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L’Italia liberale giolittiana
L’Italia degli anni Novanta è dominata da una ristretta oligarchia di industriali e di latifondisti. Le masse popolari e contadine chiedono il riconoscimento dei loro diritti e una partecipazione attiva alle vicende politiche.
Dopo il governo di Crispi, fallito con la sconfitta di Adua e le sue conseguenti dimissioni, sale al potere Luigi Pelluox. Successivamente le elezioni vedono il successo dei riformisti liberali e il re Umberto I prende atto del fallimento della politica repressiva finora utilizzata. Nomina come primo ministro Giuseppe Saracco, un senatore moderato.
Viene assassinato re Umberto I, e la situazione di grande tensione viene risolta dal governo avviando una stagione di riforme moderate.
Il figlio di Umberto I è Vittorio Emanuele III, che asseconda l’azione riformatrice dei nuovi governi. Tra gli esponenti della classe politica riformista si distingue Giovanni Giolitti. Nel 1901 si contano 1400 scioperi e gli industriali premono perché lo Stato intervenga a reprimerli. Ma Giolitti imprime una svolta alla politica sociale: lo Stato non interviene più in modo repressivo nei confronti degli scioperi e promuove una serie di riforme sociali per venire incontro alle richieste popolari.
Giolitti attua una politica liberale e lungimirante e basa la propria azione di governo su tre convinzioni:
1. lo Stato è “neutrale”, cioè non deve favorire una parte ai danni dell’altra;
2. la crescita dei salari è vantaggiosa per il Paese, perché fa crescere la possibilità di acquisto di merci e quindi la loro produzione;
3. i cattolici e i socialisti sono forze vive e numerose, senza le quali non si può costruire futuro.
Il socialismo italiano ha due anime: una rivoluzionaria, che vuole abbattere lo Stato e una riformista, che vuole collaborare per fare delle riforme. Solo questi ultimi, i socialisti riformisti, collaborano con Giolitti.
I cattolici passano dal rifiuto dello Stato liberale alla partecipazione politica attiva.
Giolitti inizia la costruzione dello stato sociale, facendo le prime grandi riforme (pensioni, riposo festivo, sanità pubblica) con l’appoggio dei liberali e dei socialisti riformisti. Le aziende del gas, dell’elettricità e dei trasporti locali vengono municipalizzate (si attua un decentramento amministrativo).
Dopo qualche anno, la politica di riforme incontra le prime difficoltà e costringe Giolitti a far ricorso a pratiche di trasformismo, in cambio della ripresa da parte del primo ministro della politica di espansione.
L’Italia, così inizia una guerra contro la Turchia per ottenere la Libia; alla fine vince, ma le terre conquistate risultano deludenti, perché il territorio risulta non coltivabile.
Lo sviluppo economico
L’Italia diventa una nazione industriale in ritardo. Il governo mette in atto una politica che permette l’avvio dell’industrializzazione del Paese: pur essendo un liberale, Giolitti abbandona il liberismo e aiuta la nascente industria italiana con l’appoggio dello Stato.
La grande industria è concentrata in una parte del Paese: il “triangolo industriale”, l’area ai cui vertici sono posizionate le città di Torino, Genova, Milano. I cambiamenti sono notevoli, infatti, sorgono le grandi fabbriche e Milano diventa la capitale culturale ed economica d’Italia. Accanto alla borghesia si sviluppa un ceto operaio; la Pianura Padana viene utilizzata per coltivare un’agricoltura moderna.
La fase di espansione economica finisce per accentuare il divario tra il Nord industrializzato e moderno e il Sud agricolo ed arretrato. Resta aperta la “questione meridionale”.
Le dimissioni di Giolitti
Nel 1913 i socialisti ottengono successo nelle elezioni, ma il gruppo dei rivoluzionari rifiuta qualsiasi ipotesi di collaborazione con il governo. I cattolici non si presentano con un proprio partito ma sostengono i candidati liberali che aderiscono al Patto Gentiloni. Le mutate condizioni politiche portano alle dimissioni di Giolitti e alla nomina da Antonio Salandra come capo del governo.

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