Mongo95 di Mongo95
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Epoca dell’oro, sviluppo in tutti i campi, benessere diffuso. Questa situazione però nascondeva il vero stato di salute dell’Europa, segnato da grandi tensioni interne e internazionali.
Il nazionalismo veniva esplicato in modo esasperato (revanscismo francese contro la Germania per Alsazia-Lorena ed irredentismo italiano nei confronti dell’Austria). La geografia economica era cambiata: il “centro” e all’avanguardia (Gran Bretagna, Germania, Europa occidentale), le “periferie” sono depresse e sottosviluppate (Europa orientale, Russia, Penisola Balcanica). C’erano inoltre Stati in via di sviluppo (Italia settentrionale, Boemia, Moravia, zone della Russia).
Le alleanze si dividevano in Triplice Alleanza (Italia, Germania e Austria-Ungheria), voluta da Bismark nel 1882 per mantenere l’assetto politico europeo equilibrato, rivista poi nel 1891; e la Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia), nata nel 1907.
La Germania è in forte crisi di identità. Sentiva di non avere abbastanza visibilità internazionale in relazione a quella che era la sua effettiva potenza. Cioè venne enfatizzato dalla nascita dell’Intesa, che causò una vera e propria “sindrome da accerchiamento”. Appare evidente nelle “crisi marocchine”:

Berlino interpretava in chiave antitedesca gli accordi tra Inghilterra e Francia in Africa. Quindi, nel 1905, il Kaiser si reca a Tangeri per offrire protezione al sultano, affermando il bisogno di difendere i propri interessi in Marocco. Ma questa terra era già nella sfera di influenza francese, che quindi, con l’appoggio inglese, trasforma in un protettorato. Guglielmo II è quindi costretto a fare un passo indietro.
Nel 1911 avviene una seconda crisi. Il sultano chiede aiuto alla Francia per sedare rivolte tribali. Il Kaiser allora arriva con una corazzata e si offre per difendere i suoi interessi commerciali. Ma la Francia lo costringe a ritirarsi. La Germania ne esce psicologicamente molto provata.
È in atto una grande corsa agli armamenti da parte di tutte le potenze europee. La Germania vuole rubare il dominio marittimo alla Gran Bretagna.
Tra il 1904 e il 1905 si assiste ad un conflitto tra Russia e Giappone, che segna uno dei primi casi di guerra moderna ed industriale, oltre che un segnale della crescente potenza del Giappone. Il ballo c’era il controllo della Manciuria e della Corea, e se lo aggiudicò il paese nipponico.
In Russia, questa sconfitta indebolisce ulteriormente la già critica situazione socio-politica. A Pietrogrado quindi si giunge alla cosiddetta “domenica di sangue”: parecchi manifestanti davanti al Palazzo d’Inverno, sede dello zar, vengono aggrediti dalle guardie. Sono oltre 100 le vittime. Le violenze e insurrezioni iniziano a diffondersi in tutto il paese (per esempio l’ammutinamento della corazzata Potemink), finchè non vengono istituiti i soviet, cioè consigli eletti di operai. Nascono anche partiti socialdemocratici, che cercarono di dare una linea politica agli insurrezionisti. Lo Zar Nicola II allora concede loro la Duma, il Parlamento, che però ma riuscì a realizzare qualcosa di concreto. Infatti il suo primo ministro Stolypin spesso interrompe i lavori, forse influenzato dallo zar. Viene realizzata una riforma agraria, che prevedeva l’eliminazione delle comunità di villaggio a favore dell’obscina: ognuno avesse ciò di cui aveva bisogno per la sopravvivenza.
Tra i vari scontri si ricorda il conflitto anglo-boero in Africa meridionale. I boeri (afrikaner) erano i discendenti degli antichi coloni olandesi, che non accettavano il dominio britannico sulle loro terre: Transvaal e Orange. Ma faceva gola anche il controllo delle ricchissime miniere d’oro e di diamanti.
Nei Balcani, il nazionalismo e l’imperialismo diedero il via a molti conflitti. Si trattava di una terra crocevia, sempre schiavizzata dalle grandi potenze. Le diverse etnie erano sempre state in lotta. Soprattutto tra Serbi e Croati. I primi, ortodossi, volevano unire tutti gli slavi in un'unica terra (panservismo). I secondi, cattolici, volevano unire le etnie croate (pancroatismo). Austria e Russia avevano entrambe interessi.
Fino al 1903 l’Impero Asburgico riuscì a tenere sotto controllo la Serbia, che era filo-russa, vedendovi un paese alleato nel suo progetto. Ma la situazione precipita e nel 1912 si arriva alla Prima Guerra Balcanica: Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro, con appoggio Russo, dichiarano guerra all’Impero Ottomano e trionfano.
Nel 1913, non essendoci accordi su come spartirsi le terre, scoppia un secondo conflitto: Serbia e Grecia affrontano la Bulgaria, sostenuta dall’Austria, e la vincono. Si spartiscono quindi la Macedonia, ma le tensioni rimangono.

In Italia si vive una vera e propria crisi di fine secolo, sia politica che sociale. La svolta autoritaria viene evitata dal Parlamento e dallo statista Giovanni Giolitti. Egli aveva un’idea nuova di come governare il Paese, al punto che all’inizio del Novencento si assiste ad un decollo industriale, che però si costituisce anche di profonde linee di frattura: la distanza Nord-Sud aumentava; il governo era l’espressione di una ristretta classe liberale, a fronte di un popolo cattolico e di un’opposizione socialista sempre più forte. L’identità nazionale stessa pareva debole ed incompiuta. Giolitti quindi deve preoccupasi di governare la modernizzazione italiana evitando al tempo stesso l’inasprirsi delle sue inevitabili tensioni.
La sua idea è di liberalismo progressista: alleanza sociale tra le forze produttive moderne del paese (cioè borghesia industriale e la classe operaia); rafforzare il parlamento, integrando nelle istituzioni anche i socialisti, trovando però anche un accordo con i cattolici. A ciò si vuole unire una politica di riforme e un ampliamento del diritto di voto. I governi di Giolitti mantennero sempre una posizione di neutralità di fronte ai conflitti sindacali. Venne varata una legislazione sociale che tutelava il lavoro delle donne e dei bambini, migliorava l’assistenza infortunistica e pensionistica. C’è anche una nuova legge scolastica (allo stato spettava garantire istruzione elementare).
Vengono ideate anche legislazioni speciali in favore del Mezzogiorno, ma sono di poco successo: la grande industrializzazione aveva fatto crescere il PIL del 70%, ma era debole al Sud. Anche imprenditori stranieri provarono a far qualcosa, ma, data la mancanza di manodopera specializzata, da Napoli si spostarono presto a Milano. Si vuole dare sprono all’industria automobilistica. Nel 1910 nasce l’Alfa. Nel 1899 a Torino, per mano di Agnelli, era stata realizzata una fabbrica che nel 1906 prende il nome di FIAT. In un anno sono circa 1000 i veicoli prodotti.

Ma si è molto lontani dalle quote produttive americane di Henry Ford. Egli, di umile origine, aveva lavorato fino a 16 anni in una officina meccanica, fino che riuscì a creare il quadriciclo a benzina. Grazie a questa sua idea diverrà poi noto come colui che ha “motorizzato le masse”. Raggiunse il successo grazie alla catena di montaggio, meccanismo che abbassò i tempi di produzione da 12 ore a 90 minuti. Più produzione ad un prezzo più basso. A teorizzare questo sistema fu l’ingegnere Taylor, con l’idea di eliminare i tempi morti. È la “scienza del lavoro”. Gli operai vengono scelti con metodo, affinché abbiamo determiante caratteristiche. Molte sono però le critiche: l’organizzazione del lavoro spettava sempre alla direzione, mentre l’esecuzione alla manodopera. Più che altro è una “scientificità della direzione del lavoro altrui”. La catena di montaggio, per la sua meccanicità, ripetitività e specializzazione è un forte veicolo di alienazione, con la produzione di un prodotto che è al di là delle possibilità economiche dell’operaio stesso. I rapporti tra operaio e diretto sono reificati, non personali.
Comunque, la creazione del “Modello T” è un successo. Ford capì che per vendere di più era importante la pubblicità, ma anche il sistema di vendite rateali. I salari poi vengono aumentati, così che gli operai vengano trasformati in possibili acquirenti.

L’eta giolittiana è caratterizzata anche da un grande flusso emigratorio (600mila italiani ogni anno), caratterizzato soprattutto da meriodionali, che lasciavano il paese per cercare fortuna all’estero. L’industrializzazione causa anche grande sradicamento culturale-sociale e spopolamento delle campagne.
Nel 1904 si arriva quindi al primo sciopero generale, per protesta contro la durezza con cui venivano stroncate le lotte contadine nel Meridione.

Inizia diffondersi anche un movimento sociale cattolico (le “leghe bianche”), dato che la borghesia religiosa cattolica era sempre più inserita nello sviluppo economico del paese. L’impegno politico (nonostante il “non expedit” formulato dal pontefice dopo il 1870) è sempre maggiore, e tendenzialmente al fianco dei liberali. Giolitti quindi, con il suo pragmatismo, arrivò a stipulare degli accordi elettorali tra liberali e cattolici, per arginare le forze socialiste.
Si diffondono pian piano idee nazionaliste, con la proposta di un progetto di trasformazione della società italiana: la borghesia imprenditoriale doveva lanciarsi nella competizione economica internazionale. Alle masse popolari viene proposta un’idea di nazione come organismo unitario. Uno Stato forte ed imperialista, che fosse capace di affermare i diritte dell’Italia “proletaria” sfruttata e umiliata dalle nazioni ricche e potenti. Si doveva iniziare un’espansione coloniale per attestare la propria potenza.
La guerra si materializza nel 1911 con la conquista della Libia. Giolitti riteneva necessaria questa impresa per tutelare gli interessi strategici del paese e consolidare la sua posizione politica. La stampa ebbe un ruolo decisivo nel creare un’opinione pubblica favorevole. La guerra fu più ardua del previsto e si concluse nel 1912, con il trattato di Ouchy: l’Impero Ottomano concedeva all’Italia Tripolitania e Cirenaica. Modesti però i vantaggi economici.
Una conseguenza fu anche la crisi del Partito socialista. Al Congresso di Reggio Emilia del 1912, i favorevoli alla guerra vennero espulsi. I massimalisti/rivoluzionari antigovernativi iniziano a prevalere sui riformisti.
Prima delle elezioni, i Parlamento decide per concedere il suffragio universale maschile. Liberali e Cattolici stringono un accordo, il Patto Gentiloni, che decretava l’appoggio cattolico a Giolitti in chiave antisocialista. Nelle elezioni del 1913 quindi i liberali si imposero, grazie appunto all’influenza cattolica sui contadini.
Ma il sistema giolittiano è ormai in crisi, in un paese in cui lo scontro sociale è sempre più acuto: nel 1914, di fronte ad una crisi del governo, Giolitti si dimette preventivamente sperando di poter poi riprendere il suo posto.
Ma non accade: l’incarico lo prende il liberale Salandra. Darà il via ad una forte repressione dei conflitti sociali, culminati nella “settimana rossa” (giugno 1914).

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