La vita in trincea

Nel corso della Prima Guerra Mondiale milioni di soldati, di tutti i fronti di guerra, vissero, combatterono e purtroppo morirono in lunghe buche fortificate chiamate trincee. Scavate nel terreno, le trincee erano irrobustite con parapetti di pietra o in cemento ed erano protetti da file di sacchi di terra; erano interrotte da feritoie e da piccoli passaggi per uscire. Ogni soldato aveva a disposizione uno spazio di poco superiore a un metro cubo e lì doveva mangiare, sparare e sperare di sopravvivere. Le trincee erano delle linee più importanti ed avanzate, quelle che si dovevano difendere ad ogni costo (quindi fino alla morte), erano scavate con perforatrici pneumatiche e con esplosivi, ma alcune di esse vennero create semplicemente grazie all'uso delle proprie mani e delle baionette: tutte occuparono il lavoro di centinaia di migliaia di soldati, in un continuo alternarsi di di scavi, combattimenti, distruzioni e ricostruzioni. L'alba di ogni giorno poteva preannunciare una giornata di assalti, bombardamenti, morte. Nelle pause di una vita quotidiana che poteva essere troncata in ogni momento, i soldati lavoravano al trasporto dei materiali che la trincea divorava di giorno: munizioni, rotoli di filo spinato da svolgere, cemento, sacchi di terra, vettovaglie. Il cibo era cucinato nelle retrovie e quando arrivava alla trincea era pressoché immangiabile: la pasta e il riso erano colla, il brodo gelatina, la carne cuoio, il pane raffermo o in briciole. L'acqua, sempre troppo poca, era sporca, inquinata, calda e, spesso, imbevibile. Nei diari di si soldati e ufficiali l'ambiente di trincea era paragonato a un immondezzaio strapieno di rifiuti, escrementi, liquami, in cui spesso circolavano topi, ratti e pantegane "grandi come ratti". Scarafaggi, pidocchi e molti altri parassiti (per liberarsi dei quali si ricorreva al reciproco spulciamento, come le scimmie), infestavano i ricoveri, gli indumenti e gli stessi corpi dei soldati, rendendoli più deboli all'insorgere delle malattie: si calcola che più del 30% dei soldati italiani non morirono combattendo ma per malattia.

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