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Giolitti


Giovanni Giolitti e i suoi governi

Giovanni Giolitti, nato a Mondovì nel 1842, è stato un importante politico italiano, ha guidato il Paese come Presidente del Consiglio varie volte,dando vita alla celeberrima età giolittiana. Nonostante le varie critiche in carico alla sua persona, egli ha condotto una politica caratterizzata da riforme molto importanti sul piano economico, sociale e culturale. Facendo parte dell'ala liberale, egli ebbe un difficile rapporto con i socialisti italiani, mentre cercò sempre di avere dalla sua parte i cattolici. Sul piano estero portò avanti la celebre campagna in Libia, con l'intento di conquistare lo Stato africano, impostando quindi una politica di tipo colonialista. La campagna si risolse con la conquista italiana della Libia. Nel 1913 vinse le elezioni, essendo a capo dei liberali.
Il periodo politico in cui Giovanni Giolitti stette al potere viene anche definito età giolittiana, in cui il politico piemontese dovette intraprendere numerose riforme strutturali come per esempio la riforma dell'esercito italiano, la riforma scolastica che a livello socio-culturale era diventata molto importante, la riforma del lavoro, ecc...
Dovette anche fronteggiare i vari problemi e i cambiamenti che il Paese stava incontrando, dimostrando una buona capacità politica.

Indice


Vita di Giolitti
Riformismo Giolittiano
Giolitti e i socialisti
Nazionalismo e guerra in Libia
Cattolici
Le elezioni del 1913
Riassunto età giolittiana
Il doppio volto di Giovanni Giolitti
Il governo di Giolitti
Politica di Giolitti

Vita di Giolitti


Primo ministro del governo Zanardelli, dal 1901 al 1903, e poi capo del governo fino al 1914, Giolitti fu protagonista della politica italiana sino a poco prima della guerra mondiale.
I punti principali del suo programma politico furono lo sviluppo economico e la libertà politica, in quanto considerate condizioni necessarie per assicurare stabilità al paese. Di fronte all'affermarsi del movimento socialista, puntò ad integrare la classe operaia nelle istituzioni dello stato, praticando una politica di accordo con i rappresentanti del movimento operaio. Mantenne quindi il governo in posizione neutrale di fronte ai conflitti sociali, in quanto riteneva che in Italia non vi fosse un pericolo rivoluzionario, in quanto giudicava che il movimento sindacale avesse soltanto fini economici. Questo suo atteggiamento rafforzò il movimento rivoluzionario, aumentarono quindi gli scioperi, ma nonostante ciò, egli mantenne la sua politica, pur consapevole che questa avrebbe provocato una grossa redistribuzione della ricchezza. Ma giudicò anche questo fatto in modo positivo, in quanto un maggior benessere delle classi operaie, avrebbe provocato un aumento dei consumi (in termini economici) e un aumento dei consensi (in termini politici).

Riformismo Giolittiano


Ecco alcune informazioni sulla politica di Giovanni Giolitti.
È nel periodo giolittiano che aumentano i diritti e le tutele dei lavoratori, delle donne e migliora l'assistenza. Le riforme di Giovanni Giolitti ebbero molto successo (statalizzazione delle ferrovie, riforma scolastica, creazioni Ina come unico ente nazionale per le assicurazioni sulla vita). Nonostante ciò, si tende ad evidenziare i limiti del riformismo, infatti nella sua politica non furono considerati due problemi fondamentali per lo sviluppo italiano: la riforma tributaria e la questione meridionale. Gli interventi di Giolitti a favore del mezzogiorno furono veramente pochi e spesso inutili. Infatti nell'età di Giolitti la questione meridionale si aggravò ulteriormente, in quanto il suo ideale di progresso si basava su miglioramenti del settore industriale del Nord, escludendo quindi il meridione.


Giolitti e i socialisti


Il progetto di Giovanni Giolitti di rafforzare il governo mediante l'accordo con i radicali e i socialisti fallì, in quanto egli riuscì ad avere una maggioranza parlamentare radicale, ma i socialisti non divennero mai una forza di governo. I socialisti, in particolare la componente rivoluzionaria, rimproveravano alla maggioranza essenzialmente due cose: di aver abbandonato la lotta di classe e di non coinvolgere le masse meridionali (anzi di perseguire programmi a favore soltanto del Nord, a danno del Mezzogiorno). Nel settembre del 1904 fu proclamato uno sciopero generale nazionale, il primo della storia italiana. Paralizzò il paese, ma non ottenne risultati concreti e segno l'inizio del declino del sindacalismo rivoluzionario e sfumò anche la speranza di un possibile accordo tra Giolitti e i socialisti.

Nazionalismo e guerra in Libia


Nel periodo giolittiano si diffuse il nazionalismo. Il fenomeno fu inizialmente letterario e culturale, limitato ad una ristretta cerchia di intellettuali, ma nel 1910 fu fondata l'associazione nazionalista italiana. Questa manifestava la necessità di uno Stato forte e di un'espansione coloniale al fine di affermare la grandezza dell'Italia sul piano internazionale. Il nazionalismo ottenne molti consensi, e Giolitti decise così di riprendere la politica coloniale nel nord Africa, con la guerra di Libia. L'impresa divenne interessante in quanto pubblicizzata come una grande opportunità economica per l'Italia: la Libia era un paese di grandi ricchezze. In effetti, però, questa zona non aveva alcun rilievo economico.
La conquista della Libia fu portata a termine in modo diplomatico, con la Turchia che si ritirò dalla regione.

Cattolici


Dopo la presa di Roma (1870), l'estraneità dei cattolici alla vita politica del paese si stava lentamente attenuando. I cattolici si unirono in organizzazioni, importanti sono le "leghe bianche", organizzazioni sindacali cattoliche. All'interno del nuovo movimento cattolico, si distinguono però tre diverse tendenze:

* gli "intransigenti", contrari allo stato liberale e fedelissimi al Papa;
* i moderati, favorevoli ad un progressivo inserimento di cattolici nello stato liberale;
* la Democrazia Cristiana, movimento fondato da Murri, il quale riteneva che per affermare la chiesa nella nuova società industriale fosse necessario creare un partito di massa cattolico.

Giovanni Giolitti attenuò la netta distinzione fra Stato e chiesa, soprattutto in base al fatto che egli vedeva i cattolici come possibili alleati per contrapporsi alla sinistra. Nacquero così degli accordi tra Giolitti e i cattolici. (patto Gentiloni)

Le elezioni del 1913


Giolitti si presentò alle elezioni politiche del 1913, le quali furono le prime elezioni a suffragio universale maschile della storia italiana. Il suffragio universale maschile fu introdotto da Giolitti e prevedeva che potevano votare i maschi maggiorenni non analfabeti, e anche gli analfabeti, purché avessero più di trent'anni o assolto il servizio militare.
A queste elezioni, si rivelarono molto efficaci gli accordo con i cattolici, in quanto i voti di questi risultarono determinanti per la vittoria dei liberali. Nonostante ciò Giolitti si dimise un anno dopo, convinto di poter riprendere il governo del paese in breve tempo, ma ciò non avvenne e gli succedette Antonio Salandra.

Riassunto età giolittiana


Giovanni GIOLITTI nacque a Mondovì (Cuneo) nel 1842 e morì nel 1924. Fu uno dei più importanti statisti Italiano. Si laureò in Giurisprudenza nel 1860 e percorse rapidamente una brillante carriera amministrativa. Divenne consigliere di Stato(1982), ministro del Tesoro nel GABINETTO CRISPI(1989-90), e nel 1892 formò il primo dei suoi cinque ministeri. Lo scandalo della Banca Romana, vide le sue dimissioni nel 1893.
Il nuovo re d’Italia, Vittorio Emanuele III, fu costretto a rovesciare la politica che aveva condotto alla sconfitta dei conservatori e all’uccisione di Umberto I. Nel 1901 chiamò al governo il giurista Zanardelli, che però due anni dopo dovette ritirarsi perché vecchio e ammalato. A lui successe Giovanni Giolitti che era stato già primo ministro nel 1892-93. Egli comprese che l’unico modo per fermare i socialisti e per placare il malcontento popolare era di permettere ai lavoratori di conquistarsi migliori condizioni di lavoro e di vita. Non represse quindi gli scioperi e favorì l’organizzazione di associazioni di lavoratori, allargò il suffragio e creò anche enti governativi in favore dei lavoratori e degli emigranti.
Giolitti promosse numerose riforme in campo sociale, riconoscendo sostanzialmente la validità degli scioperi per motivi economici, garantendo la libertà di lavoro, tutelando il lavoro delle donne e dei fanciulli con appositi provvedimenti di legge con l’istituzione degli uffici del lavoro.
Durante l’epoca giolittiana, l’Italia cominciò a progredire molto rapidamente, preparando il proprio avvenire di paese moderno. La rete ferroviaria, che nel 1970 misurava soltanto 6000 km, ne contava 18000 nel 1914; i trafori alpini, lo sviluppo dell’idroelettricità, le grandi opere di bonifica e d’irrigazione consentirono un notevole incremento della produzione in tutti i settori. Ebbe inizio l’esportazione del cotone; a Torino con la FIAT sorse l’industria automobilistica, la produzione del grano e dei vini raddoppiò. Ma questo era ancora insufficiente per far sì che il tenore di vita migliorasse rapidamente tanto più che dal 1870 al 1914 la popolazione era passata da 26 milioni a 36,5 milioni di abitanti. Inoltre, era esploso con violenza il problema del Mezzogiorno, depresso ed impoverito, abbandonato ai latifondisti in preda al fenomeno del clientelismo, il cui squilibrio nei confronti del nord si aggravava di continuo.
In politica estera Giolitti si staccò dalla Germania e cercò di riavvicinarsi alla Francia. Nonostante l’opposizione di parte dell’opinione pubblica, Giolitti volle una ripresa della politica coloniale allo scopo di includere l’Italia tra le Nazioni che possedevano colonie sulle coste dell’Africa settentrionale. Gli Italiani intervennero così in Tripolitania e Cirenaica, regioni che furono strappate alla Turchia e che ricostruirono la colonia italiana di Libia. Il teatro della guerra si allargò sino all’Egeo e l’Italia riuscì a conquistare Rodi e le isole del Dodecaneso .
Frattanto, all’interno del paese, mentre Giolitti non esitava a ricorrere ai brogli elettorali e alla corruzione per mantenere il potere, si verificava un avvenimento importantissimo per il paese: i cattolici tornavano a partecipare alla vita politica.
Pio X si decise a permettere questo passo in quanto la crescita dell’elettorato dovuta all’estensione del suffragio realizzata nel 1912, lasciava prevedere un grande rafforzamento dei socialisti. Il patto Gentiloni garantì l’appoggio cattolico a quei candidati liberali che avessero accettato di sostenere alcune rivendicazioni dei cattolici. Di fronte a questo schieramento conservatore nel Partito Socialista cominciarono a prevalere le tendenze rivoluzionarie e nel paese tornarono ad accendersi i contrasti sociali.
Falliva così la politica sociale di Giolitti che nel 1914 lasciava il governo al conservatore Antonio Salandra.
L'età giolittiana, cioè il periodo dominato politicamente dalla figura di Giovanni Giolitti, che iniziò col 1901 e finì col 1914. E' questo il periodo in cui nacquero le prime cospicue concentrazioni industriali, socialisti e cattolici andavano organizzando ampie masse di popolo, si concesse il suffragio universale maschile (1913).
Giolitti fu deputato dal 1882 e Presidente del Consiglio per la prima volta nel 1892-1893. Esperto conoscitore dell'apparato burocratico e amministrativo dello stato, pronto ad utilizzare per i suoi fini politici i prefetti nelle consultazioni elettorali, abile tessitore di maggioranze parlamentari secondo i metodi del trasformismo, lo statista piemontese dominò la vita politica italiana per un quindicennio. Suo obiettivo principale fu quello di allargare le basi del consenso allo stato liberale dal quale erano fino allora rimasti esclusi socialisti e cattolici, per garantire lo sviluppo economico del paese.
Crispi si dimette. Seguì il ministero Di Rudinì; .Aveva così inizio l'età Giolittiana. Essa nacque dal bisogno di liquidare in modo radicale, la pesante eredità degli anni precedenti, della crisi di fine secolo, dominata dalla infelice guerra d'Africa, dalla cattiva situazione economica e dalle agitazioni popolari.
La strategia giolittiana trovava il suo più valido fondamento nella fase espansiva dell'economia italiana che in quegli anni realizzò il decollo industriale.


Il doppio volto di Giovanni Giolitti


Nel 1901 Vittorio Emanuele III nominò Zanardelli presidente del Consiglio: Egli era affiancato come ministro degli interni Giovanni Giolitti il quale dominò la vita politica italiana dal 1901 al 1914 tanto che questo periodo venne chiamato età giolittiana.
Zanardelli ormai vecchio e malato lasciò a Giolitti le decisioni più importanti. Giolitti era nato nel 1842 a Mondovì, provincia di Cuneo, era un uomo politico pratico. L’età giolittiana coincise con il decollo della rivoluzione industriale in Italia, infatti grazie ai prestiti delle banche nacquero nuove grandi aziende. Il protezionismo poi difese le industrie dalla concorrenza dei prodotti stranieri. I progressi più evidenti si registrarono nell’industria elettrica, siderurgica e meccanica presente soprattutto nel triangolo industriale formato da Torino, Milano e Genova. Nel settore automobilistico si affermarono la FIAT, la Lancia e l’Alfa Romeo. Nel settore tessile ebbe grande sviluppo l’industria del cotone, L’agricoltura si sviluppò soprattutto nella Pianura Padana.
Nell’età giolittiana la produzione industriale italiana raddoppiò e i segni più evidenti si videro nelle città: l’illuminazione, i trasporti urbani e i servizi pubblici mutarono il modo di vivere della gente. Come sempre non mancavano le contraddizioni: molti operai abitavano in case malsane e il riscaldamento rimaneva un lusso come i servizi igienici che erano per la maggior parte in comune.
La rivoluzione però non toccò l'Italia meridionale e per molti italiani l’unica soluzione possibile, per migliorare il proprio tenore di vita era l’emigrazione. Giolitti aveva di fronte una Italia divisa in due, il nord aveva conosciuto la rivoluzione industriale, ma questo comportava anche grandi problemi. Gli operai assunti sempre più numerosi nelle industrie, iniziarono a protestare perché il loro stipendio era troppo basso, per il modo di lavorare spesse volte pericoloso, per l’orario di lavoro troppo lungo. Dalle proteste si passò ben presto agli scioperi, fino allo sciopero generale: da una parte c'era il nord che chiedeva maggiore democrazia e libertà e dall'altra c'era il Sud che invece, più povero e arretrato, era ancora legato alla tradizione e in molti casi anche alle clientele, cioè ai favori concessi dai politici in cambio di voti.
Giolitti attuò un modo di fare politica chiamato del doppio volto: un volto democratico e aperto nell’affrontare i problemi del nord, e un volto spregiudicato nel trarre vantaggio dalla situazione del sud. Egli per quanto riguarda il Nord non impedì gli scioperi, ma fece in modo che si svolgessero in modo civile, migliorò le norme che regolano il lavoro, ricostruì la cassa nazionale per l’invalidità, tutelò la maternità delle lavoratrici. Invece per il Sud sfruttò la situazione, controllò le elezioni politiche, per far eleggere uomini a lui fedeli a volte Giolitti si servì anche della malavita. La principale riforma dell’Età Giolittiana fu l’approvazione di una nuova legge elettorale, la quale prevedeva il suffragio universale maschile cioè la concessione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi, mentre per le donne il diritto di voto fu conquistato nel 1946. Nel 1913 Giolitti strinse con i cattolici un accordo elettorale: il patto Gentiloni. Con tale patto, Giolitti, riuscì a far eleggere al Parlamento più di 300 deputati liberali, molti dei quali erano cattolici. Egli inoltre permise l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.
Intanto il movimento socialista si era diffuso in Italia già tempo, numerose erano le organizzazioni dei lavoratori che facevano riferimento al pensiero socialista e alla teoria di Marx, secondo cui tutta la storia era una continua lotta di classe, tra oppressori e oppressi, sfruttatori e sfruttati. Nel 1892 venne fondato a Genova il Partito Socialista Italiano. Ben presto al suo interno si formarono due tendenze: la tendenza riformista e quella massimalista. I riformisti ritenevano che si dovesse cambiare la società poco per volta attraverso le riforme, invece i massimalisti (Benito Mussolini) ritenevano che per cambiare la società si dovesse passare attraverso la rivoluzione. Giolitti cercò di allearsi con i socialisti, ma questi ultimi non accettarono. Per quanto riguarda la politica estera Giolitti ritenne opportuno di riprendere i tentativi di espansione coloniale con l’occupazione della Libia, poi vennero occupate alcune isole greche che erano sottomesse ai Turchi. La pace con i Turchi venne firmata nel 1912. La guerra in Libia indebolì il Governo guidato da Giolitti, l’economia tornava ad attraversare un momento di crisi. Giolitti preferì dare le dimissioni per sfuggire agli attacchi dei suoi oppositori e nel 1914 come presidente del Consiglio venne nominato un conservatore, Antonio Salandra. La situazione internazionale stava precipitando nella prima guerra mondiale. All’intervento dell’Italia in questa guerra Giolitti si opporrà, ma inutilmente. L’età giolittiana era veramente finita.

Il governo di Giolitti


I primi decenni della storia politica italiana ottocentesca sono stati segnati dalla figura di Giolitti, salito al governo nel 1903 e in carica sino al 1914. Giolitti si distinse subito per la sua linea di pensiero, prevalentemente fondata sullo sviluppo economico attraverso il non abbassamento dei salari e soprattutto l'introduzione di nuove norme e riforme radicali di diversi settori, in particolare quello del lavoro (femminile e minorile) e quello delle pensioni. Inoltre, si batté per la non opposizione nei confronti di scioperi e manifestazioni portate avanti dai lavoratori, al fine di aumentare i livelli salariali. Fra i suoi provvedimenti si ricordano l'introduzione della legge concernente la decentralizzazione sui servizi pubblici e l'organizzazione di un perfetto sistema burocratico mediante il quale poter attuare il suo programma senza possibilità di opposizioni.
Trovando opposizioni da entrambe le parti, destra e sinistra, Giolitti fu privo di qualsiasi alleanza: ciò gli permise di portare avanti una politica clientelistica e di favori. Tornato al governo nel 1906, in un contesto in cui l'Italia stava vivendo grandi miglioramenti dal punto di vista economico, quest'ultimo venne poco a poco a mancare, a causa di problemi legati alla mancanza di capitali e di solide basi economiche, che mostrarono non poche carenze. Giolitti si rese conto del fatto che il suo programma non godeva di grande appoggio; nel frattempo nacque anche la C.G.I.L, nonché la Confederazione Generale del Lavoro.
Nel 1909, in seguito alle elezioni, il Governo passò nelle mani di Luzzatti, il cui programma conteneva riforme quali l'incremento dell'istruzione pubblica, il suffragio universale e ilpieno controllo delle assicurazioni sulla vita. Fu riproposto nel frattempo il problema coloniale della Libia che trovava nei socialisti il blocco principale d'opposizione, sostenendo che la Nazione non avrebbe beneficiato di nulla, pur risolvendo la questione. Chi non la pensava come loro erano i membri del Fronte nazionalista, al cui comando c'era Gabriele D'Annunzio. La guerra proseguì e l'Italia dichiarò guerra agli ottomani che subirono l'attacco degli italiani, i quali arrivarono ad occupare Rodi e l'area del Dodecanneso: la fine della guerra culminò con la firma della pace di Losanna che sancì l'egemonia dell'Italia sulla Libia.
Il conflitto si protrasse per parecchio tempo e questa situazione non garantì alcun beneficio all'Italia, per cui Giolitti si sentì in dovere di far introdurre il suffragio universale mediante il quale solo gli uomini aventi ventuno anni o più potevano accedere al voto, oppure gli analfabeti che avevano compiuto almeno trenta anni. In seguito all'elevata frammentazione che il Parlamento presentò in seguito alle elezioni del 1913, Giolitti decise di dimettersi. A lui succedette Salandra.

Politica di Giolitti


Salito al trono nel 1900, Vittorio Emanuele III decise di abbandonare la politica reazionaria del padre Umberto I e affidò il governo all’esponente della Sinistra Giuseppe Zanardelli che concesse l’amnistia ai condannati politici e una limitata libertà di associazione, propaganda e sciopero. Al suo ritiro per malattia nel 1903, diventò primo ministro Giovanni Giolitti. Egli era convinto che il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori avrebbe avvantaggiato tutto il corpo sociale e che ogni classe avesse il diritto di esprimere le proprie esigenze; inoltre credeva che lo Stato dovesse essere neutrale nelle contrattazioni tra borghesi e proletari e rappresentare un’entità superiore. Per questo motivo concesse la libertà di sciopero e ogni volta che essa venne esercitata si limitò a mantenere l’ordine pubblico. Giolitti attuò un’avanzata legislazione sociale, a tutela delle categorie più deboli attuando numerose riforme:
●norme in favore di anziani, infortunati e invalidi,
●norme per la protezione di donne e bambini,
●istruzione elementare obbligatoria fino a 12 anni,
●diritto al riposo settimanale,
●provvidenze assistenziali,
●indennità parlamentare: compenso ai deputati per le spese sostenute per svolgere il proprio compito che serviva per offrire anche ai lavoratori la possibilità effettiva di candidarsi,
●migliori retribuzioni (aumenta la possibilità di acquisto dei lavoratori→ maggiore richiesta di beni di consumo→ aumento produzione),
●norme in favore delle condizioni igienico-sanitarie (distribuzione gratuita del chinino contro la malaria)→ miglioramento condizioni di vita. Tutto questo permise il risanamento dell’economia nazionale e quindi un notevole incremento delle entrate dello Stato; inoltre l’oculata amministrazione del bilancio statale di Giolitti incrementò il valore della moneta italiana e agevolò il risparmio e i depositi presso le banche che finanziarono l’attività industriale e agricola (bonifiche, irrigazioni e uso di concimi chimici) ma anche l’industria meccanica, chimica, tessile e alimentare. (Automobili Fiat→Agnelli, gomme→Pirelli). Giolitti incrementò le opere pubbliche (traforo del Sempione e acquedotto pugliese) e la rete ferroviaria che venne nazionalizzata ad eccezione di piccoli tratti che rimasero ai privati (s erano dimostrati poco efficienti), ampliata e unificata nelle attrezzature; inoltre istituì il monopolio statale nel settore delle assicurazioni sulla vita, fino ad allora gestite da privati (Istituto Nazionale per le Assicurazioni). Il suo lungo governo lasciò comunque irrisolti alcuni gravi problemi che affliggevano l’Italia: analfabetismo, tubercolosi, malaria, miseria e disoccupazione dilagante soprattutto al Sud.

Tra le iniziative politiche di Giolitti la più importante fu l’ampliamento del diritto di voto (1912), che venne esteso a tutti i cittadini di sesso maschile di oltre 21 anni (di oltre 30 se analfabeti) e che consentiva una maggiore partecipazione delle classi popolari. Egli era infatti un sostenitore della collaborazione tra le classi sociali affinchè la politica cessasse di essere a favore esclusivo delle classi abbienti. Deciso a portare avanti una gestione personale della politica, Giolitti si destreggiò fra gli opposti partiti, appoggiando ora gli uni, ora gli altri (trasformismo) e non esitò a ricorrere perfino all’intimidazione che, con l’appoggio di prefetti e della polizia che eliminarono possibili avversari, gli permise di creare una Camera di deputati a lui fedeli e di garantire in tal modo la stabilità del governo → aspra critica da parte dello storico socialista Salvemini. Allo scopo di frenare le frange più estremiste del socialismo, Giolitti accolse alcune rivendicazioni del Partito Socialista, scelta che senz’altro contribuì al progresso del Paese, anche grazie al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. In questo modo egli cercò un accordo con il Partito Socialista che puntava ad un piano di collaborazione e le allontanava dalle tentazioni rivoluzionarie. (Invito ad entrare nel suo partito a Filippo Turati che rifiutò). In seguito ad uno sciopero generale nel 1904 e alle conseguenti elezioni che videro l’indebolimento dell’estrema sinistra, il Partito Socialista si avvicinò alla politica di Giolitti che cercò l’appoggio dei cattolici, contro il “pericolo rosso”. L’ideologia atea e anticlericale del PS, il suo linguaggio eversivo e la violenza degli scioperi, indussero il pontefice Pio per ad attenuare l’intransigenza vaticana nei riguardi del Regno d’Italia e ammorbidire il Non Eperpedit d Pio Iper ammettendo la partecipazione dei cattolici elle elezioni politiche. L’intesa con le forze cattoliche sfociò in un accordo segreto (patto Gentiloni, 1913), in base al quale i cattolici avrebbero sostenuto alle elezioni i deputati liberali (laici) in cambio dell’abbandono della politica anticlericale. All’interno del cattolicesimo italiano intanto, si veniva precisando un orientamento liberale, aperto ad una visione progressista e sociale della politica attraverso
●libertà sindacale,
●ampia legislazione sociale,
●riforma tributaria,
●decentramento amministrativo,
●allargamento del suffragio elettorale.
Il principale esponente di questa linea fu il sacerdote Romolo Murri, fondatore di un movimento (che verrà poi chiamato “Democrazia Cristiana”) aperto ai problemi sociali in vista di una conciliazione tra socialismo e religione attraverso la formazione di un’ampia rete di organismi politico-sindacali. Questo movimento però non trovò il consenso del pontefice che volevano evitare pericolose autonomie e mantenere i fedeli nell’ambito di un cauto appoggio dei deputati liberali; per questo Murri, dopo essere stato eletto deputato nel 1904, venne sospeso e poi scomunicato nel 1990. Anche il sacerdote siciliano Luigi Sturzo cercava di qualificare la partecipazione cattolica alla politica creando un partito di carattere democratico e popolare, autonomo dall’autorità ecclesiastica e capace di aggregare i ceti più deboli sulla base dei valori cristiani. Di ispirazione cattolica era anche il movimento sindacale legato a Guido Miglioli e alle leghe bianche, attive nelle campagne attraverso l’organizzazione di casse rurali e associazioni contadine.

In politica estera Giolitti decise di allontanarsi dall’alleanza con Germania e Austria e di avvicinarsi a Francia (con la quale prese accordi per una possibile espansione francese in Marocco) e Inghilterra, il cui appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto internazionale. In tal modo egli poté preparare diplomaticamente la conquista della Libia (posta sotto il debole dominio Turco), con lo scopo di migliorare l’economia e per inviare coloni italiani e limitare l’emigrazione che era favorita dal notevolmente aumento della popolazione. L’avventura coloniale era fortemente richiesta anche dal movimento nazionalista (Corradini), sostenitore di un nuovo intervento in Africa e contro ogni tendenza pacifista; perciò, nel 1911, quando la Francia iniziò la conquista del Marocco, l’Italia prese come pretesto alcuni incidenti verificatisi a Tripoli ai danni dei cittadini italiani, e sbarcò a Tripoli invadendo tutta la costa. La conquista dell’interno fu però più difficile e lenta per le difficoltà del territorio e per l’opposizione delle popolazioni locali. Il conflitto si concluse nel 1912 con la pace di Losanna, con la quale la Turchia dovette riconoscere all’Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica. L’impresa libica contribuì a rafforzare la posizione italiana sul Mediterraneo ma incoraggiò il desiderio di azione dei nazionalisti, spingendoli sempre più apertamente contro il governo, considerato debole e indeciso. Inoltre la conquista della Libia comportò una spaccatura del Partito Socialista tra riformisti, favorevoli al conflitto, e pacifisti (in maggioranza), avversi ad ogni tipo di guerra imperialistica. Il congresso di Reggio Emilia (1912) espulse dal partito alcuni riformisti (Bissolati e Bonomi) che dettero vita al Partito Socialista Riformista Italiano; gli altri riformisti guidati da Filippo Turati, rimasero nel Psi, diretto da Benito Mussolini, che rappresentava l’ala intransigente del partito, in aperta opposizione al governo. Questo contribuì ad indebolire la leadership di Giolitti che, nel 1914, fu costretto a cedere il governo al liberale moderato Antonio Salandra che però seguì una strada differente, ordinando alla polizia di intervenire durante una manifestazione socialista e uccidendo 3 persone. La situazione sociale si andava così inasprendo sulla spinta di una forte protesta operaia e contadina, che dette vita ad uno sciopero generale e ad agitazioni, tumulti e sabotaggi durati sette giorni (settimana rossa, giugno 1914).
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