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L'età giolittiana

La vita politica italiana dei primi due decenni del XX secolo è dominata dalla figura di Giovanni Giollitti.
Piemontese, liberale ed esperto di problemi amministrativi, egli è il primo statista italiano che cerca di conciliare le esigenze delle classi elevate con quelle del proletariato agricolo ed industriale. All'inizio del suo governo deve subito affrontare il primo grande sciopero generale della storia del nostro paese. Giolitti non interviene a reprimere le dimostrazioni, come invece vorrebbero i borghesi e la destra, ma lascia che lo sciopero si esaurisca per inidire nuove elezioni. I liberali si rafforzano mentre la sinistra perde i consensi. Questo successo gli permette di varare profonde riforme sociali, politiche ed economiche che favoriscono lo sviluppo industriale ed il rafforzamento della moneta italiana sul mercato internazionale.
Se l'industria riceve enormi benefici dai governi guidati da Giolitti, il mondo agricolo al contrario, pur migliorando la produzione, non risolve problemi di fondo che provocano gravi tensioni sociali, specie tra le classi meno abbienti. Dal sud dell'Italia e dal Veneto, infatti, gran parte dei contadini poveri è costretta ad emigrare nelle Americhe. Ed è roprio dal Sud che vengono le critiche più aspre nei confronti di Giolitti.
Salvemini e Sturzo lo accusano addirittura di essere il ministro della malavita e di servirsi della mafia per ottenere voti.
Il maggior esponente socialista, Filippo Turati, invece, guarda Giolitti con benevolenza per il suo riformismo e per il suo rispetto verso le regole democratiche. Turati viene addirittura invitato dal presidente del consiglio a far parte del governo, ma questi rifiutò dal momento che la maggior parte dei socialisti (soprattutto i massimalisti favorevoli alla rivoluzione) era contraria a partecipare ad una governo guidato dai liberali.
In politica estera Giolitti cerca di staccarsi dagli impegni contratti con Austria e Germania per avvicinarsi a Francia ed Inghilterra. Nello stesso tempo tenta, spinto dalla destra, di partecipare all'espansione coloniale occupando la Libia. Questa viene conquistata dopo la guerra vinta contro la Turchia, ma non si rivela un buon affare economico.
La guerra di Libia rappresenta un successo soltanto per il nazionalismo, giovane movimento politico antidemocratico ed antisocialista favorevole ad un'Italia come grande potenza imperialistica.
Mentre i nazionalisti guadagnano simpatie presso la borghesia, all'interno del partito socialista si rafforza la corrente massimalista, in cui milita Benito Mussolini.
Nonostante il calo di consensi a destra e sinistra, Giolitti vara un'importantissima riforma: il suffraggio universale maschile, grazie al quale possono votare circa dieci milioni di italiani. Le prime elezioni dopo la riforma vedono l'avanzata dei socialisti, ma vedono anche l'ennesima vittoria dei liberali giolittiani, i quali però vincono grazie ad un accordo con i cattolici, il cosidetto Patto Gentiloni. Giolitti dunque la spunta, ma è costretto a lasciare il governo perchè non riesce a trovare alleati.
Gli succede un governo di destra che deve tuttavia fare subito i conti con le manifestazioni socialiste che scoppiano in tutta Italia.

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