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Fascismo come regime

Dopo la cosiddetta “Marcia su Roma” del 28 ottobre 1922, Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo.
Ottenuta la presidenza del Consiglio, Mussolini dichiarò di voler reprimere tutte le illegalità (“normalizzazione”), e per questo fine compose un governo di coalizione con esponenti del liberalismo, del Partito Popolare e dell’esercito.
Di fatto questa normalizzazione si affermò, ma le violenze squadriste continuarono indisturbate e il fascismo procedette nel progressivo sovvertimento delle istituzioni liberali, sistematicamente sostituite
con gli strumenti di un nuovo regime, quali il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia.
Nonostante il rilievo ormai assunto dal Mussolini, quest’ultimo non era esente dal pagare ingenti debiti ai suoi protettori mediante un lavoro di privatizzazione che non fece altro che vanificare le dure battaglie del Giolitti.

Alberto De Stefani, ministro delle finanze, attraverso l’inasprimento delle imposte dirette e il favoreggiamento delle classi più abbienti, creò le condizioni per un rapido sviluppo industriale. Intorno al 1923, il Duce si rese conto che, per portare a compimento l’instaurazione di un potere
sempre più dispotico, bisognava liberarsi del Partito Popolare e grazie all’aiuto apportato dalla destra cattolica i popolari vennero del tutto liquidati. Il fascismo aveva, poi, una rappresentanza assai inferiore alla Camera, rispetto ai consensi conquistati da ampi strati dell’opinione pubblica ed era ovvio che il Duce mirasse a sciogliere anticipatamente la Camera e a indire nuove elezioni.
In questa prospettiva il governo fece approvare la legge “Acerbo”, che prevedeva un largo premio (2/3 dei seggi) per la lista che avesse conseguito la maggioranza relativa dei consensi. Dopo lo scioglimento della Camera si assistette all’ufficializzazione delle elezioni il 6 aprile 1924. Le coalizioni protagoniste erano da una parte:
Listone liberal-clerico-fascista vs Socialisti del PSI e del PSU, Comunisti,
Popolari, Liberali democratici antifascisti,
Repubblicani e altri gruppi minori.
La campagna elettorale si svolse in un clima di sopraffazione sistematica delle opposizioni e i risultati, naturalmente, furono ultrafavorevoli al “listone” (60% dei voti e 356 seggi su 535 di cui si componeva la Camera). Questi risultati indicavano che il fascismo godeva di consensi assai ampi;
nonostante questo G. Matteotti, deputato del PSU, volle contestare la validità delle elezioni a causa delle violenze commesse dai fascisti nel periodo preelettorale (uccisione del candidato del PSI Antonio Piccinini, etc.).
Nel giugno dello stesso anno Matteotti venne ucciso da alcuni squadristi e ciò fece cadere le forti critiche dell’opinione pubblica sul fascismo, adesso sul punto di fallire (secessione dell’Aventino).
Mussolini riuscì però a riprendere il controllo della situazione, e il 3 gennaio del 1925 annunciò solennemente alla Camera che presto avrebbe tolto ogni spazio all’opposizione politica. Alle sue parole seguirono subito i fatti e in breve tempo l’opposizione venne liquidata mediante una serie di
provvedimenti di polizia.
L’edificazione dello stato fascista totalitario si fece da quel momento più rapida e decisa: scuola e organizzazioni giovanili fondate a questo preciso scopo divennero mezzi per sottoporre le nuove generazioni a un sistematico indottrinamento. La riforma di Giovanni Gentile riservò ai figli delle
classi meno abbienti scuole di semplice addestramento al lavoro e dedica particolari cure ai licei, dai quali sarebbe dovuta uscire la nuova classe dirigente (i giovani privilegiati di questi licei vennero a contatto con le più alte espressioni filosofiche, artistiche, letterarie e scientifiche della cultura europea e italiana).
Tra il febbraio e il settembre del 1926 due disposizioni di legge sostituirono i sindaci e i consigli comunali, elettivi, con i “podestà” e le “consulte”, di nomina governativa. Inoltre vennero proibiti scioperi e serrate. Nell’aprile del 1927 il Gran Consiglio del Fascismo approvò una “Carta del Lavoro” che sancì la nascita del cosiddetto “Stato corporativo”; questa carta dichiara che la nazione è “un’unità morale, politica e economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista”.
Delineato tra il 1926 e il 1927, lo Stato corporativo fu attuato giuridicamente nel 1934 con l’istituzione di 22 Corporazioni, grazie alle quali le rappresentanze delle categorie economiche avrebbero sostituito le superate rappresentanze politiche del vecchio liberalismo (alla Camera dei
deputati subentrò una “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”, costituita dai componenti del ”Consiglio Nazionale del PNF” e del “Consiglio Nazionale delle Corporazioni”).
Dopo un tentativo di attentato ai danni del Duce, in Italia venne a crearsi una nuova ondata di violenze. A questa seguì una serie di provvedimenti politici:
- introduzione della pena di morte
- confino di polizia
- Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Nonostante l’affermazione del totalitarismo fascista e la propaganda della mistica fascista attuata da scuole apposite, in Italia, non tutti mostravano approvazione verso la tendenza che si divulgava in questi anni, infatti, gran parte della popolazione mostrava una certa indifferenza verso la pseudoreligione nazionalistica che il fascismo voleva imporre. Ciò non volle significare che la maggior parte dell’Italia combatteva contro il Fascismo, anzi era solo un’esigua élite, costretta alla clandestinità e all’esilio, a condurre lotte contro questo regime, anche se con scarsi risultati (“fuoriuscitismo”).
Tra l’opposizione, per quanto riguarda sempre la politica, spiccava anche il Partito Comunista, che nonostante la sua organizzazione clandestina, mantenne dei contatti in Italia, cercando di recuperare “quei fratelli in camicia nera che si erano lasciati abbagliare dallo scenario demagogico del

fascismo”. Per quanto concerne il campo culturale, occorre ricordare che in Italia, il dissenso degli intellettuali contro il fascismo non cessò mai, e di particolare rilevanza a tal proposito fu l’opera di Benedetto Croce, che esaltò l’autonomia di giudizio e la dignità morale.
All’intenzione di Mussolini di costruire uno stato totalitario si oppose anche la Chiesa. Tra Cattolicesimo e Fascismo non poté mai crearsi un rapporto per divergenze di principio, ma nonostante questo la condotta fascista non fu ostacolata dalla gerarchia ecclesiastica soprattutto per
l’atteggiamento benevolo e conciliante del papa Pio XI.
Con la Chiesa, contro la quale il ricorso alle violenze squadriste rischiava d’essere troppo pericoloso, il duce venne a un compromesso, e nel febbraio del 1929 firma con i rappresentanti della Santa Sede i “Patti Lateranensi”, in virtù dei quali lo Stato italiano riconobbe la piena
sovranità del papa sulla Città del Vaticano, e il papato, a sua volta, riconobbe senza riserve la legittimità del Regno d’Italia. Fra Chiesa e Stato si stipulò inoltre un Concordato secondo cui:
- la Chiesa ha la più assoluta libertà nell’esercizio delle sue funzioni religiose e spirituali
- libertà di comunicazione tra gli ecclesiastici
- lo Stato si impegna ad usare speciali riguardi nel caso di procedimenti penali contro gli
ecclesiastici
- l’Italia s’impegna a considerare come fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica
l’insegnamento della dottrina cattolica.

Per quanto riguarda l’economia italiana, il problema della svalutazione della lira, già visto negli anni precedenti, non fu risolto nonostante le mosse finanziarie del De Stefani.

Il governo però non stette con le mani in mano e sostituì il De Stefani con Giuseppe Volti, che decise di difendere la lira mediante manovre monetarie di contenimento delle importazioni che comportarono il cosiddetto traguardo di “quota novanta”, così definito perché portò il cambio con la sterlina a poco più di 90 lire. Con questa condotta economica coloro che ebbero la peggio furono proprio i salariati che dovettero lavorare in maniera più intensa e con uno stipendio sempre più ridotto, affinché la lira riassumesse il suo valore e l’Italia conservasse la sua competitività internazionale.
Con la crisi del 1929, la politica economica fascista entrò in una nuova fase, connotata da un sempre più massiccio intervento dello stato nelle attività produttive e finanziarie.
Con la crisi delle banche ci si impegnò nella fondazione dell’”IMI” (Istituto Mobiliare Italiano) che subentra alle banche nella fornitura di crediti per le industrie e soprattutto per le grandi aziende.
Si realizzò una vera e propria concentrazione capitalistica in questi anni, che vide la nascita di potenti “Trust” delle industrie idroelettriche e degli zuccherieri. Tale processo facilitò la formazione di complessi industriali di grandi dimensioni.
Nel gennaio del 1933 venne fondato anche l’”IRI” (Istituto per la Ricostruzione Industriale) che, grazie al denaro dei contribuenti, sostenne le industrie siderurgiche, cantieristiche e meccaniche. Meno massicci furono gli interventi dello Stato nel campo dell’agricoltura, in cui si assisté alla “battaglia del grano”, rivolta a diminuire l’importazione di grano. Ciò si rivelò però dannoso per il
mercato interno, in quanto i prezzi nostrani erano molto più elevati rispetto a quelli internazionali, e ne fecero le spese le classi meno abbienti, che comprimendo i consumi determinarono un forte svantaggio anche nei confronti dello sviluppo generale della produzione.
Altri interventi statali furono attuati nel 1928, quando si cercò di riparare terreni, reti e altre opere fondamentali, attraverso un grande programma di bonifiche.
I risultati ottenuti non furono negativi, nonostante le difficoltà, anzi il fascismo diede un particolare impulso ai lavori pubblici, sviluppando la rete stradale, autostradale e ferroviaria e incrementando l’edilizia pubblica (municipi, poste, scuole, etc).
Traguardo fondamentale della politica economica fascista fu la cosiddetta “autarchia”, ossia quell’autosufficienza nel più gran numero possibile di settori produttivi, e specialmente nel settore della difesa, che il regime ritiene premessa necessaria per le proprie dichiarate finalità
imperialistiche. Infine occorre dire che altro elemento tipico del sistema fascista fu la “politica demografica”, promossa dal duce nella convinzione che una popolazione più numerosa avrebbe comportato una maggiore potenza produttiva e militare.

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