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Il dopoguerra in Italia

La delusione degli interventisti per la "vittoria mutilata"

La nascita delle tre grandi dittature del XX secolo fu favorita dalle situazioni di crisi economica, politica e istituzionale che si verificarono in Russia, in Germania e in Italia. Le cause di questa crisi furono più evidenti per la Russia e la Germania furono invece meno evidenti per l'Italia, che era stata tra i paesi vincitori del conflitto. L'Italia era entrata in guerra con due obiettivi fondamentali: il completamento del processo di unificazione nazionale con la conquista di Trento e di Trieste e l'affermazione del primato italiano nell'Adriatico. Il primo obiettivo aveva fatto considerare il conflitto come la «quarta guerra d'indipendenza» del Risorgimento, per la piena realizzazione dell'idea di nazionalità. Il secondo obiettivo aveva risposto, invece, alle nuove spinte espansionistiche promosse dal nazionalismo durante il periodo giolittiano. Dopo i trattati di pace fu pienamente raggiunto soltanto il primo obiettivo, il secondo fu in parte mancato. I nazionalisti parlarono perciò di «vittoria mutilata. Anche Mussolini chiedeva il pieno soddisfacimento di tutte le rivendicazioni territoriali italiane, ma il suo progetto politico era più ampio di quello di D'Annunzio. Comportava, infatti, un totale rinnovamento della classe dirigente.

Il malcontento delle masse popolari per i sacrifici sofferti

Mentre una parte dell’opinione pubblica era insoddisfatta e delusa per i risultati ottenuti, un'altra parte continuava a giudicare negativamente l'intervento, nonostante la vittoria, a causa dei sacrifici che erano ricaduti soprattutto sulle masse popolari. La polemica tra interventisti e socialisti non si era placata nemmeno con la conclusione del conflitto e le reciproche accuse erano molto dure. I socialisti attribuivano ai nazionalisti la colpa di avere trascinato l'Italia in una guerra che non era stata voluta e sentita né dalla maggioranza del parlamento né dalla maggioranza della popolazione; i nazionalisti, a loro volta, ritenevano i socialisti i veri responsabili della sconfitta di Caporetto per l'atteggiamento definito «disfattista». I socialisti, però, commettevano un grave errore politico, quando investivano con le loro polemiche non solo gli ufficiali, ma tutti coloro che avevano combattuto, accusandoli di avere partecipato a un'impresa imperialistica. Poiché i soldati erano venuti in gran parte dalle campagne i socialisti abbandonavano alla destra non solo la piccola borghesia, ma anche i contadini.

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