconfitta del Poup (Partito comunista Polacco) e il trionfo di Solidarnosc. Nel 1990 Walesa venne eletto Presidente della repubblica.

In Ungheria, la crisi del regime e la transizione a un nuovo assetto politico avvennero senza scosse violente. Nel 1989 il gruppo dirigente del Partito comunista dichiarò la neutralità dell’Ungheria e l’indipendenza dall’Urss. Le truppe del patto di Varsavia lasciarono l’Ungheria e iniziò il processo di trasformazione del sistema politico in senso democratico-parlamentare: il Partito comunista assunse la denominazione di Partito socialista e nel 1990 si svolsero le prime libere elezioni. Analoga fu la gestione della crisi in Bulgaria, che nel luglio 1991 si diede una nuova Costituzione, che ne fece una repubblica democratica parlamentare.
A differenza di quanto accadde nelle altre aree d’Europa, in Cecoslovacchia il dissidio viene risolto senza conflitti, e il 1° gennaio 1993 il paese si divise formalmente in due stati sovrani, la Repubblica ceca (Praga) e la Slovacchia (Bratislava).

Drammatico e sanguinoso fu il corso degli avvenimenti in Romania, dove il governo comunista aveva assunto i caratteri di una tirannica dittatura personale. La protesta contro il governo di Bucarest ebbe inizio a Timişoara, città della Transilvania: la dura repressione che seguì provocò il dilagare della rivolta in tutto il paese. Si costituì un fronte di salvezza nazionale e la guerra civile divampò in tutto il paese, causando migliaia di morti. Il potere venne assunto successivamente dopo la morte di Ceausescu da un governo formato da uomini del caduto regime ed esponenti militari. La situazione romena rimase però caratterizzata da una grande instabilità, causata dalla protesta sociale e dai conflitti etnici.

Simbolo della divisione dell’Europa è la Germania. La Repubblica democratica tedesca entrò in crisi a partire dal maggio 1989, quando decine di migliaia di cittadini tedeschi orientali, iniziarono a riversarsi in Occidente. Diveniva improvvisamente possibile aggirare quel muro che 28 anni prima era stato costruito a Berlino per affermare l’invalicabilità della “cortina di ferro”. Le autorità tedesche centrali furono costrette a liberalizzare gli espatri. Nel novembre 1989 il muro di Berlino venne preso d’assalto dalla popolazione che iniziò ad abbatterlo. Dopo il crollo del muro, il processo di unificazione della Germania conobbe una rapidissima accelerazione. Dopo l’unificazione monetaria (marco come moneta unica per le due Germanie), il 12 settembre 1990, a Mosca, Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia, le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, firmarono il trattato che consentiva la riunificazione. Atto che segna, simbolicamente, con la fine della “guerra fredda”, la fine di un’intera epoca.

 AUTORITARISMO E MODERNIZZAZIONE NELLA CINA CONTEMPORANEA
La morte di Mao Zedong (1976) aprì in Cina una fase di conflitti fra i sostenitori dlel’eredità maoista e i fautori di una “demaoizzazione”. Dopo un bienni odi compromessi si affermo la leadership di Deng Xiaoping. Deng riuscì a far approvare dal partito la linea delle “quattro modernizzazioni” (industriale, agricola, scientifica, militare), consistente nel liberalizzare parzialmente il sistema economico-politico. Il nuovo gruppo dirigente indirizzò il paese lungo una via di riforme economiche. Anche il sistema economico cinese conobbe una crescente apertura verso l’estero, attirando importazioni e investimenti stranieri. Si puntò a reintrodurre efficienza e competenza nella gestione dell’economia, importando tecnologia dall’occidente e rivalutando il ruolo di tecnici e manager. La ricerca scientifica ricevette grande impulso. I risultati di questo processo di riforma sono stati rilevanti. La Cina p ormai una grande potenza economica.

Il sistema economico cinese ha acquisito una struttura dualistica. La tendenza è comunque quella a un progressivo arretramento del controllo statale. Questo dualismo è il risultato di un tortuoso cammino che ha visto più volte mutamenti di rotta, liberalizzazioni introdotte, poi ritirate, poi parzialmente restaurate. Insieme ai successi economici, rilevanti squilibri sociali hanno accompagnato il processo di modernizzazione.

Questo problemi hanno alimentato la polemica dei settori più conservatori del partito e dell’esercito contro la modernizzazione, considerata responsabile di molti mali. Nella dura battaglia politica che ne è seguita, il gruppo dirigente legato al “grande vecchio” Deng Xiaoping ha tenuto un comportamento oscillante: momenti di liberalizzazione politica si sono alternati a fasi di dura repressione.

Movimenti di protesta spontanei a Piazza Tian’anmen (“porta della pace celeste”), migliaia di giovani si concentrarono avanzando richieste di democrazia e tolleranza. Ben presto l’agitazione assunse dimensioni di massa, incontrando il sostegno della popolazione. Il 4 giugno, i carri armati schiacciarono la rivolta sotto i loro cingoli, mietendo migliaia di vittime. Seguì una dura repressione, che diede un duro colpo all’immagine internazionale della Cina, provocando una restrizione dei rapporti commerciali con l’Occidente.

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