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La conquista della Libia e le conseguenze

In seguto alla politica imperialistica dei paesi europei, nel 1911 anche il Marocco venne conquistato dalla Francia, e Giolitti dovette affrettarsi nel prendere delle posizioni nel cercare di non restare indietro rispetto all'Europa. Pressato dall'opinione pubblica, che considerava scandaloso il ritardo dell'Italia nella politica di conquista, decise di occupare uno degli ultimi pezzi d’Africa rimasti, cioè la Libia.
Questa decisione era anche motivata dal fatto che il Parlamento italiano, nel 1911, gli era ostile e Giolitti aveva quindi bisogno di una vittoriosa campagna estera per aumentare il consenso in Parlamento, oltrechè per far aumentare i profitti degli investimenti del Vaticano in Libia, in modo da ingraziarsi i cattolici e ottenere l'appoggio della Chiesa. Un ulteriore elemento che lo convinse in favore all'azione militare erano le critiche interne alla sua stessa fazione. Negli ultimi anni del suo governo, Giolitti era criticato da parte del suo partito perché considerato troppo debole. Forti furono le critiche da parte del Partito Nazionalista Italiano, che era nato nel 1910, era di estrema destra e aveva progetti ambiziosi per l’Italia. Era un partito che aveva molti sostenitori, e definì Giolitti un "vecchietto impaurito". Giolitti quindi scelse di conquistare la Libia anche per mettere a tacere tutte queste critiche. Nel 1911 scoppiò la guerra tra Italia e Turchia, di cui la Libia era possedimento, e le popolazioni libiche si rivoltarono alle truppe italiane che avevano invaso il paese. La rivolta fu piegata a fatica e venne conquistata la fascia costiera della Libia, mentre la parte interna fu conquistata dopo la prima guerra mondiale. La guerra con la Turchia si prolungò fino al 1912. In seguito a questa pace l’Italia ottenne la Libia, Rodi e il Dodecaneso.

La conquista della Libia fu un'operazione militare costosa che permise agli italiani di occupare uno “scatolone di sabbia”: infatti non si era ancora scoperto il petrolio che poi consacrerà la Libia come uno dei maggiori paesi produttori petroliferi del mondo, e il terreno desertico e povero non poteva apportare grossi benefici economici al paese. Il successo, comunque, destò molto entusiasmo nell'opinione pubblica italiana. La guerra diede ancora più forza ai nazionalisti che continuarono a criticare Giolitti con ancora maggiore vigore.
In più tra le fila dei Liberali e dei Meridionalisti (cioè coloro che si preoccupavano delle condizioni del meridione in seguito all'unità d'Italia), alcuni economisti come Luigi Einaudi criticarono il protezionismo di Giolitti perché, secondo la loro opinione, bloccava lo sviluppo delle attività industriali moderne e favoriva i latifondisti.
In quel frangente Gaetano Salvemini scrisse un’opera polemica intitolata "Giolitti il Ministro della Malavita", dove criticava la politica giolittiana denunciando i legami che vi erano tra Giolitti e i grandi latifondisti meridionali che gli garantivano i voti. Inoltre denunciava il fatto che ad ogni elezione Giolitti assumeva dirigenti pubblici e li inviava nei collegi elettorali in cui lui rischiava di perdere. Giolitti venne criticato anche dall’estrema sinistra perché ai loro occhi proteggeva il sistema capitalistico. Giolitti pensò a nuove dimissioni, per attuare poi la sua tattica politica di risalire in un secondo tempo costantemente al governo. Eppure ebbe il tempo di resistere ancora, il tempo di fare un' ulteriore riforma prima delle possibili dimissioni(= allargamento del suffragio).

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