Ominide 50 punti

I fasci di combattimento

Nel marzo 1919 Benito Mussolini fondò a Milano i Fasci di combattimento. Erano un movimento politico che raccoglieva simpatie e adesioni soprattutto tra i membri della media e della piccola borghesia, i quali guardavano con apprensione al clima creatosi in Italia nell’immediato dopoguerra. Essi, infatti, non possedevano le ricchezze dei grandi imprenditori e dei latifondisti, e perciò temevano che l’inflazione e la disoccupazione potessero mettere in pericolo la loro modesta agiatezza. Inoltre, chi per anni aveva esercitato funzioni di comando all’interno dell’esercito, trovava difficoltà a reinserirsi in un mondo nel quale non godeva più di nessuna autorità e del prestigio derivante dai gradi militari. Molti nutrivano rancore nei confronti degli uomini politici, incapaci, secondo loro, di tutelare le conquiste pagate con il sangue dei combattenti. I Fasci si presentavano come un movimento di ispirazione nazionalista, portatore di quei valori di ordine e patriottismo cari alle classi medie, sulle quali riuscirono immediatamente a far presa. I Fasci nella loro forma esprimevano una contrapposizione allo stato liberale, esaltando la violenza e l’atto individuale; inoltre manifestavano un aperto dissenso contro ogni forma di pacifismo.

Si iniziò così a sfruttare il risentimento italiano e si diffuse il mito della vittoria mutilata e di uno stato incapace di difendere la patria. Gabriele D’annunzio, intanto, occupava Fiume e illegalmente formò un esercito di volontari gli “arditi”. In tal senso dilagava uno spontaneismo che misconosceva lo stato. La questione di Fiume si risolse solo nel 1920 quando Giolitti con il Trattato di Rapallo, decise di riportare la questione nei termini della legalità internazionale, affrontando direttamente il problema con la Jugoslavia. Con il Trattato si stabiliva che Fiume, d’intesa fra Italia e Jugoslavia, avrebbe avuto lo stato di “città libera”.

Registrati via email