Dopoguerra negli USA

La guerra del 1914-1918 per le sue dimensioni mondiali e la potenza annientatrice rappresentò un punto di punto di rottura con il passato. Le inquietudini e le delusioni suscitate dall’andamento delle trattative di pace determinarono una difficile ripresa. Tra il 1919 e il 1921 si verificò una fase di instabilità politica e sociale. Dal punto di vista economico le conseguenze della guerra confermarono l’egemonia statunitense in quanto durante il conflitto gli americani finanziarono la guerra con mezzi corazzati, e con pochi uomini e il ritardo dell’entrata in guerra avvenuta nel 1917. I paesi europei dovettero affrontare due ordini di problemi: la riconversione della vita civile e la ricostruzione economica degli spazi commerciali. Alla forte richiesta di beni di consumo sviluppatasi dopo la fine del conflitto seguì una stagnazione della domanda mentre l’offerta era ancora alta. Si verificò una crisi di sovrapproduzione che l’America superò molto rapidamente. L’industria ebbe un periodo di grande sviluppo. La produzione trovò sbocchi di mercato nei consumatori, come operai delle grandi industrie. Il 40% delle famiglie americane potevano accedere ai beni messi in commercio dall’industria. Diminuiva la manodopera nel settore agricolo, mentre aumentava l’occupazione nelle industrie e nel settore terziario. Si sviluppano le grandi città, sorgono i primi grattacieli dove trovavano sede gli uffici delle corporations. Vi fu anche una crescita del sistema dei trasporti. La crescita del settore edilizio fu una componente per lo sviluppo statunitense. Il presidente Wilson in carica dal 1913 al 1921, era contrario a una pressione doganale in politica estera. La richiesta di “isolamento” cioè che gli americani fossero liberi dai legami con la politica europea e trovò terreno favorevole nella temporanea crisi del dopoguerra (1919/1921). Per la difesa dei valori nazionali si mobilitarono alcuni gruppi religiosi che si richiamavano alla mentalità puritana e protestante (Ku Klux Klan). Ad alimentare la politica di chiusura contribuirono le agitazioni operaie, che fecero sorgere la paura di disordini sociali o prospettive rivoluzionarie come in Russia. La ripresa economica, la conseguente perdita di slancio dei sindacati non diminuirono questi timori verso una politica di apertura internazionale che potesse mettere a repentaglio le risorse statunitensi.

In questo si sviluppò l’offensiva in campo elettorale dei repubblicani, che dal 1919 al 1932 erano alla guida del Paese con Harding, Coolidge e Hoover. A questa linea di isolamento in politica estera e alla difesa degli interessi americani si affiancò all’interno una politica di appoggio ai gruppi economici. L’azione mirava a ridurre le imposte, per incentivare gli investimenti, adottare barriere doganali che chiusero il mercato statunitense alle merci estere, ed agevolare i crediti alle imprese. Questi provvedimenti furono accompagnati da una campagna antisindacale e xenofoba alimentando gravi forme di intolleranza.
Le disponibilità finanziarie determinate dall’aumento dei redditi, e dalla facile concessione dei crediti, indirizzarono cospicui capitali verso la speculazione edilizia e verso la compravendita dei titoli in borsa. L’arricchimento facile e rapido richiamò anche capitali esteri. La richiesta di azioni ne fece lievitare il valore, senza un reale corrispettivo in termini di espansione produttiva. Alla fine di ottobre 1929, il sistema cresciuto su deboli basi entrò in crisi. Il valore delle azioni diminuì in rapporto alla diminuita domanda. Si cominciò così a vendere precipitosamente e venne la crisi che la sua manifestazione nel crollo di Wall Street, la borsa di New York, il 24 ottobre 1929, che viene ricordato come il giovedì nero. Il credito diminuì, le banche erano in difficoltà, diminuirono gli investimenti e aumento la disoccupazione. L’aumento dei disoccupati tagliò i consumi, grandi quantità di merci rimasero invendute. L’economia dei ruggenti anni Venti statunitensi era ormai in piena crisi. In questo clima di incertezza e smarrimento per la depressione economica che si riversò anche nei paesi europei, si svolsero le elezioni presidenziali che portarono alla guida dello stato il democratico Franklin Delano Roosevelt. Il New Deal in politica economica e sociale inaugurava un nuovo corso nel capitalismo statunitense abbandonando il sistema del liberismo sul mercato senza controlli. Si proponeva la lotta alla disoccupazione, la regolamentazione del settore industriale, il riordino del sistema bancario e della borsa, il sostegno di attività agricole. Fu varato un programma di lavori pubblici, per far fronte alla forte disoccupazione, per stimolare la ripresa produttiva e riorganizzare le risorse. Nel settore agricolo si cercò di ridurre la produzione per riequilibrare domanda e offerta. Ciò avvenne con la concessione di sussidi agli agricoltori che riducevano alcune produzioni (cotone e grano) oppure sfruttavano limitatamente i terreni. Erano inoltre previsti aiuti per gli agricoltori indebitati o per quelli che volevano acquisire fondi su cui lavoravano. Nell’industria invece, per aumentare l’occupazione furono emanati alcuni provvedimenti per ridurre gli orari di lavoro e limitare gli straordinari. Vennero fissati i minimi salariali e garantiti i diritti sindacali. Si cercò di pianificare la produzione, distribuendo quote di mercato e stabilendo prezzi minimi. Nel settore della finanza il dollaro venne svalutato del 40% per favorire le esportazioni e venne riformato il sistema bancario con controlli sulle banche, e separando banche di deposito e d’affari. Anche borse e mercato azionario furono sottoposte a controlli. Le resistenze verso la politica rooseveltiana furono molte. La Corte Suprema invalidò alcuni provvedimenti, le industrie con la General Motors cercarono di contrastare questa linea di governo. Ma il clima di fiducia che si era venuto a instaurare con l’attivismo di Roosevelt e dei suoi consiglieri procurò al governo ampi consensi presso l’opinione pubblica. Nel 1935 venne approvata la prima legge che assicurava ai lavoratori la previdenza sociale, introducendo così la pensione di vecchiaia e l’assicurazione contro la disoccupazione, finanziata con modesti prelievi salariali. Nel corso degli anni Trenta si verificò una ripresa dell’iniziativa sindacale, favorita dalla legge sulle relazioni industriali, varata nel 1935, che impediva la formazione dei sindacati “gialli” ovvero i sindacati che operavano sotto il controllo dei datori di lavoro che venivano usate contro le organizzazioni sindacali dei lavoratori. All’interno dell’American Federation of Labor che comprendeva prima operai qualificati, si formò una componente più radicale, di cui facevano parte operai comuni. Espulsi dall’AFL, questi gruppi diedero vita al Congress of Industrial Organization che lottò con successo contro le grandi fabbriche, anche del settore automobilistico. Anche se venne in parte ridotto, il problema della disoccupazione non fu risolto. Nel 1937 una nuova recessione economica provocò un’ulteriore aumento dei disoccupati. Solo con la corsa agli armamenti in vista del Secondo conflitto bellico mondiale, con l’impiego a pieno ritmo delle risorse produttive e delle strutture del paese, consentì di riassorbire le masse di disoccupati e superare le conseguenze della depressione del 1929.

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