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Il fascismo al potere

La marcia su Roma(1922) segnò l’inizio di un governo di coalizione, con rappresentanti sia liberali sia del Partito cattolico. Le forze popolari ritenevano che, giunto al potere, il fascismo avrebbe perso il suo carattere violento. Ma a dicembre Mussolini chiese alla camera i pieni poteri e li ottenne, perché molti parlamentari moderati erano convinti che, risolti i più gravi problemi finanziari e sociali, egli avrebbe lasciato il governo. Nel 1923 istituzionalizzò la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale: il provvedimento sembrò rispondere all’esigenza di tenere a freno le squadre fasciste, inserendole in una struttura istituzionale. Mussolini si servì dei pieni poteri per adottare una serie di misure dirette e ridurre l’intervento dello stato nella vita economica e a ottenere il sostegno del suo governo sia da parte del mondo degli affari sia da parte dei lavoratori. Ai primi concesse privatizzazioni e sgravi fiscali mentre ai secondi la fissazione per legge della lunghezza della giornata lavorativa in otto ore.

Nel 1923 venne promulgata la legge Acerbo che assegnava i due terzi dei seggi alla lista che avesse riportato la maggioranza relativa dei voti. I ministri del partito popolare si dimisero e Mussolini, allora, per controbilanciare la loro uscita dal partito, cercò di stringere rapporti più diretti con le gerarchie ecclesiastiche. Nel 1924 si svolsero nuove elezioni sulla base della legge Acerbo. Il listone fascista vinse. L’opposizione denunciò brogli e violenze e in questa denuncia fu particolarmente attivo il deputato Giacomo Matteotti, che il 10 giugno fu rapito da un gruppo di fascisti e ucciso. La scomparsa di Matteotti suscitò un’ondata di indignazione che rischiò di travolgere il governo, ma Mussolini riuscì a superare la crisi sia per il sostegno che ricevette dal re, sia per l’incapacità dei deputati dell’opposizione di svolgere una decisa azione antigovernativa. La loro protesta, definita dell’Aventino si limitò all’abbandono del Parlamento. Il 3 gennaio 1925, Mussolini pronunciò alla Camera un discorso, in cui si assumeva la paternità politica dell'omicidio Matteotti: in tal modo ottenne ancora una volta il sostegno delle forze moderate e conservatrici, le quali continuavano a credere che il fascismo avesse svolto un’utile funzione, battendo la sinistra. Il discorso del 3 gennaio fu il segnale della svolta verso la dittatura. Il passaggio alla dittatura avvenne attraverso una serie di decreti amministrativi: venne soppressa la libertà di stampa e vennero sciolte le associazioni politiche considerate più pericolose. Inoltre Mussolini cambiò anche il sistema amministrativo in quanto i Sindaci, i Prefetti e i Presidenti di provincia, non vennero più eletti dal popolo ma direttamente da Mussolini e fece approvare dal Parlamento una serie di leggi, definite fascistissime, per rafforzare i poteri del governo e soprattutto del Presidente del Consiglio, che fu chiamato capo del governo e non fu più indicato dai partiti che avevano la maggioranza nel Parlamento ma fu nominato direttamente dal re. Mano a mano tutte le libertà costituzionali furono soppresse.
Nel 1926 fu istituito il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, che costituì il principale strumento del regime per la repressione giudiziaria. Mussolini cercava comunque di prevenire più che reprimere. Con questo scopo egli istituì la censura e anche una polizia politica segreta chiamata OVRA (Organizzazione per la Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo). L’OVRA serviva a individuare le zone di malcontento sociale e le persone che potevano costituire un pericolo, in modo che il governo potesse intervenire tempestivamente. Si diffuse così il fenomeno del fuoriuscitismo: quelli che non potevano più operare in Italia andavano all’estero e soprattutto in Francia come Salvemini, don Luigi Sturzo, i fratelli Roselli e Gramsci.
Mussolini introdusse anche alcune riforme istituzionali. Nel 1928 fece approvare una legge che trasformò in un organo istituzionale il Gran Consiglio del Fascismo, che fino a quel momento era stato soltanto un organo di partito. In teoria esso aveva ampi poteri ma in pratica quei poteri risultarono molto limitati, perché Mussolini impedì che il Gran Consiglio potesse assumere iniziative autonome. Sempre nel 1928 fu approvata una nuova legge elettorale che toglieva ogni carattere di democraticità alle elezioni. Gli elettori, infatti, avrebbero dovuto votare soltanto per una lista formata da candidati proposti da organizzazioni fasciste e convalidate dal Gran Consiglio. Nel 1926 Mussolini aveva promulgato delle leggi sindacali che vietavano lo sciopero. Dopo il 1926 Mussolini istituisce delle organizzazioni (corporazioni) e i datori di lavoro e i lavoratori venivano riuniti all’interno di queste organizzazioni per collaborare: i vari conflitti di lavoro dovevano essere risolti in nome del superiore interesse dello Stato. Nel 1939 la Camera dei Deputati fu sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, formata dai membri del Consiglio Nazionale del Partito Fascista e del Consiglio Nazionale delle Corporazioni. Poiché il Senato era di nomina regia, fu così tolta al popolo ogni facoltà di eleggere i suoi rappresentanti. Nella dittatura fascista fu consentita la presenza di un unico partito. Mussolini considerava il partito come uno strumento di potere personale e non gli concesse mai una vera autonomia di governo, che era nelle sue mani. Inoltre non mise mai alla testa del PNF uomini dotati di forte personalità, che potessero in qualche modo fargli ombra. Preferì accentrare tutti i poteri nel governo e governò l’Italia più attraverso i prefetti e la burocrazia che attraverso i federali e gli alti funzionari del partito. Al PNF furono affidati i compiti prevalentemente propagandistici e assistenziali.
Nel 1925, col Patto di palazzo Vidoni, la Configurazione Generale dell’Industria riconobbe come soli legittimi rappresentanti dei lavoratori i sindacati fascisti. In tal modo fu soppressa la libertà sindacale e i lavoratori non poterono più ricorrere allo sciopero. Per la stipulazione dei contratti di lavoro collettivi furono formate associazioni di categoria.
Mussolini introdusse una serie di leggi a favore dei lavoratori ma si trattò di uno strumento propagandistico. Una delle prime concessioni del governo fascista fu la limitazione a otto ore della giornata lavorativa, ridotte in seguito a quattro per il sabato. Negli anni seguenti fu riordinato il sistema di previdenza sociale, con l’istituzione dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, per l’invalidità e la vecchiaia, per gli infortuni sul lavoro e contro la disoccupazione involontaria. Nel 1933 nacque l’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale (INFPS). Nel 1925 fu creata l’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia (ONMI). Nelle intenzioni di Mussolini l’OMNI, assistendo le madri, avrebbe dovuto contribuire soprattutto a rendere sane e forte la razza italiana. Inoltre nel periodo che va dal 1922 al 1926 viene attuata, in campo economico, una politica liberista. Il ministro delle finanze era De Stefani che attuò una serie di iniziative favorevoli alla libera iniziativa in campo economico attraverso prestiti, facilitazioni fiscali, abolizione delle imposte sui profitti di guerra. Nel 1925 la politica economica fu completamente capovolta e l’economia cominciò a dipendere dalla politica. Nel 1926 Mussolini decise di rivalutare la lira rispetto alla sterlina, facendo corrispondere il valore di una sterlina a 90 lire (la cosiddetta quota novanta). Ne derivò una deflazione che favorì le importazioni di materie prime per l’industria ma danneggiò le esportazioni agricole.
In questi anni inoltre ci furono due importanti iniziative:
La bonifica integrale che consisteva nella bonifica dell’area pontina;
La battaglia del grano volta a introdurre la coltivazione del grano per aumentare la produzione dei cereali in modo da non dover più acquistare il grano all’estero. Queste due iniziative servivano anche a eliminare la disoccupazione.
Nel 1926 cominciano a emergere i primi segni di una recessione in campo economico e per questo Mussolini passa da una politica liberista al dirigismo in campo economico. Un altro aspetto innovativo del regime fascista fu l’organizzazione del tempo libero. Mussolini capì che la cultura, il cinema, la radio, la scuola erano fondamentali. Iniziò così a organizzare il tempo libero attraverso organismi che inquadravano la popolazione come l’Opera Nazionale Dopolavoro (OND), che organizzò il tempo libero degli italiani, consentendo, anche ai meno agiati, piccoli lussi che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili: dalle gite agli spettacoli teatrali. In questo modo fu possibile per Mussolini ottenere il consenso di gruppi e strati operai.
Il Dopolavoro può essere considerato come uno strumento di nazionalizzazione delle masse ma per Mussolini la nazionalizzazione aveva come scopo quello di formare un nuovo tipo di Italiano. Vennero create anche l’Opera Nazionale Balilla (OND) e la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) che davano ai ragazzi un addestramento paramilitare.
Nel 1929 Mussolini, che già negli anni precedenti aveva attenuato il suo iniziale anticlericalismo, firmò i Patti Lateranensi (un elemento ancora presente nella nostra Costituzione). Infatti subito dopo la conquista del potere, Mussolini aveva cominciato ad avvicinarsi alla Chiesa sul piano politico. Nella seconda metà degli anni venti i rapporti tra le gerarchie ecclesiastiche e Mussolini erano diventati più stretti.
I Patti Lateranensi, firmati nel 1929, procurarono al fascismo il sostegno di vaste masse cattoliche. Essi erano formati da tre parti:
Un trattato;
Un concordato;
Una convenzione finanziaria.
Con il trattato lo Stato italiano riconobbe la sovranità del Papa sui territori del Vaticano e il Papa riconobbe lo Stato italiano con capitale Roma.
Con il concordato la Chiesa accettò che i Vescovi giurassero fedeltà allo Stato e che i confini della diocesi coincidessero con quelli della provincia; in cambio lo Stato riconobbe la validità civile dei matrimoni celebrati dalla Chiesa, introdusse nelle scuole l’insegnamento della religione cattolica e si impegnò ad allontanare dai pubblici uffici i sacerdoti che fossero stati colpiti da censura ecclesiastica. Nel concordato fu riconosciuta la liceità dell’attività svolta dall’azione cattolica purché non sconfinasse sul terreno della politica.
La convenzione finanziaria stabiliva un risarcimento economico che lo Stato italiano si impegnava a restituire alla Chiesa, in qualità di indennizzo per i territori sottratti.
Il Papa vive bene questo grande evento, definito della Conciliazione e in onore a questa conciliazione viene intitolata la strada Via della Conciliazione, che univa il Vaticano col Tevere. Inoltre Mussolini venne salutato dal Papa come uomo della provvidenza.
Mussolini voleva radicare nella coscienza degli italiani il senso di appartenenza alla nazione e nella sua ideologia solo la guerra poteva rendere grande un popolo. Inoltre capì che per crearsi una solida base di consenso doveva introdurre il controllo dei mass media e ottenere il consenso degli intellettuali: a Mussolini interessava soltanto che essi approvassero i principi ideologici del fascismo, per il resto li lasciava liberi di seguire le tendenze culturali che preferivano. Mussolini si adoperò affinché fosse lo stesso governo a farsi promotore di grandi opere collettive, così da diventare organizzatore e finanziatore dell’attività culturale. In questo campo il fascismo ottenne i maggiori successi con la pubblicazione dell’Enciclopedia ****. I grandi organizzatori della cultura di quegli anni furono Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe. Per la formazione culturale dei giovani fu molto importante la riforma della scuola attuata da Gentile nel 1923, con l’introduzione dell’esame di Stato (che consentì il controllo pubblico sull’insegnamento privato) con due materie scritte e due orali. La riforma impose alle scuole elementari un testo unico e i professori per insegnare dovevano avere il certificato di buona condotta (cioè di fedeltà al fascismo). Infatti i professori universitari furono obbligati a prestare giuramento di fedeltà al fascismo e solo 12 su 1300 rifiutarono. Inoltre i provvedimenti legislativi voluti da Gentile prevedevano, dopo la scuola elementare (della durata di 5 anni) diversi canali scolastici, concepiti come corsi paralleli di diversa durata e senza possibilità di passaggio da uno all’altro.
Per quanto riguarda la politica estera, per alcuni anni Mussolini attuò una politica prudente e pacifista, auspicando la revisione del trattato di Versailles. Nel 1927 il governo fascista diede inizio ad una politica più attiva nell'Europa centrale e nell'area balcanica, stabilendo buoni rapporti con Ungheria, Albania e Romania. Peggiorarono invece i rapporti con la Francia, che erano già tesi. In compenso, però, Mussolini cercò di migliorare le relazioni con la Gran Bretagna, dove i conservatori guardavano ancora con simpatia all’azione che il governo fascista aveva svolto in Italia contro la sinistra. Inoltre il governo fascista cercava uno sbocco alla pressione demografica attraverso la riconquista della Libia, dove, a causa di una guerriglia, il territorio su cui il dominio italiano poteva essere esercitato con sicurezza si era notevolmente ridotto. La lotta contro la guerriglia si concluse con successo. Era intenzione di Mussolini trovare in Libia terre da coltivare, per i contadini italiani, che non ne avevano a sufficienza in Italia.
Un altro aspetto importante della politica fascista fu la politica demografica, perché secondo Mussolini il futuro era dei popoli fecondi. Con questa politica demografica si prefiggeva di incrementare le masse e si trovava d’accordo con la Chiesa (la vita matrimoniale serviva per creare la nuova generazione). Sul piano pratico, il governo concesse aiuti finanziari ai giovani che si sposavano e penalizzò i celibi (fu infatti imposta la tassa sul celibato). Le madri prolifiche (che avevano almeno 7 figli) ricevevano un premio di 5000 lire e un’assicurazione. Alle famiglie numerose erano concessi anche altri privilegi. La demografia assunse per la prima volta un significato politico.

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