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I principali emigranti nell'Europa del dopoguerra erano gli ex-prigionieri di ritorno a casa (per esempio gli italiani in Inghilterra), i profughi o gli sbandati di guerra; le ragioni dell’emigrazione erano quindi di tipo economico e sociale.
Vi erano anche emigrazioni dall’Europa verso altri Paesi come l’America e l’Australia.
Il movimento più ampio fu quello dell’abbandono delle zone agricole in favore di quelle urbane e industriali: si parla di fuga dalle campagne e questo fenomeno ebbe luogo soprattutto in Italia.
Si calcola che in Europa gli agricoltori costituissero l’11% della popolazione, contro il 29% del periodo precedente: i contadini diventavano operai e muratori e lavoravano prevalentemente nel campo edile.
Nello stesso periodo, il massiccio aumento della popolazione europea fece parlare di “baby boom”.

In quel periodo si era alle soglie di un’intensa crescita economica. Perché?

- Vi era un’abbondante disponibilità di manodopera: molti uomini erano senza lavoro e alcune aree mediterranee erano poco produttive dal punto di vista agricolo, quindi cominciarono le emigrazioni verso l’Inghilterra, la Svizzera e la Germania, Paesi più sviluppati e che avevano affrontato con più forza le devastazioni dalla guerra.
Circa 5 milioni di persone emigrarono dal Sud Italia, dal Sud della Spagna, dalla Grecia e dalla Turchia verso le grandi aree industriali del Nord che erano alla ricerca di manodopera.
- In Belgio serviva manodopera per le miniere che contavano pochi addetti e proprio in quest'ambito furono stipulati accordi bilaterali con l’Italia; inoltre il lavoro del minatore non era molto appetibile per i belgi, tuttavia le miniere erano molto importanti dal punto di vista economico.
- In Francia fiorirono l’agricoltura e l’edilizia durante la ricostruzione del dopoguerra e in particolare si svilupparono i lavori stagionali tra il nord delle Alpi e il sud della Francia, famoso soprattutto per i profumi: a partire dagli anni ’20 e ’30 gli emigranti, soprattutto donne, giunsero in questi luoghi per raccogliere fiori.
- In Svizzera gli italiani venivano arruolati nell’edilizia e nelle industrie, anche se ciò disincentivava la stabilizzazione degli immigrati. Per disincentivare l’immigrazione, la Svizzera offriva agli immigrati una prospettiva di condizioni di indigenza e precarietà. Essi vivevano in delle baracche, cosa che invece non avveniva in Francia, in quanto lì si desiderava una popolazione stabile, mentre in Belgio le miniere sono situate in villaggi marginali; c’era, paradossalmente, una sorta di resistenza da parte delle famiglie di immigrati a vivere in luoghi stabili e moderni, dal momento che avevano già instaurato relazioni di vicinato durante vita nelle baraccopoli; questo accadeva prevalentemente con le donne, mentre per gli uomini era indifferente, poiché potevano fare conoscenze sul posto di lavoro.

Le migrazioni erano per lo più temporanee:
- Si lasciava il proprio Paese a causa di precarie condizioni economiche
- Si cercava un lavoro in cui si potesse guadagnare bene
- Si mettevano da parte i risparmi (rimesse), per poi investirli nel Paese d’origine. Quest’ultimo punto è molto utile per affrontare, in Italia, il problema della disoccupazione: l’emigrazione costituiva una valvola di sfogo.

Dalla fine degli anni ’50 l’emigrazione avveniva dalle aree rurali del Sud al Nord-Ovest industriale (triangolo economico: Torino, Genova, Milano), dove si metteva in moto un’economia molto dinamica. Questo tipo di emigrazione aveva un carattere di stabilità.
Sempre negli stessi anni vi era anche un movimento dal nord-est al nord-ovest (invece tra il 1800 e il 1900, i veneti, per esempio, migravano oltreoceano verso il Brasile).
Negli anni ’60 prevalse, invece, il movimento da sud a nord.

Il movimento migratorio non coinvolgeva persone colte, ma in genere giovani pionieri che trovavano lavoro in ambito industriale. Si parla di indotto, cioè il settore industriale costituito da attività produttive collegate e dipendenti da quelle di grandi complessi industriali -> vi sono varie componenti della grande azienda e micro-aziende (boite), per esempio nei cortili di case in zone marginali (es. Barriera di Milano), nelle quali si inseriscono inizialmente gli immigrati.

L’immigrazione avveniva per vere e proprie catene di conoscenze, secondo un sistema di condizionamenti reciproci. I primi lavori che si trovavano erano quelli meno pagati e meno sicuri (come nel settore dell’edilizia), ma ciò si sopportava perché l’obiettivo finale erano le grandi industrie come la FIAT, con sicurezze e garanzie: si parla di percorso di miglioramento nel mercato del lavoro. Uno dei tipici lavori femminili, invece, era quello di domestica.

Le statistiche che analizzano il lavoro femminile (donne in età da marito, dai 22 ai 49 anni circa) dalla fine della guerra agli anni ’90 mostrano un crollo dei tassi di attività femminile proprio negli anni ’60 del boom economico (si prendono in considerazione sia le persone che effettivamente lavoravano, sia quelle che avrebbero voluto lavorare). Perché c’è stato un crollo proprio negli anni ’60? Perché le donne in età da marito uscivano dal mondo del lavoro? Ci sono alcune ipotesi:
1. Interpretazione ottimistica di Giuseppe de Meo (presidente dell’ISTAT): col miracolo economico si diffuse il benessere, soprattutto nella classe popolare, aumentando le entrate -> le donne delle classi popolari potevano finalmente occuparsi della casa: si parla di “casalinghizzazione”.
2. Ipotesi più pessimistica: entrarono in crisi i settori ricchi di manodopera femminile (es. tessile) a favore dell’industria pesante -> le donne venivano espulse dal mercato del lavoro perché era cambiata la struttura produttiva e questo causava uno scoraggiamento nelle donne stesse.
3. La maggior parte delle donne mogli di contadini erano registrate come lavoratrici; quando lasciavano le campagne, lasciavano del tutto il lavoro. Si tratta di occupazioni nascoste.

In realtà non si sa molto del lavoro femminile a causa delle cattive fonti: nei censimenti le informazioni relative agli uomini sono più attendibili; non avviene lo stesso con le donne, che magari lavoravano in maniera discontinua, solo in alcuni periodi dell’anno (per esempio nei momenti di picchi di produzione di un settore) oppure in maniera da conciliare il lavoro fuori casa e quello domestico.

Nel ’71 Bergonzini intervistò un campione di famiglie censite e le donne ammettevano di essere state lavoratrici.

Analizziamo la situazione. Immigrate a Torino: quali attività potevano fare le donne? Le donne potevano lavorare nelle industrie di tipo tessile (per es. nel vestiario: Gruppo Finanziario Tessile), alimentare, caseario, elettrodomestico (es. Facis, L’Oréal, Martini & Rossi, Venchi Unica…) o nelle aziende che davano lavoro a domicilio (per es. per montare penne bic o fiori di plastica…): queste donne spesso lavoravano in nero.
La maggior parte delle donne immigrate dal Sud sapeva cucire, quindi il lavoro di sarta o ricamatrice (anche per le suore) era molto comune. Un altro lavoro tipico era quello della parrucchiera. Tutti questi lavori hanno avuto scarsa visibilità (a differenza di quanto avvenne negli anni ’70).

Tipici percorsi femminili:
-> Biografici:
- Donne che emigravano da ragazze con i genitori e che già a 14 anni potevano lavorare regolarmente (operaie con libretti).
- Ragazze giovani che emigravano da sole per accudire un fratello, anche più grande, emigrato per primo e magari già con un lavoro nell’industria torinese. I lavori trovati da queste ragazze erano per lo più fuori casa.
- Migrazione come risorsa per le donne senza marito, ma con figli a carico.
- Donne che emigravano con i mariti e senza figli (giovani spose).
-> Lavorativi:
- Donne che accettavano il primo lavoro che trovavano (lavori precari, poco pagati, per esempio come ricamatrici o donne delle pulizie).

- Quando raccoglievano più informazioni e cominciavano a conoscere la città e le persone giuste, allora si spostavano di lavoro in lavoro mirando alla fabbrica.

Le donne davano un grande valore al lavoro operaio:
- Per orgoglio (parità con gli uomini o con salari persino più alti).
- Per l’uscita dall’isolamento sociale verso nuove relazioni.
La fabbrica era vista come la modernità, in confronto ai lavori agricoli.
Per esempio le intervistate che si erano trasferite da Palmi a Milano, che erano raccoglitrici di olive in modo ciclico, idealizzavano i lavori di fabbrica perché puliti, con padroni rispettosi e contratti con alte tutele.
Quando le giovani spose avevano dei figli dovevano affrontare il problema del loro affidamento, perché la generazione precedente dei nonni non era emigrata e inoltre solo poche grandi aziende avevano gli asili aziendali (per es. Facis e Fiat). Vi erano diverse soluzioni a questo problema: lasciare il lavoro, affidare i figli a qualcuno dietro compenso, far immigrare i genitori o far emigrare da loro i figli stessi, mandarli in collegio (lo facevano soprattutto le donne senza marito). Chi lasciava il lavoro non lo lasciava del tutto, ma lo cambiava in favore di lavori più flessibili (lavori a domicilio, lavoro domestico a ore…). Tuttavia le donne che facevano questi lavori si registravano come casalinghe.
A volte capitava che vi fosse una ridistribuzione dei ruoli di genere in famiglia: il marito si prendeva a carico alcuni lavori domestici o la cura dei figli.

Negli anni '60 i sociologi che studiavano gli immigrati tendevano a spiegare i loro caratteri in base alla cultura: la cultura meridionale sfavoriva il lavoro femminile perché i mariti volevano tenere le donne in casa. In realtà spesso i mariti erano molto favorevoli al lavoro delle mogli!

Negli anni ’70 la sociologa della famiglia Laura Balbo coniò la frase: problema della “doppia presenza” delle donne, che si trovavano ad avere un doppio lavoro, uno fuori casa e l’altro nei lavori domestici. Ella criticava la rigidità della famiglia italiana: l’Italia era culturalmente arretrata perché i mariti non si occupavano della casa. In realtà succedeva il contrario con gli immigrati del Sud! C’era un lavoro di fabbrica per entrambi e il marito poi decideva di dedicarsi alla vita domestica, dando inizio a una divisione del lavoro. Altri uomini invece erano estranei a questo progetto comune.

Una delle fonti accettate dagli anni ’70 dagli storici è la storia di vita, che serve a integrare le informazioni che le fonti di carattere ufficiale non danno riguardo a tutti i personaggi (per es. le donne). Si tratta di storie di genere importantissime come fonti orali (es. interviste), ma solo per la storia recente.
Nel progettare la migrazione la donna ha un ruolo importante (“La storia di due sposi”, Calvino).

Emigravano anche tanti bambini. A Torino si facevano pochi figli, mentre al Sud le famiglie erano molto numerose -> nacque il problema della casa, perché non si affittavano volentieri case ai meridionali, anche perché i bambini venivano ad occupare interi caseggiati e i piemontesi si sentivano un po’ infastiditi da questa nuova vivacità. Le prime case che vennero abitate furono quelle più vecchie in centro.

L’altro problema erano le suole. Appena arrivati i bambini facevano un test di competenze: molti furono declassati, bocciati alla fine dell’anno o ammessi solo nelle classi differenziali (per bambini con problemi di apprendimento o di comportamento).
Alcuni studiosi mettono l’accento sul comportamento ostile delle maestre: i registri scolastici sono delle fonti importanti, in particolare negli spazi dedicati ai resoconti di fine mese. Le maestre si lamentavano del fatto che il lavoro veniva rallentato dai bambini immigrati, anche perché molti di loro arrivavano a metà anno a causa dei numerosi traslochi.

Lavoro dei bambini:
- Maschili: montavano i banchi al mercato.
- Femminili: facevano lavori domestici e si prendevano cura dei fratelli più piccoli.
Quindi si aggiungono il problema dello spaesamento (a volte i bambini venivano tenuti a casa per un anno a causa della mancanza di informazioni) e quello delle maestre che colpevolizzavano le famiglie meridionali, le quali non andavano a parlare con i professori e non si occupavano dei figli.
Risultato:
- Poco attaccamento alla scuola. Spesso, inoltre, le famiglie piemontesi non volevano che i loro figli frequentassero i compagni meridionali -> isolamento + rifiuto.
- I maschi trovavano maggior gratificazione nella socializzazione che per strada (cultura della strada), fatta di un insieme di valori opposti a quelli scolastici: per es. rifiuto dell’autorità (con conseguenti voti peggiori e scoraggiamento). Così cercavano presto un lavoro, spesso manuale, non qualificato (operai come i padri).
- Le bambine venivano tenute in casa ad ogni costo (a questo scopo si davano loro da fare lavori domestici), ma loro stesse vedevano nella scuola come un ambito di maggior gratificazione.

Negli anni ’70 vi è stato un sorpasso dei titoli di studio da parte delle donne. Erano le figlie stesse a decidere di andare a scuola. La famiglia propendeva per mandare il maschio e non la femmina oltre la scuola d’obbligo, ma alcune ragazze, pur lavorando, si iscrivevano alle scuole serali. Negli anni ’70 aumentarono i posti di lavoro nei settori impiegatizi e le donne sorpassarono gli uomini anche nell’ambito della mobilità sociale.

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