La Politica della destra (1861-1876)

Dopo l’unificazione, la direzione del governo fu assunta dalla Destra, che si impegnò a pareggiare il bilancio statale, riducendo le spese e aumentando le imposte (tassa sul macinato, 1868); si interessò inoltre allo sviluppo dell’agricoltura aumentando la produzione locale e diminuendo le importazioni, ma non riuscì a migliorare le condizioni di vita nelle campagne. Inoltre la Destra non seppe neppure impedire la stagnazione del settore industriale, anche se la situazione migliorò verso gli anni 70.
I governi della Destra inoltre utilizzarono le risorse ottenute dalla riscossione delle imposte nella creazione di tutta una serie di opere pubbliche, senza le quali non si sarebbe mai potuta far sviluppare un’industria moderna. Questo enorme sforzo fu comunque agevolato dall’afflusso in Italia di capitali esteri.

La Terza Guerra d'indipendenza

I vari ministri di Destra e di Sinistra che si avvicendarono al governo italiano dovettero affrontare il problema di completare l’unità del Paese.

Ricasoli, divenuto capo del governo nel Giugno 1861, si fece promotore di due importanti iniziative:
- l’attuazione di un rigoroso accentramento statale (estendendo la legge piemontese a tutto il territorio italiano);
- la lotta al brigantaggio, divenuta ben presto una vera e propria guerra.
Il 3 Marzo tuttavia Ricasoli fu costretto alle dimissioni per l’opposizione di vari deputati sia di Destra che di Sinistra.

Seguì il governo Rattazzi, che alimentò il Partito d’Azione di Garibaldi a compiere una spedizione contro Roma. Rattazzi, su pressione francese, mandò le truppe regie a bloccare l’avanzata garibadina ad Aspromonte (29 Agosto 1862). Questo episodio determinò un forte senso di sfiducia nel governo che nel dicembre del 1862 dovette dimettersi.

Seguì il governo Minghetti, che assunse un atteggiamento più moderato e che stipulò un trattato (15 Settembre 1864) con Napoleone III , il quale accettava di ritirare le truppe da Roma entro due anni in cambio della difesa dei confini pontifici da parte dello Stato Italiano. A garanzia di ciò venne sottoscritta una clausola che fissava il trasferimento della capitale da Torino.
In seguito a tali avvenimenti, ovvero allo scoppio di una serie di tumulti a Torino, il re invitò Minghetti a dimettersi.

Seguì il governo La Marmora, il quale nel Maggio 1865 attuò il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. A sua volta Napoleone III iniziò il ritiro delle sue truppe da Roma.

L’Italia firmò poi con Bismarck un trattato italo-prussiano (8 Aprile 1866) per attaccare l’Austria su due fronti. Ebbe così inizio la III Guerra d’Indipendenza. La sconfitta delle truppe italiane, ad eccezione dell’esercito garibaldino, fece si che Bismarck firmasse il 26 Luglio un armistizio con l’Austria senza neppur informare il governo italiano. L’Italia sottoscrisse poi la tregua di Cormons (Agosto 1866) e ordinò il ritiro delle truppe. L’Italia firmò dunque il 3 Ottobre 1866 la pace di Vienna, con cui riceveva il Veneto tramite Napoleone III, con una manovra diplomatica che era giustificata dall’infelice esito delle operazioni militari.

L'annessione di Roma e la caduta della destra

La conclusione umiliante della guerra, rafforzò la Sinistra, che rimproverava al governo la disorganizzazione dell’esercito regio.
Nell’Aprile 1867 il re affidò di nuovo la presidenza a Rattazzi. L’arruolamento volontario di Garibaldi per passare i confini pontifici fu ignorato dal governo, che, in seguito, su pressione di Napoleone III fu costretto a far arrestare Garibaldi. Tutto ciò non frena l’avanzata garibaldina, il comandante infatti sfuggito al blocco navale era rientrato in Toscana e aveva ripreso l’avanzata in territorio pontificio. Ciò porto alle dimissioni di Rattazzi.

Seguì il governo Menabrea, che avrebbe gestito il potere alle strette dipendenze del re fino al 1869. Garibaldi intanto aveva sconfitto le truppe papaline a Monterotondo (25 ottobre 1867), aprendo così la via verso Roma. Napoleone III nel frattempo aveva inviato a Civitavecchia le truppe francesi che sconfissero quelle garibaldine a Mentana (3 Novembre 1867).
A seguito della sconfitta, venne introdotta una nuova tassa sul macinato che provocò tumulti e agitazioni di piazza. A quel punto anche Menabrea dovette dimettersi.

Seguì il governo Lanza, affiancato da Sella come ministro delle Finanze, che si prefisse il compito di risanare il disavanzo pubblico e portare in pareggio il bilancio.
La questione romana si riaprì nel 1870, quando il conflitto franco-prussiano e il conseguente ritiro delle truppe francesi da Roma permisero all’Italia di invadere lo Stato Pontificio. Lanza ordinò al generale Cadorna di entrare nel territorio pontificio. Così il 20 Settembre 1870 le truppe italiane entrarono attraverso la breccia di Porta Pia. Pochi giorni dopo, il 2 Ottobre, un plebiscito decideva l’annessione al regno d’Italia.
I rapporti tra Stato e Chiesa vennero regolati dalla Legge sulle Guarentigie (maggio 1871), in base alla quale veniva riconosciuta l’extraterritorialità dei possessi pontifici e i diritti sovrani. Alla Chiesa era inoltre concessa piena libertà di azione, di propaganda su tutto il territorio nazionale e le veniva assegnato un appannaggio annuo per il mantenimento della corte papale.
Tuttavia il pontefice Pio IX rifiutò tutte le condizioni che gli venivano offerte e tre anni dopo nel 1874 con il Non expedit vietò ai Cattolici di prendere parte alle elezioni del 1874.

Completata l’unificazione italiana, il ministero Minghetti (1873-1876) proseguì il riordino delle finanze pubbliche riuscendo a riportare il bilancio quasi al pareggio. Tuttavia il crescente malcontento determinò le dimissioni di Minghetti e la caduta della Destra.

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