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Le conseguenze della prima guerra mondiale e la nascita del fascismo

L’Italia firmando il Patto di Londra il 26 aprile 1915 non ipotizzò la disgregazione dell’impero asburgico ma solo il suo indietreggiamento, in modo da poter riacquistare le terre irredente. Per ciò nel patto l’Italia rivendicò Trento e Trieste e la Dalmazia (abitata prevalentemente da schiavi). Nell’ottobre del 1918 Fiume dichiarò di voler essere annessa all’Italia. Gli Italiani richiesero alla conferenza di Parigi, nonostante la disgregazione dell’impero asburgico, la Dalmazia e Fiume ma di fronte alla netta opposizione degli alleati (soprattutto Wilson), il 24 aprile 1919 gli italiani abbandonarono per protesta Parigi, con grande sostegno dell’opinione pubblica. A causa di ciò però l’Italia non ottenne né Fiume né la Dalmazia né tantomeno nessuna ex colonia austriaca in Africa e Medio Oriente. Cominciò allora a circolare grazie a D’Annunzio la formula della vittoria mutilata: nel settembre 1919 egli passò all’azione ponendosi a guida di 9000 soldati, per lo più ex arditi e ufficiali del ceto medio che vedevano in quest’impresa un’avventura supplementare opposta alla noiosità della vita, e conquistando Fiume.
Economicamente l’Italia aveva spese altissime e un debito pubblico elevato; ciò portò alla svalutazione della lira e a un rincaro dei generi importati dall’estero: carbone, petrolio e grano dato che la mobilitazione aveva portato al fronte soprattutto contadini abbassando notevolmente la produzione. Aumentò l’inflazione che colpì soprattutto i ceti medi: questi erano sempre più vicini per condizione ai proletari (che avevano limitato i danni grazie ai sindacati) da cui si sentivano ideologicamente lontani. A sempre più lavoratori i sindacati non bastavano: serpeggiava l’idea della rivoluzione socialista soprattutto perché il governo esitava a distribuire ai contadini le terre promesse al momento della disfatta di Caporetto per mantenere i fanti in trincea. I contadini occuparono a più riprese le terre in varie regioni, per lo più senza un’organizzazione se non in Padania e nelle Puglie. Nel gennaio 1919 nasce il Partito popolare italiano (PPI) con cui ritornarono i cattolici sulla scena politica italiana. Ciò si spiega col fatto che, data l’introduzione del sistema proporzionale che sostituì quello uninominale, i socialisti rischiavano di ottenere numerosi voti. Per evitare tale pericolo i cattolici, autorizzati dal Vaticano, costituirono il loro partito. A leader di questa formazione stava don Luigi Struzo che propose un partito aconfessionale e interclassista, non reazionario ma democratico e preoccupato delle esigenze dei ceti deboli e delle zone povere. A differenza del socialismo non teorizzava l’abolizione della proprietà e la dittatura di una classe sull’altra ma la pacifica composizione degli interessi delle varie classi. Seppur gli operai furono affascinati dall’esempio russo il partito,pur promettendo la rivoluzione, esortavano alla calma e non la organizzavano. Nel settembre del 1920 gli operai metalmeccanici occuparono 300 aziende dell’Italia settentrionale in risposta alla serrata attuata dall’Alfa Romeo: il partito negò ogni intento politico e la borghesia tornò a temere la minaccia rossa. Nonostante ciò il tutto si rivelò una disillusione per i lavoratori che ne uscirono disorientati e una nuova determinazione borghese a lottare contro i sovversivi. La rabbia della borghesia per questi fatti aumentò per le riforme promosse da Giolitti, tornato nel 1920: egli mantenne una posizione neutrale di fronte all’occupazione delle fabbriche, fece intervenire l’esercito a Fiume e abolì il prezzo politico del pane, introducendo alcune riforme quali la nominatività dei titoli azionari e l’aumento della tassa di secessione: ciò fece crescere il rancore della borghesia. Nel 1921 alle elezioni politiche anticipate Giolitti formò il Blocco Nazionale, unendo in una lista liberale e i nazionalisti (anche alcuni fascisti) cercando di mantenere una forza conservatrice che annullasse i socialisti, moderando allo stesso tempo l’emergente partito fascista. Nonostante la scissione con il PCd’I, il Psi ottenne la maggioranza: Giolitti non riuscì a impedire la minaccia socialista e nello stesso tempo diede legittimità al fascismo.


Questione socialismo: Benito Mussolini fu direttore dell’“Avanti!” dal 1912 al 14, sostenendo le posizioni più radicali del socialismo non contemplando alcun rapporto tra proletari e borghesi. Egli, influenzato dal filosofo francese Sorel, riteneva che i lavoratori dovessero essere sempre pronti per la rivoluzione e cercò di mantenere vivo il loro entusiasmo tramite il giornale. Fu lui per esempio l’organizzatore della “settimana rossa”, un’ondata di scioperi in Romagna e nelle Marche che portò a disordini, senza alcun risultato. Scoppiata la guerra il PSI si schierò contro l’intervento mentre Mussolini fondò “Il Popolo d’Italia” e si schierò per l’intervento, facendosi espellere dal partito. Tenne una linea politica del tutto nuova: si riallacciò all’idea di nazione prima disprezzata, capì dopo la sconfitta di Caporetto che la lotta di classe avrebbe portato al danneggiamento dello stato e l’esperienza Russa che causò miseria e morte lo spinse ad abbandonare l’idea rivoluzionaria a favore della borghesia imprenditoriale. Malgrado ciò non si era ancora distanziato dalla matrice socialista. Il 23 marzo 1919 Mussolini fondò a Milano i Fasci italiani di combattimenti, in opposizione sia allo stato liberale, sia al movimento socialista. Il programma fu esposto su “Il popolo d’Italia”: si ritrovano ancora elementi di sinistra mischiati a tendenze a valorizzare la nazione italiana nel mondo. Questo movimento fondava quindi i concetti di nazione e di socialismo finora incompatibili. All’inizio del 1920 questo movimento attraversò un momento di crisi: alle elezioni del 1919 ottenne pochissimi voti per lo più a Milano. Questo miscuglio di socialismo e nazionalismo non aveva ancora conquistato le masse volte al PSI e al PPI. La svolta del movimento si ebbe nel 1921 quando, cancellato anche il modello dannunziano, l’Italia conobbe una lunga stagione di agitazioni socialiste: da qui il fascismo accentuò la connotazione nazionalista abbandonando quella di sinistra, alleandosi con la borghesia. Il partito passò all’azione: fu incendiato l’Hotel Balkan a Trieste sede di associazioni slavofile, fu preso d’assalto il municipio di Bologna per impedire l’insediamento di una giunta rossa (10 morti); iniziò così lo squadrismo che investì dapprima la pianura padana e la Puglia, le regioni dove il movimento socialista era più radicato. Il fascismo strinse rapporti con i grandi agrari, desiderosi di vendicarsi dai disagi: fu finanziato dai grandi agrari e dal primo semestre del 1921 si organizzò in squadre d’azione che procedettero al metodico smantellamento dell’organizzazione politica e sindacale socialista (case del popolo, tipografie, sedi di riunione, uccidendo i dirigenti e le giunte rosse). La maggioranza dei membri di queste squadre erano persone del ceto medio che davano al fascismo una connotazione piccolo borghese: erano vittime dell’inflazione che, economicamente vicini al proletariato, avevano un gran desiderio di rivalsa. Erano per lo più giovani, spesso minorenni e vedevano le squadre come un’esperienza affascinante. I leader erano per lo più ex combattenti ufficiali. Grazie alla loro esperienza s’introdusse la violenza organizzata, di matrice bellica. Inoltre le camice nere vennero viste come alleati dalle forze dell’ordine che durante le aggressioni non intervennero a difesa dei socialisti, considerati come pericolosi sovversivi. Nel 1921 ci fu un aumento della violenza specialmente nella Venezia Giulia, in Padania, in Toscana e nelle Puglie: in tre mesi si ottennero 77 morti, grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine. Lo squadrismo era però acefalo, privo di una struttura gerarchica. Quando Mussolini firmò il patto di pacificazione nell’agosto del 1921 con la CGL e il PSI, proponendo la cessazione delle azioni squadristi che, i capi delle squadre d’azione, i ras, sconfessarono l’accordo negando l’autorità a Mussolini. Egli era primo tra i pari mentre le vere guide erano Balbo a Ferrar, Grandi a Bologna e Farinacci a Cremona. Mussolini rassegnò anche le dimissioni respinte poiché unica figura nota. Nel 1921 il Fasci si riorganizzarono nel Partito nazionale fascista.

Marcia su Roma: nel corso del 1922 Mussolini ottenne la fiducia di un numero crescente di membri dello stato, dell’esercito e del mondo economico: a tutti il fascismo parve come una sorta di cura necessaria capace di riportare l’ordine sociale. Tutti speravano di sfruttare il fascismo per i propri fini. Alla fine di ottobre del 1922 fu inscenata la Marcia su Roma: 14000 squadristi si accamparono in alcune località vicino alla capitale mentre nella maggior parte delle città italiane venivano occupate pacificamente le prefetture. Mussolini sapeva che il re stava ricevendo pressioni per formare un governo fascista nonostante la loro misera presenza parlamentare, evitando, di fatto, la risposta militare. Il re Vittorio Emanuele III non firmò lo stato d’assedio e il 29 ottobre 1922 conferì a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo.

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