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Il governo Mussolini

Nei primi due anni Mussolini potenziò i legami che lo univano a forze sociali ed economiche (esercito e borghesia). Il primo esecutivo guidato da Mussolini era un governo di coalizione che comprendeva anche ministri popolari contro il parere di Struzo. Diaz fu posto al ministero della guerra. Mussolini per ripagare la borghesia che lo aveva sostenuto abolì i provvedimenti antiborghesi di Giolitti (tassa secessione, nominatività titoli, tassazione guadagni di guerra, sbloccò fitti, abbattimento monopolio assicurazione sulla vita, rete telefonica ai privati). Le violenze continuarono e anzi aumentarono: nel dicembre del 1922 a Torino furono uccise 11 persone (consigliere comunista e sindacato metalmeccanico), nei primi mesi del 1923 furono arrestati più di 5000 militanti comunisti, furono sciolte 500 amministrazioni comunali socialiste e popolari, furono licenziati 36000 ferrovieri in risposta allo sciopero del 1922 e fu abolita la festa dell’1 maggio sostituita con il 21 aprile, il Natale di Roma. Fu istituito il gran consiglio del Fascismo nel dicembre 1922 e nel gennaio ’23 fu creata la milizia volontaria per la sicurezza dello stato (MVSS): Mussolini cercò di far entrare gli squadristi nel sistema statale. Nel 1924 Mussolini ottenne una revisione della legge elettorale: alla lista che avesse ottenuto più del 25% dei voti, sarebbero stati assegnati i 2/3 dei seggi, il terzo restante sarebbe stato distribuito proporzionalmente agli altri partiti. Per ottenere la maggioranza Mussolini fece ricorso a brogli e violenze, denunciata in parlamento dal socialista Giacomo Matteotti che il 10 giugno 1924 fu rapito e ucciso. Tutta l’opposizione, eccetto i comunisti, abbandonò la camera per protesta dando vita alla secessione dell’Aventino, sperando nell’intervento del re (tra cui De Gasperi e Giolitti). Dal 1925 tutti gli elementi liberali furono eliminati: la libertà di stampa, tramite eliminazione e controllo delle testate, la separazione dei poteri (tramite l’approvazione della legge sulle prerogative del Capo del Governo con cui il parlamento smise di esercitare potere effettivo in quanto nessun argomento poteva essere discusso dalle camere senza l’autorizzazione del Capo del Governo, responsabile solo davanti al re); nel 1926 furono approvate le leggi fascistissime: fu vietata la costituzione di associazione che distruggessero il sentimento nazionale, vennero soppressi tutti i partiti, vennero dichiarati decaduti i 123 deputati che parteciparono alla secessione, venne reintrodotta la pena di morte, fu istituito il confino di polizia, i sindaci divennero podestà e i consigli comunali consulta di nomina governativa, lo sciopero fu proibito, venne istituito un Tribunale speciale che doveva giudicare gli antifascisti. Nel contempo Mussolini cercò di ottenere l’appoggio della Chiesa: l’11 febbraio 1929 stipulò i Patti del Laterano che sancirono la nascita della Città del vaticano e proclamarono il cattolicesimo religione ufficiale. Il totalitarismo fascista è quindi imperfetto perché sottoposto al controllo del Re e della chiesa, che permetteranno la caduta del regime e la formazione di nuove correnti democratiche al termine del secondo conflitto mondiale. Il cittadino che criticava il fascismo o era solamente sospettato veniva punito con il confino, il carcere o la pena di morte. Per raggiungere i fini del fascismo, ovvero la grandezza nazionale, era necessario che gli individui e le classi si sottomettessero alla nazione. La democrazia è solo un’invenzione ottocentesca per Mussolini che concepisce alla guida dello stato un’élite, in questo caso il Duce stesso. In questa dittatura le masse vennero allontanate da ogni potere reale ma allo stesso vennero coinvolte e mobilitate, facendo credere loro di avere un rapporto diretto col duce e di partecipare alla vita dello Stato. La meta ultima del fascismo era il consenso ovvero la piena adesione del cittadino al regime, con sincera accettazione degli ideali. Il Duce voleva un popolo che lo seguisse attivamente con entusiasmo: da qui gli sforzi in campo educativo, dello sport, della cultura. Si predisposero raduni di massa organizzati sul modello dannunziano. Il Duce dovette affrontare il problema del partito: egli mise alla segreteria dello stesso Roberto Farinacci, uno tra i ras più estremisti. Appena Mussolini ebbe consolidato il suo potere Farinacci, che sognava una diarchia tra segretario del partito e capo del governo, fu sostituito da Turati che procedette a un’epurazione all’interno del partito. Allo stesso tempo il Duce sottolineò la subordinazione del partito, e del responsabile provinciale, il federale, allo stato, il prefetto. Venne abolita ogni forma di democrazia nel partito e dal 1926 le cariche vennero conferite solo dal duce stesso, che diveniva una figura al limite del sovraumano, un mito, tale da cancellare la concorrenza. Lo stesso statuto del partito prevedeva che il Duce fosse fuori e al di sopra del partito stesso: se all’inizio egli poteva essere anche sostituito, dal 1926 in poi la sua persona assumeva una coloritura quasi religiosa. Il partito divenne strumento di diffusione dell’ideologia, dell’educazione e del mito fascista. Con tali obbiettivi il PNF visse la sua grande stagione con il segretario Achille Starace (1931-39). Se Turati e Giurati avevano chiuso le iscrizioni per epurare dal partito gli opportunisti, Starace aprì le iscrizioni a tutti, in quanto il monopolio del Duce era ormai saldo, rendendo la tessera obbligatoria ai funzionari pubblici (61% degli italiani iscritti). Ogni spazio della realtà sociale era sottoposta al controllo fascista che mirava a promuovere il consenso e ad aggregare intorno al fascismo il maggior numero di italiani. Per fare ciò il fascismo controllo l’educazione e la scuola: nel 1923 si attuò la riforma Gentile, nel 1935 quella De Vecchi e nel 1937 l’educazione passò sotto il controllo del PNF e tutte le organizzazioni giovanili fasciste si fusero nella Gioventù del Littorio. Anche qualsiasi vittoria sportiva era presentata come possibile grazie al fascismo. Per raggiungere l’obiettivo di trasformare l’Italia in una grande potenza, il Duce si servì anche del mito di Roma: l’Italia avrebbe dovuto tornare alla potenza dell’età dei Cesari. Ciò parve realizzarsi nel 1935-36 con la conquista dell’Etiopia di cui il re fu proclamato imperatore. Da qui il duce decise di radicalizzare la formazione del l’uomo nuovo fascista che il futuro imperiale richiedeva: nel 1938 introdusse una legislazione razzista, priva di cause hitleriane, ma inerente alle motivazioni interne. Poiché non esistevano minoranze etniche significative Mussolini ripiegò sugli ebrei, esigui e integrati. A partire dal settembre del 1938 le leggi furono pesanti e umilianti: gli studenti ebrei furono espulsi dalla scuola pubblica, vennero vietati il servizio militare, le cariche pubbliche e l’iscrizione al PNF, si proibirono i matrimoni misti in modo da preservare la purezza razziale.

Economia e società: alla base dell’ideologia nazionalista sta la negazione del concetto di lotta di classe: capitale e lavoro devono cooperare come espresso nella carta del lavoro del 1925 con la quale si riconosceva il sindacato fascista come unico legittimo rappresentante del proletariato e si stabiliva illegale lo sciopero. Ciò fu integrato dalla legislazione sull’ordinamento corporativo del 1934 con il quale datori e lavoratori di determinati settori venivano riuniti in corporazioni tali da stabilire pacificamente i rapporti delle parti sociali assumendo la nazione e il suo rafforzamento come criteri. Praticamente i lavoratori non ebbero più possibilità di protestare. Il corporativismo divenne un aspetto chiave del fascismo tanto che dal 1939 la Camera dei deputati fu sostituita dalla camera dei fasci e delle corporazioni. Questo stato corporativo non fu una terza via a capitalismo e comunismo, ma rimase uno stato capitalista privo di organizzazioni sindacali. Il governo cercò di dare stabilità e forza alla moneta in modo da arrestarne la svalutazione: si cercò di fissare il cambio con la sterlina a quota 90 e ciò portò una limitazione del credito bancario, penalizzò le esportazioni e diminuì i salari; garantì però il valore dei risparmi dei ceti medi e abbassò i prezzi d’importazione. Con la battaglia del grano lanciata dal duce nel 1926, lo stato cercava, nonostante l’abbassamento dei prezzi del grano, al protezionismo e al raggiungimento dell’autarchia. La produzione aumentò notevolmente ma per fare ciò numerosi terreni destinati all’allevamento o a prodotti pregiati furono convertiti. Il prezzo del grano rimase inoltre sempre alto, abbassando il consumo pro capite. La crisi del 1929 portò in Italia 1 mln di disoccupati nel 1932. Si utilizzò una strategia simile a quella di Roosvelt, con il massiccio intervento dello stato in campo economico: si avviò la bonifica dell’agro Pontino, si costruirono autostrade al Nord, furono creati l’Istituto Mobiliare Italiano (grande banca pubblica che sosteneva le imprese in difficoltà) e l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (rilevava le aziende in difficoltà e ne assumeva la gestione). Alla fine degli anni ’30 l’IRI si trovò con il possesso del 44,5% delle industrie. In ogni caso il regime non fu assolutamente in grado di preparare l’Italia a sostenere una guerra moderna, ne sotto il profilo economico ne sotto quello militare.

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