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Inghilterra e l'economia mondiale tra il 1700 e il 1800

Nei primi decenni del XIX secolo l’economia europea aveva ancora un carattere prevalentemente agricolo. Si calcola che nel 1820 la produzione mondiale di manufatti fosse aumentata solo del 10% rispetto a 50 anni prima. Tale aumento era concentrato naturalmente in Inghilterra (la cui popolazione era a quel tempo pari al 2% di quella mondiale) e riguardava essenzialmente l’industria tessile. Fino al 1830 non si registrarono progressi notevoli negli altri settori industriali.
La vita delle popolazioni europee dipendeva ancora essenzialmente dall’andamento dei raccolti nelle campagne e, in effetti, nei primi anni della Restaurazione due cattive annate consecutive (1816 e 1817) provocarono una carestia di serie proporzioni in tutti i Paesi d’Europa. Ogni Paese europeo d’altra parte, almeno fino al 1830, dovette badare a risanare le proprie finanze dissestate dalle spese belliche.

A partire dal 1830 iniziò in Inghilterra lo sviluppo rapido della grande industria metallurgica e di quella meccanica, stimolato dalla sempre maggior richiesta di ferro, per costruire rotaie e materiale rotabile, e a quella del carbone, per produrre il ferro e per sfruttare la forza motrice del vapore. Inoltre, i grandiosi lavori di allestimento delle strade ferrate e le accresciute dimensioni delle fabbriche richiesero il reclutamento di manodopera numerosissima e ciò affrettò la trasformazione della maggior parte delle classi lavoratrici inglesi in masse di salariati urbani. Le città industriali crebbero rapidamente. Infine, effetto tra i più importanti della febbre per le costruzioni ferroviarie fu la mobilitazione degli ingenti capitali che vennero investiti in questa nuovissima industria. Nel primo mezzo secolo le ferrovie si svilupparono, soprattutto, in Inghilterra, per l’entusiasmo “apparentemente irragionevole” (E. J. Hobsbawm) verso gli investimenti ferroviari della borghesia inglese. Essa accumulò i capitali con tanta rapidità da non sapere quasi come reinvestirli.
Il ritardo del continente europeo rispetto allo sviluppo inglese fu nettissimo per vari decenni. Ad esempio, mentre in Inghilterra già nel 1790 l’industria tessile era quasi completamente meccanizzata, la Francia, Paese non certo arretrato rispetto agli altri del continente, solo nel 1820-30, toccava lo stesso traguardo. In Inghilterra nel 1830 c’erano già 15 mila macchine a vapore in attività, in Francia tre mila, nella Renania prussiana mille (e a Londra il quotidiano Times già nel 1814 veniva stampato con una pressa azionata a vapore). Tuttavia lo scarto tra Inghilterra e continente verso la metà del XIX secolo cominciò a ridursi, come mostra l’incremento più ravvicinato delle ferrovie: il traguardo dei 10 mila chilometri di strada ferrata toccato nel 1850 dal Regno Unito sarebbe stato raggiunto nel 1859 in Germania e nel 1862 in Francia.
La Gran Bretagna restò comunque, fino alla metà del XIX secolo, la dominatrice incontrastata dell’industria e dell’economia mondiale. Sul continente la rivoluzione industriale con le grandi trasformazioni sociali che l’accompagnavano si diffuse a partire da quei Paesi che disponevano di ricche zone carbonifere: Francia (dipartimento del Nord), il Belgio (valli della Sambre e della Mosa), la Germania (bacino della Ruhr). Qui sorsero subito grandi concentrazioni industriali mentre nel resto d’Europa lo sviluppo si limitò alle maggiori capitali (Parigi e Berlino) e ai principali porti. Il decollo del continente fu accelerato dalla possibilità di imitare quanto gli inglesi avevano già fatto, di sfruttare direttamente l’esperienza tecnica accumulata e di valersi degli investimenti dei capitali inglesi. In questo modo il capitale privato non era in grado di provvedere da solo alle esigenze dell’industrializzazione (come era accaduto in Inghilterra), sicché sin dagli inizi dello sviluppo industriale gli Stati continentali intervennero direttamente nel processo con investimenti di denaro pubblico, soprattutto nel settore delle infrastrutture (strade, porti, ponti, canali). I grandi progressi registrati dall’agricoltura avevano favorito, a partire dalla metà del XVIII secolo, una rapida crescita della popolazione europea.
E’ da questa data che hanno praticamente termine le grandi epidemie e carestie che avevano infierito sull’Europa per secoli. La crescita si intensificò nel corso dell’Ottocento grazie ai notevoli progressi della medicina, allo sviluppo delle comunicazioni (che consentirono di trasferire più facilmente derrate agricole alle popolazioni colpite da carestie) all’aumento del tenore di vita conseguente all’industrializzazione.
Si verificò un netto decremento delle morti, mentre il numero delle nascite restò elevato come in passato. Un numero altissimo di fanciulli, un tempo falcidiati alla nascita, poterono divenire adulti e generare molti altri bambini. In Inghilterra la popolazione nel 1850 era doppia di quella del 1800 e quasi tripla di quella del 1750. La Prussia raddoppiò la popolazione tra il 1800 e il 1846 come fece la Russia europea. Norvegia, Danimarca, Svezia, Olanda e buona parte dell’Italia accrebbero la propria popolazione di circa il doppio tra il 1750 e il 1850.
Complessivamente in Europa la popolazione tra il 1750 e il 1850 per poco non raddoppiò da 145 a 265 milioni di individui, mentre molti emigravano in altre parti del mondo. A seguito di questa esplosione demografica, l’Europa divenne la regione più popolata del mondo.
Parallelo alla crescita demografica fu lo sviluppo dei centri urbani e della popolazione cittadina. Anche qui era in testa l’Inghilterra, dove già nel 1851 la popolazione urbana superò quella rurale. Londra, la metropoli più grande del mondo, aveva già un milione di abitanti nel 1800, nessun altro centro superava i 100.000 abitanti; nel 1850 Londra contava 2.363.000 abitanti e altre 9 città superavano i 100.000. Alla stessa data in 28 centri urbani si raccoglieva un quinto dell’intera popolazione britannica.
Più lentamente si urbanizzava il resto d’Europa: in Francia, dove nel 1800 Parigi contava 547.000 abitanti e solo Lione e Marsiglia superavano i 100.000, la capitale superò il milione nel 1851 e Marsiglia e Lione restarono al di sotto dei 200.000 abitanti; nell’area tedesca nel 1800 solo 3 città superavano i 100.000 abitanti (Berlino, Vienna e Amburgo), nel 1850 erano 5 (Berlino, Vienna, Amburgo, Monaco e Breslavia).
La crescita della popolazione urbana fu l’effetto della macchina a vapore e della strada ferrata. L’una e l’altra consentirono di concentrare in luoghi adatti la produzione manifatturiera molto più di quanto avvenisse in passato. I nuovi centri urbani crebbero vicino alle miniere di carbone o lungo le linee ferroviarie che consentivano un rapido trasporto del combustibile.
I nuovi centri industriali crebbero caoticamente, attorno a un nucleo di fabbriche, o lungo una ferrovia, con l’aria inquinata di fumi e vapori tossici. La popolazione operaia viveva in case affollatissime, senza luce e quasi del tutto prive dei servizi igienici. Un rapporto del 1845 affermava che “in un quartiere di Manchester, nel 1843-44 ai bisogni di oltre 7000 abitanti provvedevano 33 cessi, uno ogni 212 persone”. Lo storico L. Mumford affermò: “l’industrialismo, la principale forza creativa dell’Ottocento, creò il più orribile ambiente urbano che il mondo avesse mai visto, in quanto persino le dimore delle classi dirigenti erano sudice e sovraffollate”.
La rivoluzione industriale cominciò a porre problemi nel campo dell’economia e della produzione, quello stesso in cui essa celebrava i suoi trionfi. Un fenomeno negativo che si manifestò furono le crisi che con cadenza quasi regolare cominciarono ad abbattersi sull’Europa industrializzata: negli anni 1810, 1815-18, 1825, 1836-39, 1847. Si trattava di crisi di tipo diverso rispetto a quelle del passato, che erano crisi di scarsità provocate da cattivi raccolti, calamità naturali, epidemie e guerre e si erano manifestate come carestie di cibo. Ora si verificava il fenomeno opposto, perché le crisi si manifestavano come un eccesso di quantità di beni prodotti rispetto alla capacità del mercato ad acquistarli. Si trattava di crisi di sovrapproduzione, non rispetto ai bisogni ma al potere d’acquisto dei consumatori.
L’industriale Robert Owen affermò che si doveva parlare di sottoconsumo, queste crisi erano sconosciute nell’età passate perché in esse la produzione era diretta a soddisfare i produttori e poi un numero ristretto di acquirenti. Con l’avvento dell’era industriale si cominciò a produrre per un mercato di crescente ampiezza, di cui non si poteva valutare in anticipo la capacità d’acquisto. La minaccia di una crisi di sovrapproduzione/sottoconsumo era presente e tendeva a tradursi in realtà in modo ciclico, secondo la sequenza: sovrapproduzione – stasi – recessione – ripresa – sovrapproduzione.
Il primo Paese che sperimentò queste difficoltà fu la Gran Bretagna, la cui capacità produttiva nel settore industriale sopravanzò la capacità di assorbimento del mercato interno. Neanche i mercati dell’Europa continentale offrivano sbocchi all’esuberanza delle merci britanniche. Per loro fortuna gli inglesi disponevano di un vasto impero coloniale e l’India fornì preziosi sbocchi commerciali di cui l’industria aveva bisogno; D. Thomson disse: “un enorme mercato, capace di assorbire i prodotti che essa poteva efficacemente e a basso costo produrre nella prima fase della rivoluzione industriale, e cioè il cotone e i tessuti di cotone”.
Nella prima metà del XIX secolo le classi borghesi apparivano ormai in grado in vari Paesi europei di imporre la loro supremazia sociale: un evento storico maturato con una vicenda plurisecolare. Controllando l’apparato industriale, la borghesia deteneva le chiavi dello sviluppo economico e delle prospettive di benessere di grandi masse umane. Poteva perciò ambire ad avere sotto di sé vaste compagini sociali e a plasmarne secondo le proprie finalità. La borghesia finanziaria dei grandi banchieri aveva un’enorme capacità d’influenza sui rapporti fra gli Stati e le vicende della pace e della guerra.
Pian piano che l’economia industriale si sviluppava e si estendeva, e l’egemonia sociale della borghesia imprenditoriale si rafforzava, nel grembo della società industriale si generava una nuova componente sociale: la classe operaia o proletariato.
Essa crebbe in dimensione e in importanza in Inghilterra, dove alla metà del XIX secolo rappresentava il 50% della popolazione attiva. Il rapporto tra borghesia e proletariato, tra chi nello sviluppo produttivo metteva i capitali e l’iniziativa imprenditoriale e chi la forza lavoro, un rapporto complementare e conflittuale a un tempo, era destinato a dominare la scena sociale del mondo nei decenni successivi e fino ai giorni nostri.
Fino alla prima metà dell’Ottocento la questione operaia interessò la Gran Bretagna e marginalmente altri Paesi come la Francia, la Germania e il Belgio. Nel resto d’Europa per vari decenni ancora la principale questione sociale restò quella legata alle condizioni della classe contadina e dei rapporti sociali nelle campagne.
Tra gli ultimi decenni del XVIII secolo e la prima metà del secolo successivo la condizione dei contadini mutò sostanzialmente in Europa, sia sotto l’aspetto giuridico che sotto quello economico-sociale. Dal punto di vista dei rapporti di proprietà, le situazioni vennero differenziando maggiormente. In Inghilterra già alla metà del XVIII secolo la maggioranza dei lavoratori agricoli erano dei braccianti salariati, che lavoravano in grandi aziende appartenenti a grandi proprietari e gestite da affittuari; alla tendenziale sparizione della piccola proprietà contadina si intrecciò il massiccio esodo di manodopera dalle campagne; si calcola che già nel 1811 non più di un terzo della manodopera inglese fosse occupata in agricoltura (la media europea era circa dell’80%).
La piccola proprietà contadina si difese meglio in Francia e ciò fu una conseguenza della Rivoluzione che frenò il processo di trasformazione capitalistica nelle campagne in modo che esso – come disse L. Lefebvre – causò meno sofferenze ed è stato più umano. Lo stesso può dirsi per buona parte delle campagne italiane delle regioni centro settentrionali, dove era diffuso il contratto a mezzadria, con risultati lodati da studiosi dell’epoca come il Sismondi. Situazioni ancora diverse troviamo nella Germania Occidentale, dove l’eccessiva trasformazione della proprietà contadina rendeva poco produttiva la terra e particolarmente penose le condizioni di larghi strati rurali, spingendo taluni Stati a porre dei freni legali all’accrescersi del fenomeno; invece nella Prussia orientale, perdurava la presenza delle grandi aziende agricole gestite direttamente da nobili proprietari fondiari e nelle quali la condizione dei lavoratori salariali, data la maggiore densità della forza lavoro rurale, era peggiore di quella dei braccianti inglesi.
Quanto alle condizioni di vita dei lavoratori delle campagne europee si può affermare che mediamente esse non furono favorite dai grandi progressi agricoli di questi decenni, anzi per molti aspetti peggiorarono. Crebbero, con l’aumento della popolazione, la disoccupazione e la sottoccupazione; la giornata lavorativa divenne più pesante, il tempo libero minore; il regime alimentare peggiorò con la riduzione dei consumi di carne e con la sostituzione del frumento con la patata in Irlanda e in Germania e con il mais nell’Italia del nord. In definitiva la “nuova rivoluzione agricola” avviata nel XVIII secolo, non fu voluta ma subita dai contadini, che spesso si opposero tenacemente alla sua penetrazione. Come osserva uno storico “lo spirito di routine che si rinfaccia in quest’epoca alla massa contadina non è di fatto che l’inveterato rispetto di una prudente saggezza tradizionale e il timore di compromettere con innovazioni audaci i fragili equilibri dai quali è dipesa per secoli la sopravvivenza di una popolazione sempre troppo numerosa” (G. Duby).
La condizione nelle campagne si fece drammatica quando negli anni 1846 e 1847 si registrarono scarsi raccolti e una malattia della patata provocò in alcune parti d’Europa disastrose carestie. In Gran Bretagna nell’età della Restaurazione la vita politica risentì del clima di reazione imperante in Europa. Al governo erano i tories con il ministero Liverpool. L’alta aristocrazia deteneva il controllo dei vertici dello Stato, la piccola nobiltà quello delle amministrazioni locali. La borghesia sembrava lontanissima dal potere.
La protesta operaia si spostò sul terreno istituzionale facendo propria la rivendicazione di una riforma elettorale. Nel 1819 gli operai dettero vita a Manchester, a una grande manifestazione dispersa con la forza, con una decina di morti e centinaia di feriti. Il sanguinoso episodio, ricordato con amara ironia con il nome di Peterloo, segnò una svolta nella coscienza e qualche tempo dopo nella politica interna inglese. Come ha scritto uno storico, “Peterloo fu moralmente un corpo mortale al vecchio atteggiamento tory… Le stampe popolari avrebbero reso familiari a tutti nei dodici anni seguenti la simbolica figura di un milite a cavallo con il suo casco, caracollante su un mucchio di donne urlanti e abbattendole a sciabolate. La nostra storia aveva reso impossibile a lungo un governo che usasse tali mezzi. L’alloro dei vincitori di Waterloo si vedeva pendere macchiato” (G. M. Trevelyan).
Nel 1827 i tories tornarono alla guida del governo con il ministero presieduto da George Canning, seguì il ministero Wellington che abolì le limitazioni ai diritti civili e politici dei cattolici. Il trionfo della borghesia fu sancito nel 1846 con l’abolizione delle leggi che limitavano l’importazione dei cereali, estrema difesa degli interessi dell’aristocrazia agraria e della rendita fondiaria. Tale abolizione contribuì anche a migliorare le condizioni di vita operaia riducendo il costo dell’alimentazione di base. Nel 1849 l’abolizione delle leggi sulla navigazione, con l’inaugurazione dell’età del libero scambio, espresse la ragionata fiducia della borghesia industriale inglese di poter imporre a tutto il mondo la sua indiscutibile supremazia economica.
Non a caso in quegli anni un osservatore attento come Marx vedeva nell’Inghilterra “il Paese che trasforma intere nazioni in suoi proletari, che tiene il mondo intero stretto nelle sue braccia di gigante … perché essa domina il mercato mondiale”. A quella data era già cominciato il lungo regno della Regina Vittoria e il regime costituzionale inglese si era già consolidato nei suoi tratti essenziali.
Alla metà del XIX secolo la produzione superò all’incirca i 50 milioni di tonnellate annue, la produzione siderurgica i 2 milioni di tonnellate di ferro; il reddito nazionale, con 580 milioni di sterline, raggiunse un valore triplo rispetto agli inizi del secolo; il reddito pro capite che era cresciuto dell’1% nel primo cinquantennio del secolo cominciò a crescere ad un tasso del 2%; il contributo dell’agricoltura al prodotto nazionale lordo, che era del 50% circa, nel 1750 era ormai sceso a un quinto del totale. Le importazione erano aumentate di 10 volte rispetto al 1750 e le esportazioni di ben 14 volte, cioè il doppio del tasso di sviluppo del reddito nazionale lordo totale. Questi notevoli progressi si intrecciarono con la crescita della popolazione, raddoppiata rispetto al 1800. La crescita della popolazione fu anch’essa una conseguenza della crescita economica: “senza di questa infatti un aumento così rapido della popolazione non avrebbe potuto continuare se non per un periodo breve” (E. J. Hosbawm).
In questo periodo i costi dello sviluppo ricaddero soprattutto sulle spalle della classe operaia, specie nei 25 anni che seguirono la fine delle guerre napoleoniche. A partire dal 1815 si ebbe una riduzione dei prezzi (circa 12% annuo) superiore a quello della caduta dei salari (10%), ma il miglioramento arrecato da ciò alla manodopera occupata fu controbilanciato dalla persistenza di grandi sacche di disoccupazione. Probabilmente solo dopo il 1840 il tenore di vita e i redditi medi delle famiglie operaie cominciarono lentamente a crescere. Ciò sarebbe confermato dal progressivo prevalere nell’ambito del movimento operaio delle tendenze moderate su quelle rivoluzionarie.
Può essere interessante confrontare l’evoluzione economica e sociale con quella dei tassi di mortalità in quel periodo. Il numero dei morti, dopo essere sceso al 21,1 per mille nel decennio 1811-20, risalì sensibilmente negli anni successivi fino a toccare nel decennio 1831-40 il 23,4 per mille (è probabile che abbia inciso la drammatica condizione operaia nei centri industrializzati). A partire dal 1840 la mortalità scese al 22 per mille e su questa cifra si assestò per i successivi tre decenni.
R. Romano nel suo “Industria: Storia e problemi” paragona la via d’industrializzazione intrapresa dagli inglesi a quella francese e tedesca. Secondo il Romano questi Paesi non hanno saputo seguire il modello tracciato dagli inglesi basato sul rimo del lamento della proprietà fondiaria e una riorganizzazione della produzione agricola. Ad esempio nel caso inglese la popolazione agricola subisce il processo d’industrializzazione mentre nel caso francese troviamo ancora il 75% della popolazione nel settore agricolo. Inoltre sulla Francia influì negativamente la concentrazione del mercato finanziario nelle mani della “grande banca” orientata verso investimenti sicuri e non verso quell’incerti dell’industria. La Germania dal canto suo procede in modo lento e soprattutto a causa del fatto che il vecchio sistema della produzione a domicilio sopravvive per molto tempo a quello industriale. Discorso a parte per gli Stati Uniti, che subisce un processo di industrializzazione impressionante. Molto importante è la differenza che si deduce tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra: la prima che si dirige direttamente verso i capitali e la seconda che invece annuncia la rivoluzione industriale attraverso le innovazioni in campo tessile e dei beni di consumo.

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