In Italia, la fine del conflitto aveva determinato la diffusione di un profondo sentimento di malessere che aveva messo in evidenza gli squilibri sociali già presenti nel Paese.
Inoltre ad aggravare la situazione, di per se precaria, si era aggiunta una notevole crisi economica, che nel 1921 aveva raggiunto il suo culmine, causata da alcuni fattori comuni:
innanzitutto la difficoltà nella riconversione produttiva delle industrie, che dovevano passare da un’economia di guerra ad un’economia di pace;
il crollo della produzione agricola, dovuto all’abbandono per tempi lunghissimi delle terre, che le aveva rese improduttive;
i debiti contratti con gli altri stati per le spese belliche;
le difficoltà di reinserimento dei reduci della guerra nella società civile, delusi dal mancato compimento delle promesse, fatte dal governo liberale, che avrebbero dovuto garantire loro la spartizione delle terre.
Questa situazione determinò quindi crescenti difficoltà economiche che portarono al fallimento di moltossine industrie, ai licenziamenti e, di conseguenza, alla dilagante disoccupazione.

A sua volta tutto ciò comportò sfiducia nel governo liberale e lo scoppio di numerose rivolte di contadini e operai (scioperi e occupazioni delle terre padronali).

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