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Emigrazione italiana

Primo perdiodo
L’emigrazione italiana era iniziata nel 1820, subito dopo le guerre napoleoniche. Nel 1830 in America si contavano appena 440 italiani, ma a partire dal 1880 si conobbe un’emigrazione di circa 100.000 persone l’anno, principalmente dal Nord-Est e dal Mezzogiorno.
Poi andò crescendo in proporzioni impressionanti sul resto d’Italia e toccò il massimo nell’anno 1913.
I Savoia, appena saliti al potere, fecero subito rimpiangere i Borboni: ruberie ovunque, assassini, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province.
Milioni di debiti,distrussero in poco tempo l'economia del Meridione.
Fecero sparire tutto: i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi,i beni demaniali, libri antichi,e persino le rotaie dei binari ferroviari.
Così uomini validi, abbandonavano città e paesi,il lavoro dei campi,e andavano a rendere fertili le terre altrui;ed ad accrescere la ricchezza di popoli stranieri, costruendo dighe, ponti, gallerie, grattacieli, palazzi, musei, ferrovie, o trasformando i deserti in terreni fertili. Lo scoppio della guerra europea, nel 1914, interruppe il movimento migratorio, ma al termine del conflitto con la crisi economica, la corrente migratoria, riprese il suo moto, tanto che in dieci anni l’Italia perse una popolazione superiore a quella dell’intero Lazio.
Nel 1927 gli Italiani all’estero erano già moltissimi di cui 27’570 solo in Australia e Oceania.
Dal 1931 le cose mutarono aspetto: sia perché gli Stati Uniti limitarono il numero degli stranieri ammessi, sia perché il Governo Fascista riuscì a diminuire e quasi eliminare del tutto l’esodo.
L’emigrante era addirittura considerato un soggetto “pericoloso” e il controllo dei suoi movimenti rientrava in una normativa poliziesca di controllo dell’ordine pubblico.
Con la legge del 1888 si riconobbe finalmente la libertà di emigrare.
Altrettanto fece poi la Chiesa nel 1900, quando Monsignor Bonomelli creò l’Opera Bonomelli: una specie di assistenza all’emigrante; ne fecero una anche i socialisti creando a Milano la Società Umanitaria.
Sempre nel 1931 Mussolini emanò una legge che condannava da uno a cinque anni ed a una multa salatissima chi truffava le persone facendosi consegnare o promettere somme di denaro come compenso per farle emigrare.

Secondo periodo(1946-1971)
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, dal 1946 fino al 1971, l’emigrazione è nuovamente ripresa con ritmo assai intenso, in 25 anni emigrò una popolazione pari all’intera Austria.

Si calcola che nel corso del secolo il totale dei partiti fu circa 29.000.000 a solo 10.275.000 fecero ritorno in patria; essi tornarono soprattutto dai Paesi Europei. Rari i rimpatri dalle Americhe e rarissimi quelli dall’Australia. A queste perdite si devono aggiungere i danni derivati dal dislivello creato nella popolazione tra maschi e femmine. Fortissimo quello del primo periodo quando gli uomini che abbandonavano l’Italia un po’ meno quello del secondo periodo. Fra le cause economiche e sociali che hanno determinato questo grande esodo la prima di queste è quella dovuta a un incapace sistema politico di fare scelte mirate allo sviluppo dell’agricoltura. Queste scelte politiche favorivano con ogni mezzo gli espatri, perché alleggerivano il mercato del lavoro nazionale della manodopera superflua, pur tenendo presente di non oltrepassare certe quote per non correre il rischio di dover aumentare i salari a causa della scarsa manodopera, come temevano i possidenti agrari. Gli economisti dell’epoca consideravano emigratorio come una valvola di sicurezza del Sistema Economico Italiano, sostenendo che non si potevano creare tanti posti di lavoro quanti erano le persone in grado di occuparli.
Così gli altri Paesi Europei, si avvantaggiarono enormemente fino ad avere un troppo non di uomini ma di produzione, che potevano così destinare all’esportazione nella stessa Italia, carente perfino di generi alimentari.
In Belgio più nessun locale voleva scendere nelle miniere, in Svizzera nessuno voleva più fare il cameriere, in Francia le persone non desideravano fare i contadini e in Germania i lavoratori non ambivano certo a fare i facchini. Così, mentre in Italia l’emigrazione provocava squilibri demografici e disfunzioni nelle economie regionali e nazionali, in altri paesi proprio con gli emigranti italiani venivano riequilibrate tutte le attività economiche della vita collettiva.
Se non ci fosse stata la manodopera italiana, per far accettare un posto di spazzino ad un locale avrebbero dovuto dargli un salario superiore a quello di un ingegnere.
Oggi ci è facile capire quel fenomeno visto che la stessa situazione si presenta all’Italia con l’immigrazione degli stranieri; e, come dicono alcuni politici, gli stranieri ci sono necessari.

Terzo perdiodo (dal 1971 in poi)
Dal 1971 l’emigrazione dall’Italia è quasi del tutto cessata. Il numero dei pochi espatriati è pari a quello dei rimpatriati, con un saldo in pareggio; questo fino al 1980. Poi si è invertita la tendenza, da paese di emigranti l’Italia si è, negli ultimi anni trasformata in un Paese di immigrati.
Oggi il flusso è continuo e soprattutto, spesso clandestino; quanti siano precisamente gli stranieri in Italia nessuno lo sa. L’emigrazione italiana era iniziata nel 1820, subito dopo le guerre napoleoniche. Nel 1830 in America si contavano appena 440 italiani, ma a partire dal 1880 si conobbe un’emigrazione di circa 100.000 persone l’anno, principalmente dal Nord-Est e dal Mezzogiorno. Poi andò crescendo in proporzioni impressionanti sul resto d’Italia e toccò il massimo nell’anno 1913.
I Savoia, appena saliti al potere, fecero subito rimpiangere i Borboni: ruberie ovunque, assassini, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province. Milioni di debiti,distrussero in poco tempo l ‘economia del Meridione. Fecero sparire tutto: i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi,i beni demaniali, libri antichi,e persino le rotaie dei binari ferroviari.

Così uomini validi, abbandonavano città e paesi,il lavoro dei campi,e andavano a rendere fertili le terre altrui;ed ad accrescere la ricchezza di popoli stranieri, costruendo dighe, ponti, gallerie, grattacieli, palazzi, musei, ferrovie, o trasformando i deserti in terreni fertili. Lo scoppio della guerra europea, nel 1914, interruppe il movimento migratorio, ma al termine del conflitto con la crisi economica, la corrente migratoria, riprese il suo moto, tanto che in dieci anni l’Italia perse una popolazione superiore a quella dell’intero Lazio. Nel 1927 gli Italiani all’estero erano già moltissimi di cui 27’570 solo in Australia e Oceania.
Dal 1931 le cose mutarono aspetto: sia perché gli Stati Uniti limitarono il numero degli stranieri ammessi, sia perché il Governo Fascista riuscì a diminuire e quasi eliminare del tutto l’esodo.
L’emigrante era addirittura considerato un soggetto “pericoloso” e il controllo dei suoi movimenti rientrava in una normativa poliziesca di controllo dell’ordine pubblico.
Con la legge del 1888 si riconobbe finalmente la libertà di emigrare.
Altrettanto fece poi la Chiesa nel 1900, quando Monsignor Bonomelli creò l’Opera Bonomelli: una specie di assistenza all’emigrante; ne fecero una anche i socialisti creando a Milano la Società Umanitaria.
Sempre nel 1931 Mussolini emanò una legge che condannava da uno a cinque anni ed a una multa salatissima chi truffava le persone facendosi consegnare o promettere somme di denaro come compenso per farle emigrare.

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