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Il patto Gentiloni

Una delle più importanti riforme di Giolitti fu la riforma elettorale, varata nel 1912, durante il suo quarto mandato, che allargò il suffragio a tutti i cittadini maschi con almeno 21 anni capaci di leggere e scrivere, e con almeno 30 anni se fossero analfabeti ma avessero compiuto il servizio militare. Questo fu un un allargamento importante del diritto di voto, e quando nel 1913 vennero indette nuove elezioni, Giolitti credeva di poter vincere e allargare la sua maggioranza.
La Chiesa cattolica, invece, temeva l'espansione dei Socialisti e dei Radicali. Ottorino Gentiloni era un esponente del Vaticano, che propose un patto ai candidati moderati liberali che volevano ottenere il voto dei Cattolici. Questo patto, conosciuto come patto Gentiloni, e pretendeva da parte dei Liberali una politica di rispetto dei valori cattolici e del nucleo della famiglia, con la promulgazione di leggi contro il divorzio e l’aborto, oltrechè la tutela delle scuole private, che in Italia erano per lo più proprietà della chiesa, in cambio del voto cattolico.

Il patto Gentiloni proveniva dall'esigenza dei Liberali di assicurarsi voti, anche se ciò si scontrava con lo spirito autentico della loro politica, e da quello della Chiesa di assicurarsi dei vantaggi politici, oltre che dal comune accordo di frenare l'avanzata socialista.
Le elezioni videro la vittoria dei Liberali, duecento deputati dei quali erano di matrice cattolica, e le richieste del patto Gentiloni vennero soddisfatte. Ma la vittoria non fu schiacciante come Giolitti aveva previsto, in quanto anche i Socialisti e i Radicali ottennero un buon numero di seggi, accrescendo la loro influenza. Per questa serie di motivi, Giolitti si trovò davanti una situazione politica, in parlamento, difficile da affrontare, e nel momento in cui i Radicali minacciarono di allontanarsi dalla maggioranza in seguito alle diverse ed inconciliabili opinioni sulla guerra in Libia, decise di dare le dimissioni alla fine del 1913.
Venne quindi formato un governo capeggiato da Antonio Salandra, candidato suggerito dallo stesso Giolitti. Giolitti pensava di poter controllare il suo candidato, che proveniva dalle sue stesse fila, ma Salandra, con spirito di ambizione, in seguito si sciolse dall'influenza dell'autorevole politico, e senza informare nè il parlamento nè la sua stessa parte politica, portò l'Italia a partecipare alla prima guerra mondiale (del patto di Londra era informato solo il suo Ministro degli Esteri, complice il Re) nonostante la netta maggioranza dei neutralisti, sia nel paese che nel parlamento.
Giolitti provò a tornare sulla scena, ma data la situazione di emergenza, le manovre di Salandra e dello stesso Re, e la violenta campagna interventista, il governo non poté essere cambiato.
Il governo Salandra dovette occuparsi, sul fronte interno, di violenti scontri e frequenti scioperi sostenuti dalle forze insurrezionaliste, anarchiche e dai gruppi politici extra-parlamentari di nuova formazione. Questa situazione diede luogo a quella che si chiamò la "settimana rossa", periodo in cui il paese si ritrovò praticamente paralizzato dalle continue sollevazioni.

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