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Il femminismo: le donne nella resistenza

La seconda guerra mondiale coinvolge le donne ancor più della prima, fra distruzioni della guerra aerea, restrizioni alimentari, perdita dei propri cari e i drammi estremi delle persecuzioni naziste, fino all'Olocausto, al sacrificio di milioni di donne ebree.
Entro questo lungo incubo matura, un nuovo sentimento femminile di autosufficienza, di autostima, legato alle supplenze esercitate, alle necessità cui ci si dimostra capaci di far fronte.
Un grande apporto alla liberazione nazionale è stato fornito dalla società civile, società che naturalmente comprendeva sia uomini che donne. Ma la storia "politica" ha sempre privilegiato gli uomini dando loro i più grandi meriti, senza tenere troppo in considerazione quello che è stato il ruolo delle donne. In Italia solo verso la fine degli anni settanta si è diffusa finalmente una storia di genere che ha fornito nuove interpretazioni sulla lotta di liberazione in Italia e che ha permesso di saperne di più sul rapporto tra le donne e la resistenza. Si è rivisitata l'intera vicenda della guerra e della resistenza "attraverso un diverso approccio, una diversa prospettiva, quella della storia delle donne, per rileggere processi, scansioni, questioni che hanno segnato i momenti fondativi e il successivo svolgersi dell'Italia repubblicana".
Le donne vi incarnano due diversi profili, ora coesistenti ora alternativi: la dilatazione del sentimento materno oltre i confini familiari, un esercizio del maternage sentito come responsabilità pubblica, che ispirò già fin dall'8 settembre, una cura corale dei soldati sbandati, dei prigionieri fuggiti, e poi via via degli ebrei, dei renitenti alla leva, dei ricercati, dei bambini; ma anche una volontà forte di protagonismo personale, di cittadinanza, da vivere accanto e analogamente a quella maschile, che esaltasse il proprio essere individuo libero, responsabile, la propria autodeterminazione. Sono però comuni gli effetti sul carattere: coraggio fisico e resistenza psichica, obbligo di prendere rapidamente, da sole, decisioni drammatiche, capacità di controllo e di operatività in campi ignoti, nuovo intreccio fra pubblico e privato. E sarà comune il durare oltre la guerra delle reti di assistenza ai reduci, agli sfollati, ai bambini, caratterizzando il primo "far politica" delle donne e il radicarsi popolare delle grandi associazioni femminili appena nate, l'UDI e il CIF.
Moltissime sono state le donne che, senza imbracciare le armi, hanno contribuito con azioni antagonistiche e in modo determinante alla caduta del nazismo e del fascismo, consentendo di modificare la concezione di una resistenza unicamente armata, affiancandogli anche una resistenza civile. Ma l'introduzione di una categoria di resistenza civile implica delle forme di opposizione sia individuali che collettive: si opera per la salvaguardia della dignità propria e altrui.
Non si pensava infatti solamente a se stessi: molte persone nascondevano i "perseguitati" nelle loro case, nonostante un proclama che condannava a morte tutti coloro che davano rifugio a qualcuno. Era in uso la pratica del "tesseramento" che comportava un razionamento di tutti i prodotti di prima necessità (dai 100 ai 200 gr. di pane al giorno; 300 gr. di carne al mese…) e chi nascondeva qualcuno si arrangiava come poteva dividendo con "gli ospiti" quel poco che aveva. Le autorità fasciste infatti tardarono ad adottare misure di controllo nella distribuzione di generi alimentari e di prima necessità, che scarseggiarono già subito dopo l'abbandono della non - belligeranza. Per la messa a punto di un sistema strutturato di razionamento bisognò attendere il marzo 1941. Ogni categoria di cittadini ricevette una tessera da riempire con bollini riferiti al genere di beni e alle date di acquisto. Il razionamento andava caratterizzando la vita delle persone e le tessere e i punti giunsero a scandire la quotidianità della gente. Il mercato nero si diffuse immediatamente: ci si rese infatti subito conto che era molto più conveniente recarsi in città per uno scambio diretto in denaro o altra merce. Furono soprattutto le donne a dare un rifugio alle persone che fuggivano, dal momento che per mettersi completamente in salvo si aveva bisogno di ingenti somme di denaro e di relazioni forti che garantissero l'incolumità; questo era sicuramente uno degli esempi di resistenza civile. Boldrini, socialista e comandante partigiano, sosteneva che un esercito normale avesse bisogno di un rapporto 1:7, cioè ogni combattente aveva bisogno dell'aiuto di sette civili; altri ancora sostenevano che il rapporto fosse di 1:15 e di questi 15 circa il 90% costituito da donne che cucinavano, portavano le armi, rivestivano il ruolo di staffette: ragazze di 16, 17 o 18 anni che garantivano i collegamenti tra le varie collocazioni partigiane; erano utilizzate giovani donne per questo compito perché si credeva che destassero meno sospetti e fossero meno soggette alle perquisizioni. Una delle staffette a cui è stato riconosciuto il giusto merito è stata Carla Capponi, medaglia d'oro per la resistenza. Quello della staffetta era un ruolo molto più pericoloso di quello del combattente, della partigiana perché questi avevano in mano un'arma con la quale difendersi, mentre la staffetta se veniva catturata, doveva star zitta, lasciarsi torturare. Inoltre per questo ruolo serviva o comunque si sviluppava una grande inventiva e capacità di mimesi (contadine poco acculturate andavano in giro con le ceste piene di armi sulla testa e se venivano fermate inventavano le storie più assurde). Si faceva di tutto pur di aver salva la pelle: un ufficiale nazista si reca nella casa di una donna, moglie di un capo partigiano, per arrestare il marito; la donna subito avverte della visita ricevuta e si ricorda di aver già visto quell'ufficiale, era lo stesso che tempo prima gli aveva dato la carrozzina per il suo bambino, così, essendo a conoscenza di dove abita, lo minaccia e riesce a salvare il marito dalle Fosse Ardeatine. Ci si chiede a questo punto per quale motivo non si sa niente di tutte queste donne? Basti pensare che si riconosce come partigiano combattente solamente chi ha militato per almeno 6 mesi in una banda riconosciuta e ha preso parte ad almeno 3 scontri armati. Le donne non vengono riconosciute come partigiane perché non hanno tutti questi "requisiti", ma alcune vengono riconosciute come partigiane non combattenti. Tutte le altre persone che hanno contribuito alla resistenza e che non sono state riconosciute come partigiani sono finite nel dimenticatoio. Alcune di queste donne sono rimaste famose, provenivano da famiglie colte e avevano avuto la possibilità di studiare, sono donne che si sono raccontate troppe volte la loro esperienza e così le loro narrazioni risultano ingessate, strutturate. È difficile far emergere la loro soggettività, parlano di ciò che hanno fatto, ma non dei loro sentimenti. Le altre sono donne comuni, che hanno raccontato la loro esperienza solo in famiglia, per cui riescono veramente a far vivere il loro racconto.
Alla fine il prototipo della donna – “angelo del focolare” proposto dal fascismo viene in un certo senso superato, ma quale destino attendeva allora queste donne alla fine della loro esperienza? Due erano i ruoli che potevano rivestire: quello della monaca laica o quello della sposa esemplare. Dei sentimenti d’affetto nati tra i compagni di una stessa compagnia partigiana non si sentiva più parlare, si tendeva a sminuirli. Non c’era spazio per quei sentimenti si doveva tornare alla vita di sempre e chiudere quella piccola parentesi che era stata la Resistenza.
UDI
Verso la seconda metà dell'800 e gli inizi del 900 sorgono diverse forme di rivendicazione dei diritti delle donne tra cui il movimento femminista, i cui obbiettivi principali erano: uguaglianza di diritti tra gli individui, e in particolare tra uomo e donna, e difesa della pace.
La prima guerra mondiale vedrà, per la prima volta, un impegno attivo di donne associate e militanti femministe:
sul versante pacifista, col rifiuto della guerra e con il vano tentativo di fermarla della Conferenza all'Aja nell'aprile 1915, che favorirà comunque l'intenso lavoro delle donne nel dopoguerra per la nascita di organizzazioni internazionali, per l'educazione alla pace, per l'attenzione all'infanzia;
sul versante patriottico, pur non restando ferme sull'ideologia pacifista del movimento e facendosi assorbire dal nazionalismo, ricercando anche nel sostegno materiale e morale dato alla propria nazione una conferma della propria cittadinanza.
Non tutte le donne però si collocano in contrasto con il regime fascista o con quello nazista.
Il regime fascista, a differenza dello Stato liberale, avrà in un certo senso una "politica femminile". Questa politica raccoglierà dal femminismo ottocentesco le esperienze già avviate di sostegno alla maternità (l'Opera maternità e infanzia) non però in nome dei diritti delle donne e dei bambini, ma in nome della politica demografica di potenza. La legislazione fascista sarà costruita esplicitamente sulla disuguaglianza fra i sessi, sulla subordinazione della donna all'uomo, chiudendola nella funzione procreativa ("la guerra sta all'uomo come la maternità sta alla donna") come forma propria del rapporto con la Nazione. C'è una forte associazione dell'idea di virilità con quella della guerra ed è anche contro ciò che "muove" l'organizzazione delle donne. Questa filosofia si concretizzerà nella legislazione, respingendo le donne dall'insegnamento nei licei e relegandole nei primi anni delle scuole inferiori quasi un voler proseguire la funzione materna, limitandone la presenza negli impieghi pubblici, riducendone i salari e così via.
Nel '43 - '44 in Italia si riforma la geografia politica che era stata spazzata via dal fascismo e le donne si sono trovate a dover ricostruire il tessuto affettivo e le condizioni di vita che la guerra aveva reso insostenibili. Tra queste donne alcune erano ormai legate a partiti politici. Il segretario del partito comunista, Palmiro Togliatti, per esempio riteneva che dovesse aver luogo una vera e propria formazione di donne. Proprio per questo motivo il PCI considera l'UDI come una propria emanazione e ritiene che sia preferibile che all'interno di esso ci siano "donne comuni".
Tra i vari gruppi di autocoscienza ce ne era uno che si chiamava UDI.
Nel 1945 a Firenze si tiene la prima riunione dell'UDI, associazione che si impegna per l'emancipazione della donna.
Con l'ammissione delle donne al voto, il 1. 2.1945, mentre al Nord ancora si combatte la guerra, la rinascita delle democrazia diviene un fatto anche delle donne. Si tratta di un fatto rivoluzionario, che rovescia una tradizione millenaria, profondamente interiorizzata, per cui attributi delle donne erano il silenzio e l'obbedienza; ma esso è vissuto prevalentemente dalla politica italiana come un fatto ovvio, inevitabile, sotto il segno della continuità, entro l'illusione di una facile conciliazione col ruolo tradizionale, fra incoscienza e fastidio. Le donne, invece, vivono come un momento esaltante l'emozione del primo voto: qualcuna lo definisce come una nuova nascita.
Il peso determinante del voto femminile ai fini dell'esito democratico è stato spesso denunciato come il segno della arretratezza. Ma non è stato così. L'impegno militante delle donne di tutte le parti politiche, per molte speso proprio per far andare a votare, ha avuto una funzione decisiva nel radicare a livello popolare, dei semplici, il valore del voto, il valore della scelta del cittadino, insomma il valore della democrazia. Che le donne abbiano contato è del resto confermato dal fatto che a svolgere un ruolo maggioritario nella storia repubblicana saranno la DC e il PCI, cioè quei partiti che hanno:
- espresso strategie e attenzione rivolte al voto femminile,
- favorito organizzazioni proprie delle donne (il CIF, in cui prevale l'idea di un ruolo prioritario della donna in situazioni intermedie quali la parrocchia o la famiglia, per la DC, e l'UDI, che si occupa delle situazioni in cui si cerca di riportare le donne escluse nella sfera familiare, per il PCI),
- portato alla Costituente un nuovo ceto dirigente femminile ( nove donne la DC e il PCI, contro due dei socialisti, il secondo partito allora, e una dell'"Uomo qualunque").
La DC aveva sempre avuto una grande influenza sulle donne, e riuscire a dar loro voce tramite il voto avrebbe comportato un consistente aumento di voti in suo favore, con la conseguente sconfitta del PC.
Per il PCI è illuminante il caso emiliano, dove la fortissima adesione delle donne rovescia gli effetti dell'estensione del voto e esprime molti e importanti personaggi femminili. L'area laica vede attive donne straordinarie, che non saprà però valorizzare adeguatamente: Teresa Sandeski Scelba, Nina Ruffini, Josette Lupinacci, Maria Calogero. L'impegno massiccio e decisivo delle cattoliche è ricco anche di effetti democratici: si deve al suo effetto pedagogico interno se, in un momento delicatissimo della democrazia italiana, quello per cui con l'operazione Sturzo si tenterà una svolta di destra, anche l'Azione Cattolica femminile si schiererà con De Gasperi, isolando le tendenze al blocco di destra.
Alle votazioni del '48 l'UDI si schiera con il fronte socialista, operaio, ma non hanno grandi consensi e la vittoria della DC costringe l'UDI a dover affrontare grandi difficoltà. Papa Pio XII scomunica i comunisti e, identificando in un certo senso quelli che erano gli obiettivi del partito femminista con quelli del PCI, sopprime la rivista dell'UDI "Noi donne". Ma in effetti, anche se il movimento accoglieva le battaglie della sinistra, l'unico scopo che si prefiggeva era quello di togliere la donna da una condizione di subalternità.
La Costituzione sanzionerà questa presenza femminile: l'impegno delle Costituenti garantirà uguaglianza di diritti alle donne (in particolare negli articoli 2, 3, 30, 31, 37) ma tenterà anche di anticipare, insieme all'attenzione alle solidarietà collettive, una nuova visione della maternità, un importante fattore di stimolo alla coscienza e alle rivendicazioni delle donne, che ne legittimerà le lotte.
Le associazioni femminili, le donne parlamentari, spingono subito con tenacia per un adeguamento legislativo, che, pur fra resistenze e ritardi, consentirà di raggiungere, dopo due decenni, almeno una parità giuridica formale, sulle questioni proprie della vita femminile: dalla legge di tutela della lavoratrice madre ( 1950) al divieto di licenziamento a causa di matrimonio (1962) dall'ingresso delle donne nell'amministrazione della giustizia (1956) alla costituzione della polizia femminile (1959), ad una pensione per le casalinghe (1960).
Entra in circolo una critica alla tradizione e agli stereotipi che va oltre l'obiettivo legislativo in senso stretto e prepara la legislazione paritaria degli anni sessanta, dalla parità di salario a parità di lavoro, legata al Trattato di fondazione della CEE, fino all'accesso delle donne a tutte le professioni (1963) cui seguiranno, negli anni settanta, una nuova legge di tutela della lavoratrice, l'istituzione degli Asili nido, quella dei Consultori familiari.
Un ruolo forte a parte avranno, al fine di incidere sulla immagine della donna, la legge Merlin per l'abolizione della regolamentazione della prostituzione (1958) e, ma è già un'altra fase, la riforma del diritto di famiglia (1975) con il riconoscimento della parità dei coniugi.
Di questa lunga stagione di crescita delle donne si devono notare alcuni aspetti.
Sul piano politico, fino allo scoppio della contestazione neofemminista, la sostanziale convergenza riformista femminile rappresenta un modo di vivere la guerra fredda che è stato proprio delle donne. Il conflitto ideologico e politico è aspro ma non si ignorano le comunanze di interessi e aspirazioni su tutta la gamma dei diritti femminili: le stesse ideologie si affinano e si intrecciano come dimostrano i Congressi dell'UDI, del CIF e delle Acli femminili, delle donne dei partiti, del Consiglio Nazionale delle donne, rinato nel 1954. Non ne possono essere trascurati né gli effetti innovatori sulla società italiana e sul costume diffuso, né quelli sulle strategie politiche.
Nel '70 nascerà il neo femminismo in contrapposizione con la precedente esperienza dell'UDI. Mentre quest'ultimo mira all'eliminazione delle condizioni che hanno determinato i motivi di non egualitarismo delle donne, il primo ritiene che la semplice uguaglianza tra i sessi non sia sufficiente. Uno degli argomenti fondamentali sarà quello della differenza tra i sessi e la loro relazione: c'è una sostanziale differenza di genere che si definisce all'interno della relazione stessa, e che porta quindi ad indagare sulle questioni sessuali.
Basti pensare al problema dell'aborto: mentre l'UDI si soffermava sulle leggi, il femminismo andava alla radice del problema costringendo ad interrogarsi sul perché si rimane incinta.

NEO FEMMINISMO O FEMMINISMO RADICALE.
Dalla seconda metà dell’Ottocento si vanno formando movimenti e associazioni esclusivamente femminili, che avanzano rivendicazioni non più limitate al campo del lavoro, ma tese a realizzare la parità in ogni campo, compreso quello del servizio militare.
Agli inizi del novecento le donne operaie nelle industrie belliche durante i due conflitti mondiali, protagoniste con gli uomini delle lotte di resistenza e liberazione, chiedono che la parità investa anche ambiti più privati portando a un completo riconoscimento della loro dignità di persona.
Nato dalla riflessione di questo secolo sulla contraddizione fra uomo e donna, il movimento femminista sottolinea l’impossibilità di ridurla a una delle diseguaglianze esistenti nella società borghese, destinate a essere automaticamente eliminate da una rivoluzione sociale e dalla soppressione delle divisioni di classe. Innanzitutto si osserva che la contraddizione maschile - femminile attraversa tutti i ceti, portando anche la donna borghese a subire il desiderio impositivo e la supremazia del maschio nell’ambito familiare. La supremazia dell’uomo, secondo le femministe, tende a trovare la sua giustificazione e legittimazione in quei valori maschili, intimamente gerarchici, competitivi, aggressivi che si sono finora affermati in tutti i campi della storia umana. Di qui il carattere di forte contrapposizione, spesso di antagonismo, che il movimento femminile assume verso la società maschilista e la contemporanea scoperta della sorellanza (che purtroppo alla fine resterà solamente un principio inattuato, dal momento che le donne non si riconoscono reciprocamente perché vedono ogni altra come una concorrente, una rivale, che potrebbe privarle dello sguardo maschile), intesa come separazione delle donne dalla società degli uomini per riscoprire fra loro, attraverso la pratica dell’autocoscienza, la specificità del femminile e i modi di praticarlo
Gli anni Settanta furono gli anni della rivolta femminista. Essa nasce all'interno della contestazione studentesca con cui ha in comune la fine della visione ottimistica sullo sviluppo, con la denuncia della democrazia politica e della stessa istruzione di massa come fattori di disuguaglianza, con la critica alla funzione progressista della scienza e della tecnica; e il fenomeno è mondiale, quasi un primo segno degli effetti della globalizzazione.
Nelle Università ormai le donne sono tante; donne cui proprio la condizione privilegiata rivela il peso di una storia di esclusioni. Impegnandosi con i loro compagni, le donne riscoprono, entro il conflitto generazionale, il conflitto fra i sessi, largamente rimosso nell'ottimismo precedente, lo denunciano e lo vivono con foga; soprattutto avvertono la necessità di ripensare se stesse, di pensarsi come donne oltre e fuori l'immaginario maschile che le condiziona.
Questo nuovo femminismo si differenzia dai movimenti nati nel corso dell'Ottocento, che avevano avuto prevalentemente carattere di rivendicazione di quei diritti naturali, originari e propri di ogni individuo (politici, civili…).
Il neofemminismo ha segni propri, fra cui quelli decisivi risultano essere:
- la scelta del termine "liberazione" al posto del vecchio "emancipazione", quasi a voler sottolineare non più la ricerca dell'omologazione al modello maschile, ma la costruzione autentica di sé, a partire dai propri desideri e bisogni. Da questa esperienza concreta diffusa, praticata nei gruppi, si svilupperanno poi, a livello teorico, la riflessione sulla differenza, gli studi sulle donne, la scoperta di una nuova fierezza intorno alle risorse e alla forza delle donne;
- la riconduzione della politica alla rivoluzione dei comportamenti, al mutamento del qui e ora, grazie al mutamento delle coscienze attraverso le relazioni personali, che lega in modo nuovo privato e politico. Questa novità, di grande valore etico, segnerà la fase forte della politica delle donne, ma assunta in modo esclusivo rischierà poi di far riemergere il primato della politica tradizionalmente intesa;
- l'attenzione al corpo, il riappropriarsi del corpo come parte di sé, nella sessualità, nella medicina alternativa, superando tutti i vecchi tabù.
Nella diffusione del suo messaggio di riappropriazione del corpo, di una sessualità libera, di negazione del ruolo storico imposto, il movimento troverà una sorta di identificazione simbolica nella richiesta di libertà di aborto.
Aldilà della sua forza d'urto immediata, dei consensi e dei dissensi, interni ed esterni al movimento, e delle provocazioni, va però notato che si sviluppa una nuova riflessione femminile che, proprio per aver legato la maternità a una libera scelta, può poi riscoprirla come valore e risorsa femminile.
Le donne scoprono sé stesse: scoprono che il loro trascorrere dal lavoro alla casa è certamente fatica, ma produce anche competenza, ricchezza interiore, intuito, creatività; è la loro forza.
Si inizia a diffondere l'uso del termine "genere" e ci si rende conto che è questo che caratterizza le relazioni con l'altro sesso. I due individui di sesso diverso sono tali in base ad una costruzione culturale che è quella del genere. L'essere donna è il risultato di un processo storico - culturale che ne definisce la modalità e la psicologia.
La libertà e la conoscenza di sé sono i fondamenti che danno vita a un movimento femminista basato sull'autocoscienza all'interno dei gruppi. In ogni zona nascono così e si moltiplicano una serie straordinaria di collettivi, gruppi di autocoscienza, il cui oggetto è fondamentalmente la messa in comune del disagio, la ricerca comune su di sé e i propri rapporti.
Insieme danno vita a fogli, pubblicazioni, documenti, manifesti che costituiscono una galassia di relazioni, interscambi fra donne di esperienze diversissime, influssi reciproci e polemiche rotture, con una straordinaria vitalità che espande il movimento a macchia d'olio: dal Movimento di Liberazione della donna al gruppo di via Pompeo Magno di Roma, dalle donne di Lotta continua, che provocheranno la rottura dell'organizzazione sul tema dell'uso della violenza, al gruppo Anabasi, alla Libreria delle Donne di Milano e poi via via nel tempo la trasformazione dell'UDI, la nascita dei Centri di documentazione a partire da Bologna, il centro Virginia Woolf a Roma…
In questi gruppi viene inoltre indagato il rapporto con l'altro sesso in riferimento alla sessualità: gli uomini sono sessualmente dominanti o comunque usano la sessualità per dominare, quasi fosse un'arma. Ma ciò che sconvolge in queste situazioni di violenza è il rendersi conto che i "colpevoli" non sono persone disturbate, anzi a volte sono proprio uomini perbene, padri di famiglia che si nascondono dietro "una maschera" per soddisfare il proprio bisogno di sentirsi "dei grandi"; per l'uomo infatti l'atto sessuale si trasforma in un atto di potenza e una buona prestazione è per lui sicuramente motivo d'orgoglio. La donna invece vive in vario modo la propria sessualità, a seconda della situazione, dei preconcetti e a seconda di quello che dopo significa, sia per lei che per il partner. È normale che la donna viva in maniera tanto profonda l'atto sessuale; in fondo lei ha la sessualità in sé, in un certo senso deve accogliere l'uomo in sé, mentre questi la ha fuori di sé.
Proprio per questo diverso modo di vivere e concepire la sessualità, una parte del movimento femminista opererà la scelta lesbica, pur di sottrarsi alla subordinazione al maschio.
Nel 1975 si ha una prima modifica dei meccanismi di potere all'interno della famiglia., viene infatti abolita la figura del capofamiglia.
Si sviluppano anche altre battaglie, che rivendicano una riforma del diritto di famiglia che sancisca la piena parità dei coniugi in fatto di:
- diritti e doveri;
- divorzio;
- libertà delle pratiche contraccettive;
- depenalizzazione dell’aborto;
Queste due ultime rivendicazioni sono ritenute momenti necessari per trasformare la maternità non in un destino o in una condanna, ma in una scelta.
In Italia queste battaglie si sviluppano nel secondo dopoguerra e soprattutto dalla fine degli anni sessanta, favorite anche dal nuovo clima che s’impone durante il movimento del Sessantotto. Esse si intrecciano col diffondersi in tutto l’occidente del movimento femminista, che presenta alcune caratteristiche nuove rispetto ai precedenti movimenti per l’emancipazione femminile.
Malgrado le lotte femminili il disagio delle donne permane.
La disoccupazione, ridivenuta angoscia sociale, è ancora un fatto che riguarda più donne che uomini, e donne spesso altamente acculturate; per quelle che lavorano vale ancora una forte segregazione verticale cioè la concentrazione a livelli più bassi degli uomini, con salari minori.
La maternità, la cura della famiglia, non sono ancora riconosciute per quello che rappresentano e penalizzano economicamente e socialmente le donne su cui continuano a pesare: secondo una importante inchiesta, gli uomini italiani lavorano in casa un'ora e mezza al giorno in media contro le sette ore e un quarto della madre con figli, che lavora anche fuori casa.
Lo stesso calo della natalità, che esprime certo anche una raggiunta libertà di scelta femminile, non è per questo meno doloroso; nascono meno figli di quanti le donne ne vorrebbero perché le condizioni sociali non lo permettono.
Lo sfruttamento sessuale e la pratica della violenza contro le donne, nelle loro varie forme, da quelle privatissime a quelle pubbliche dei media pornografici, da quelle domestiche a quelle legate alla giungla urbana, perdura come una realtà antica ma insieme esprime una sorta di reazione moderna del maschio insicuro.

LEGGE 125: PARI OPPORTUNITÀ TRA DONNE E UOMINI.
Nel 1948 entra in vigore la Costituzione Italiana, che stabilisce che "l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Inoltre la Costituzione stabilisce il principio di uguaglianza fra i sessi (artt.3 e 37): uomini e donne, soprattutto nel mondo del lavoro, hanno diritto allo stesso trattamento.
Art. 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese."
Art. 31 "La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo"
Art 37: "La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite di età minimo per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione."
A rafforzare il principio di uguaglianza sono state introdotte le leggi sulla tutela della madre lavoratrice (legge n. 1204/71) e sulla parità (legge n. 903/77).
In effetti, in precedenza le donne e i bambini venivano considerati sullo stesso piano come forza lavoro, per cui la donna riceveva un salario molto più basso di quello dell'uomo, arrivando anche ad averne solamente 1/3. Ma la Costituzione, anche se è stata un primo passo verso la parità tra uomo e donna, non è riuscita ad abrogare immediatamente tutto ciò che era stato costruito da migliaia di anni e in particolare dal regime fascista, che relegava la donna nella sola sfera procreativa. Il cammino per ottenere tutele in più è stato lungo e per alcune, che sembrerebbero quasi ovvie, ci sono voluti molti anni.
Nel 1950 è stata emanata la prima legge dello Stato italiano sulla tutela della maternità: la legge 86, che afferma il diritto della donna di assentarsi dal luogo del lavoro per 3 mesi prima del parto e 2 mesi dopo; il diritto all'indennità, per tutto il periodo di assenza, pari a circa l'80% della normale retribuzione; il divieto di licenziamento per tutto il periodo di gestazione e fino al compimento del primo anno di vita del bambino; consente inoltre l'orario ridotto per permettere alla donna l'allattamento.
Le donne inoltre non potevano accedere alle cariche più alte della pubblica amministrazione, al massimo era loro concesso il ruolo di segretarie, o comunque erano relegate in alcuni tipi di professione ritenuti "adatti", "consoni" alla figura femminile. Bisognerà attendere il 1963 perché si abbia l'abrogazione della legge che impediva alle donne l'accesso a cariche dirigenti della pubblica amministrazione (come per esempio la magistratura, riscontrabile anche oggi, dato che sono ben poche le donne magistrato).
Inoltre sul posto di lavoro la vita non era resa loro facile, poteva anche capitare che venissero licenziate nel momento stesso in cui decidevano di sposarsi, ciò era reso possibile da una clausola che i datori di lavoro obbligavano a firmare al momento del contratto di lavoro, la cosiddetta clausola del nubilato.
Nel 1963 viene stabilito il divieto di licenziare qualsiasi donna a causa del matrimonio; vengono annullate le clausole di qualsiasi genere che regolano il rapporto di lavoro in base al matrimonio, così come vengono annullati i licenziamenti che anche solo si presumono per matrimonio (il divieto di licenziamento vale dal momento delle pubblicazioni).
Non tutte le donne però sono a conoscenza di queste leggi per la loro tutela e delle "macchinazioni" dei datori di lavoro, e a volte si ritrovano senza lavoro senza neanche sapere perché. Basti pensare all'episodio di una ragazza, che, dopo essere stata assunta con un contratto di formazione ed essere stata promossa, nonostante ciò non sia previsto da un tale contratto, viene in seguito inspiegabilmente licenziata. Non capisce bene il motivo: il suo comportamento è sempre stato impeccabile, ha sempre lavorato con grinta e dedizione, decide allora di chiedere il risarcimento almeno per tutte le ore di straordinario fatte. Nel momento in cui intenta la causa si rende conto quasi per caso che il momento del licenziamento è coinciso con il suo matrimonio, scopre allora che è stato proprio questo il motivo del suo inspiegabile licenziamento. A questo punto potrebbe anche riottenere il suo posto di lavoro, ma lei si accontenta del risarcimento che però passa da una cifra di 2 milioni a una di 7 milioni.
La tutela della maternità si estende a tutte le lavoratrici dipendenti (anche le apprendiste) del settore privato e del settore pubblico sia per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato che per quelli a tempo determinato. Anche per le lavoratrici autonome (artigiane, commercianti, coltivatrici dirette) sono in vigore norme che ne tutelano la maternità. Anzitutto vige il divieto di licenziamento della lavoratrice dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di vita del bambino ad eccezione che nei seguenti casi:
- Per gravi colpe del lavoratore;
- Nel caso in cui cessi l'attività d'azienda;
- Al termine del contratto.
Inoltre sono previsti:
un periodo di astensione obbligatoria, cioè il divieto di lavorare nei due mesi precedenti il parto e nei tre mesi successivi alla nascita del bambino. Se però, la gravidanza presenta rischi, su richiesta del medico, il periodo di astensione può essere anticipato;
un periodo di astensione facoltativa, cioè il diritto di chiedere, oltre ai tre mesi di astensione obbligatoria successivi al parto, altri sei mesi di astensione dal lavoro durante il primo anno di vita del bambino.
La madre ha la possibilità di scegliere se e quando utilizzare questi mesi di astensione (non oltre comunque il primo anno di vita del bambino). Durante il primo anno di vita del bambino la madre ha anche diritto a due periodi di riposo giornaliero, predeterminati con il datore di lavoro, durante i quali si può uscire dall’azienda. Entro i primi tre anni, se il bambino si ammala, la madre o il padre possono assisterlo presentando al datore di lavoro il certificato medico che attesti la malattia del figlio. Anche il padre può usufruire di tali congedi, in alternativa alla madre.
Tale legge consente inoltre di assistere anche altre persone che sono a carico della famiglia, come gli anziani. Ciò è servito per andato incontro alle esigenze legate all'invecchiamento della popolazione che, dopo la guerra, è passata da un'attesa di vita di 38 anni a ben 84, creando non pochi problemi per l' assistenza in quanto mancano strutture adeguate.
In ogni caso è fatto divieto di adibire la donna, nel periodo della maternità, ad attività che possano essere pericolose per la salute della stessa o del nascituro.
A parità di lavoro si riscontra infine una differenza di salario tra Nord e Sud.
Il paradosso di tutta questa situazione è che l'Italia è uno dei paesi fondatori della CEE, organizzazione che nasce per tutelare i rapporti di tipo economico, e poi è proprio in questo settore che presenta le più grandi disparità.
Nel 1976 viene emanata una direttiva che stabilisce parità di salario per lavori di pari valore.
La legge numero 903 del 1977, sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, vieta qualsiasi discriminazione basata sul sesso in ogni livello della gerarchia professionale, qualunque sia il settore dell’attività, nel rapporto di lavoro sia pubblico che privato.
Il divieto di discriminazione comprende anche le iniziative in materia di orientamento e aggiornamento professionale sia per quanto riguarda i contenuti che l’accesso: tale discriminazione è vietata anche se attuata mediante riferimenti allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza o attraverso meccanismi di preselezione, anche tramite stampa, quando indichi come requisito professionale l'appartenenza all'uno o all'altro sesso, a meno che questo non risulti essenziale alla natura del lavoro o della prestazione (per esempio nell'ambito della moda, dell'arte e dello spettacolo).
Inoltre è vietata qualsiasi discriminazione tra uomo e donna riguardo alla retribuzione, all’attribuzione delle qualifiche, delle mansioni, al licenziamento.
La legge 903 stabilisce poi che il lavoro notturno svolto dalle donne debba essere contrattato al momento dell'assunzione. Il mancato rispetto delle norme riguardanti il lavoro notturno prevede il ricorso ai tribunali.
Si afferma infine che "le lavoratrici che abbiano adottato bambini, o che li abbiano ottenuti in affidamento preadottivo, […] , possono avvalersi, sempreché in ogni caso il bambino non abbia superato al momento dell'adozione o dell'affidamento i sei anni di età, dell'astensione obbligatoria dal lavoro […] e del trattamento economico relativo, durante i primi tre mesi successivi all'effettivo ingresso del bambino nella famiglia adottiva o affidataria". Tale diritto è esteso anche al padre.
Nel 1977 il movimento femminista avanzerà una proposta di legge di iniziativa popolare per la quale la violenza subita da una donna non sarà più considerata un "delitto contro la morale", ma un delitto contro la persona e ci sarà un netto rifiuto al delitto d'onore.
Ciò segnò una grande svolta perché cambiò in un certo senso la posizione della vittima agli occhi degli altri e eviterà episodi assurdi come quello di Franca Viola che si rifiutò di sposare il suo stupratore per un malinteso senso dell'onore. Altre battaglie condotte dal movimento femminista saranno per esempio quella per "legalizzare" l'aborto permettendo alle donne di poter scegliere, senza dover rischiare la vita (essendo infatti praticato legalmente solo all'estero, è naturale che esso risultasse alla portata solo di poche, lasciando le altre nelle mani di gente senza scrupoli che, pur di guadagnare due lire, commetteva dei veri e propri infanticidi mettendo a rischio anche la vita delle donne stesse).
Negli anni '80, quando le donne iniziano a chiedere una legge che stabilisca quali siano le condizioni per le pari opportunità, ci si rende conto che in effetti manca un organismo che si occupi della parità tra uomo e donna. Con il governo di Craxi viene quindi costituito un organo consultivo presso palazzo Chigi, la Commissione nazionale per la parità dei diritti, in cui vengono designate sia donne appartenenti ai partiti politici che altre, appartenenti alla società civile. Tuttavia, poiché la parità giuridica spesso non corrisponde alla parità di fatto, sono nati col tempo anche altri organismi istituzionali e figure di riferimento (Consulte regionali, Consigliere e Consiglieri di parità) con compiti di verifica e controllo della politica delle pari opportunità, ed è stato dato l'avvio ai programmi per la realizzazione di tale parità nel lavoro con la legge n. 125/91. Il Lazio ha eletto la sua prima consigliera di parità solo nel 1998.
Ci si inizia a rendere conto che la popolazione non vuole più tacere, vuole denunciare le discriminazioni, a partire dagli straordinari non del tutto retribuiti, alla permanenza nelle cosiddette "fasce di segregazione", all'organizzazione di corsi di formazione in zone troppo lontane dalle sedi di lavoro.
Si cerca quindi di eliminare le discriminazioni e a questo scopo nuove leggi vengono varate.
"Rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità" è l'obiettivo della legge n.125 del 10/04/1991 composta da 11 articoli.
Tale legge, nata con l'obiettivo di favorire l'occupazione femminile e di realizzare l'uguaglianza sostanziale fra uomini e donne nel lavoro, promuove iniziative dirette ad eliminare la disparità nella formazione scolastica e professionale, nell'accesso al lavoro, anche autonomo o imprenditoriale, nella progressione di carriera, soprattutto in settori tecnologicamente avanzati, nel favorire l'equilibrio fra responsabilità familiari e professionali. Delegati alla progettazione e realizzazione di tali iniziative sono il Comitato nazionale per le pari opportunità, le Consigliere e i Consiglieri di parità, i Centri per la parità e per le pari opportunità a livello sia nazionale che locale, le organizzazioni sindacali, i Centri di formazione professionale.
Nel testo si fa riferimento ai finanziamenti previsti per l'adozione di progetti di azioni positive, che rimuovano le discriminazioni, dirette e indirette, che vivono le donne nelle diverse fasi della vita lavorativa.. Le azioni positive possono essere attuate da imprese, cooperative, aziende pubbliche, sindacati, centri di formazione professionale e hanno la finalità di eliminare le discriminazioni che penalizzano le donne nell'accesso al lavoro, nell'avanzamento professionale e nella carriera, nel trattamento economico. È prevista l'inversione della prova, cioè dev'essere il datore di lavoro a dimostrare di non aver discriminato. I datori di lavoro condannati per discriminazione possono perdere agevolazioni ed essere esclusi dalle gare d'appalto pubbliche.
Si stabilisce che nei concorsi pubblici, e nelle forme di selezione attuate da imprese pubbliche e private, la prestazione richiesta deve essere accompagnata dalle parole "dell'uno o dell'altro sesso"; viene indicata a grandi linee la procedura per agire in caso di accertamento di discriminazione. Inoltre, viene istituito il Comitato nazionale per l'attuazione dei principi di parità di trattamento e di uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici, con compiti sia di informazione e sensibilizzazione, sia di controllo e verifica dei progetti di azioni positive. Non solo, vengono previsti Consiglieri e Consigliere di parità anche a livello provinciale, oltre che regionale: pubblici funzionari con l'obbligo di riferire i reati di cui vengono a conoscenza all'autorità giudiziaria.
Ad ogni azienda è infatti richiesto di presentare la situazione del proprio personale (quanti uomini e quante donne, in che livelli, il numero di licenziamenti, corsi di formazione, il numero di promozione, l'ammontare del salario, diviso per livelli e per sesso). Tale rapporto deve essere presentato entro il 30 novembre di ogni anno alle rappresentanze sindacali aziendali.
Non tutte le aziende comunque rispettano tale legge, consegnando il rapporto: la Fiat è una di queste. Come risolvere allora questo problema, se anche la Confindustria suggerisce, in maniera diretta o indiretta, a tali aziende di consegnare rapporti manomessi o con omissioni, perché l'unica cosa in cui potrebbero imbattersi è una misera multa di 800.000 lire?
Ciò che più conta, malgrado la passione di tante donne, malgrado le affermazioni di singole, è che, in Italia, la politica resta un fatto maschile. Lo resta nelle sue percentuali, ancora inferiori alle medie europee; lo resta nell'immaginario collettivo, anche perché l'informazione politica è portata a dare spazio alle donne spesso in modo folkloristico, attraverso il look e il pettegolezzo, anziché per la natura dei contributi espressi. Soprattutto, non è ancora convinzione comune che esistano, rispetto ai problemi più diversi, ragioni proprie delle donne che solo le donne possono rappresentare.
Il fatto è che la straordinaria avanzata delle donne nel secolo è segnata da due limiti.
In primo luogo le vittorie delle donne non sono state solo un effetto della loro iniziativa, della loro determinazione, ma anche della logica bruta dei processi di trasformazione e di contraddittori calcoli maschili, che hanno saputo servirsi del lavoro femminile, della acculturazione delle donne, della liberazione sessuale. E, in secondo luogo, la riflessione sulla trasformazione dei ruoli sessuali ha investito solo le donne, senza mettere sufficientemente a fuoco il ruolo maschile, se non in termini di reazione e di nuovo disagio.

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